Spazio made in USA

La fantascienza nel cinema americano del dopo guerra

Benché nei primissimi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale le prospettive per il cinema americano sembrassero eccellenti (il ritorno dei combattenti dal fronte e i lavoratori ben pagati diedero vita a un boom consumistico di proporzioni mai viste, affollando le sale cinematografiche: gli incassi del 1946, rapportati all'inflazione, rimangono i più alti di tutti i tempi) ben presto due avvenimenti avrebbero indotto il declino dello studio system hollywoodiano: il primo fu il cosiddetto "Caso Paramount", ovvero la sentenza con la quale la Corte Suprema degli Stati Uniti riconosceva colpevoli sia le grandi case produttrici (Paramount, Warner Bros., Loew's-MGM, 20th Century-Fox e RKO) che le piccole (Universal, Columbia e United Artists) di condotta monopolistica e le obbligava a rinunciare alla gestione diretta delle sale; il secondo fu il cambiamento delle abitudini socio culturali degli americani, indotto prima dal boom dell'edilizia suburbana (con l'allontanamento di un gran numero di persone dai centri dove erano concentrate le sale) quindi dall'avvento della televisione.

La conseguente drastica riduzione delle produzioni aprì spazi inaspettati a quei piccolissimi produttori indipendenti specializzati in film di exploitation, cioè facilmente commerciabili per via del bassissimo costo e del brevissimo tempo di realizzazione. Si trattava di pellicole destinate a un rapidissimo sfruttamento e fortemente legate ai gusti e alle mode del momento, ma soprattutto ben mirate a precisi target d'utenza. Uno dei più proficui era quello degli adolescenti (numerosissimi negli anni Cinquanta e Sessanta per via del baby boom del dopoguerra) grandi amanti della fantascienza, più o meno mescolata all'horror.

Figure bizzarre ed eccellenti di registi si affermarono allora: Edward D. Wood (girò Plan 9 from outer space, 1959, una storia di invasioni spaziali, in un appartamento spacciando la cucina per cabina di pilotaggio di una astronave!), Roger Corman (The monster from the ocean floor, 1954; Il conquistatore del mondo, It conquered the world, 1956, e la serie dedicata a E. A. Poe tra cui I vivi e i morti, House of Usher, 1960), William Castle (La casa dei fantasmi, The house on haunted hill, 1958, con scheletri che uscivano dalle pareti del cinema sballonzolando sulla platea o Il mostro di sangue, The tingler, 1959, con poltroncine elettrificate per dare la scossa agli spettatori).

L'accresciuta competizione produttiva e una formidabile evoluzione sintattica della regia (ad esempio, l'avvento del piano sequenza e della narrazione flash back) finirono col favorire la nobilitazione del film "di genere". La fantascienza acquistò rispettabilità con film quali Uomini sulla Luna (Domination Moon, 1955, di Irving Piche), Quando i mondi si scontrano (When worlds collide, 1951, di Rudolph Matè), La guerra dei mondi (War of the worlds, 1953, di Byron Haskin, L'uomo che visse nel futuro (The time machine, 1960, di George Pal), ma soprattuto Il pianeta proibito (Forbidden planet, 1956, di Fred M. Wilcox) grazie all'uso del colore, degli effetti speciali, della musica elettronica e del primo "mostro dell'inconscio". L'amplificazione dei film di serie B diede poi luogo alle fantasie paranoiche della lotta della tecnologia contro una natura sconosciuta: La cosa di un altro mondo (The thing, 1951, di Christian Nyby), L'invasione degli ultracorpi (Invasion of the body snatchers, 1955, di Don Siegel); ma anche ideali pacifisti in Ultimatum alla terra (The day the earth stood still, 1951, di Robert Wise); infine la psicosi degli esperimenti scientifici strampalati come L'esperimento del dottor K (The fly, 1958, di Kurt Neumann) o Radiazioni BX: distruzione uomo (The incredible shrinking man, 1957, di Jack Arnold).

In tutti questi film dominavano le metafore delle due grandi ossessioni americane del tempo: la guerra fredda e gli effetti spaventosi delle radiazioni.

Lucio Braglia

[email protected]