Tra la vita e la morte

Psicologia delle esperienze in punto di morte e dei viaggi "fuori dal corpo"

  • In Articoli
  • 14-09-2001
  • di James E. Alcock
... e se muoio prima di svegliarmi,

ti prego, Dio, prendi la mia anima.

(Da una preghiera per bambini).

Sembra facile accettare l'esistenza effimera di un fulmine o del rombo di un cannone. Un attimo prima non esiste, un attimo dopo sì, e poco dopo ancora è già scomparso nel nulla. Non ci chiediamo certo "Dov'è finito?" Non è da nessuna parte e non è andato in nessun posto. Semplicemente non esiste più. Né ci domandiamo se continuano a esistere, in qualche altra forma, quelle piante da orto la cui crescita abbiamo nutrito e seguito così attentamente fino a quando abbiamo posto fine alla loro vita per allungare la nostra. Zanzare, topi e canguri, anche loro, almeno per la maggior parte di coloro che so no cresciuti nella tradizione occidentale, arriveranno al la loro fine senza un paradiso della flora e della fauna ad a spettare la loro anima eterna.

È ovviamente diverso quando siamo noi a trovarci davanti al fatto di doverci liberare delle nostre spoglie mortali. Sia che si soffra della perdita di una persona cara, o che si mediti sul proprio inevitabile decesso, è emotivamente difficile accettare che una vita passata a imparare, vivere, amare, a combattere e a migliorarsi, non ci riporti ad altro che alla polvere donde veniamo. Per molti la vita sembrerebbe svuotarsi d'ogni significato se davvero la morte segnasse la fine della nostra esistenza.

Durante l'evoluzione sociale del comportamento umano, le religioni gradualmente svilupparono ciò che ha aiutato ad alleviare queste ataviche ansietà ontologiche ed esistenziali riguardo alla vita e alla morte. Nessuno sa, naturalmente, come sono nate le religioni; ma si può immaginare che i nostri antenati delle caverne, così come è lentamente aumentata la loro capacità di ragionamento, abbiano cercato di comprendere cose come la morte e l'apparizione, durante il sonno, di quelle persone i cui corpi, essi lo sapevano, erano diventati da un bel po' di tempo preda di bestie erranti. Non dovremmo sbagliarci troppo se ipotizziamo che, così come hanno dato spiegazioni soprannaturali al lavoro misterioso della natura, abbiano anche spiegato il fatto di sognare i loro morti credendoli, in qualche modo, ancora in vita. Non solo ciò avrebbe fatto parte della loro esperienza, ma erano presumibilmente confortati sulla loro stessa esistenza.

Fatto sta che, in un modo o nell'altro, le religioni svilupparono l'idea che l'anima doveva sopravvivere alla morte del corpo in qualche forma, e questa credenza è ancora il nucleo della maggior parte delle religioni. Una tale convinzione è sicuramente utile per parecchie persone, poiché riduce l'ansietà. Andarsene senza avere nessuna prospettiva è un problema serio. Immaginate la costernazione di quegli scienziati del XIX secolo, devoti religiosi, quando la rapida crescita del pensiero materialistico post-darwiniano ha minacciato di spazzare via, in termini meccanicistici, tutti i misteri dell'esistenza umana. Così fu che nel 1882 un gruppo di studiosi inglesi, ansiosi di trovare una base "scientifica" per le loro credenze religiose, e cercando di trovare evidenze empiriche dell'esistenza dell'anima dopo la morte, si organizzò nella prima forma di gruppo parapsicologico, la Società per la Ricerca Psichica. Di conseguenza, come puntualizza Rogo (1975), la parapsicologia nasce ed è nutrita dalla convinzione dell'esistenza di una vita dopo la morte.

Fino a poco tempo fa, l'interesse dei parapsicologi nella ricerca di una vita oltre la morte era decaduto considerevolmente rispetto ai primi tempi, senza contare poi la grande divergenza d'opinioni, tra essi stessi, sull'importanza di tale ricerca. Per Joseph Banks Rhine, il decano dei parapsicologi americani, la sopravvivenza dell'anima era una questione che non poteva essere risolta, quindi non si sarebbe dovuto perdere tempo a cercare di farlo. Anche Gardner Murphy credeva nel fatto che nessuna evidenza potrà mai provare l'esistenza postmortem (Rogo, 1975).

Ora, invece, siamo nuovamente nel bel mezzo di un risorgimento per quanto riguarda la ricerca di una sopravvivenza dell'anima, incitato, forse, dalla profonda incertezza esistenziale dei nostri tempi, ma forse anche dalle volontà di James Kidd. Kidd, infatti, lasciò una fortuna in eredità a chiunque fosse riuscito a trovare una prova di tale sopravvivenza; in seguito a una battaglia legale tra 130 contendenti, la Società Americana per la Ricerca Psichica si aggiudicò il premio ($270,000), incanalato immediatamente in progetti di ricerca riguardanti tale argomento (Oasis & Haraldsson, 1977).

Oggi c'è un grosso numero di ricercatori che studiano la sopravvivenza dell'anima e ciò che è correlato ad essa. Alcuni, come Ian Stevenson, dell'Università di Virginia, sostenevano di avere prove sperimentali dell'esistenza di un corpo diverso da quello fisico, il quale, anche durante la vita, si separerebbe, a volte, dal corpo in carne e ossa. Altri, come vedremo, si sono impegnati nello studio di esperienze riportate da persone che si sono trovate in punto di morte, i cui cuori hanno smesso di battere per un breve periodo ma che si sono alla fine risvegliate.Alcune di queste persone sono convinte di essere state trasportate su un altro livello di esistenza, durante il quale credono di essersi trovati in un periodo di morte (incidentalmente, è difficile capire, ai giorni nostri e nella nostra era, come qualcuno possa considerare l'inattività cardiaca temporanea come un "periodo di morte"). Inoltre, ci sono ricercatori che sostengono di avere la prova dell'esistenza della reincarnazione dai loro studi su soggetti ipnoticamente "regrediti" a memorie di quelle che dicono essere esistenze precedenti.

Il mio scopo è di esaminare queste prove della sopravvivenza dell'anima e di presentare i fenomeni psicologici "normali" di un certo rilievo che potrebbero giustificare tali evidenze.

L'esperienza di premorte

Secondo Raymond Moody (1975, 1977), l'esperienza di pazienti che sono tornati dalla "morte" fornisce un'interessantissima prova della continuazione dell'esistenza postmortem del l'anima. Persone provenienti dai più di versi ambienti e credo religiosi hanno sperimentato eventi molto simili, dopo la loro morte, e questa comunità di esperienze, sempre secondo Moody, indicherebbe la realtà di tali esperienze. Nonostante ci sia una considerevole varietà sul tema, il "modello teoricamente completo di esperienza", secondo Moody, è il seguente: nel momento di più grande sconforto fisico, il paziente sente il medico constatare la sua morte, e sente un basso rumore sgradevolmente squillante o ronzante. Poi si sente velocemente trascinato attraverso un lungo tunnel. Si accorge quindi di avere un nuovo corpo con poteri molto diversi da quello vecchio, e riesce a vedere quest'ultimo disteso sul letto con attorno il gruppo di rianimazione; il suo punto di osservazione è però esterno e al di sopra di esso. Scorge parenti e amici morti e incontra una "creatura" di luce molto brillante, uno "spirito caldo e amorevole". Questo spirito lo aiuta in una panoramica degli eventi della sua vita passata. È pervaso da sentimenti di amore, gioia, e pace. Riesce a intuire una conoscenza onnicomprensiva. Infine, arriva a una specie di barriera, ma viene fatto girare e tornare indietro, riluttante, all'interno del suo corpo. In seguito al suo ritorno, è emotivamente molto scosso ma non più spaventato dalla morte.

Moody è uno psichiatra e sa molto bene che certe condizioni psicologiche possono portare a tali esperienze, ma si preoccupa molto di sottolineare che nessun fattore psicologico o fisiologico potrebbe spiegare tali dati. Oltretutto, appare ignorare una grande quantità di letteratura scientifica che si occupa di esperienze allucinatorie in generale, allo stesso modo in cui, lestamente, sorvola sui limiti molto reali del suo metodo di ricerca. Sostiene che, poiché cause possibili di allucinazione non possono spiegare ovviamente i suoi dati, deve esserci una parte di genuina esperienza paranormale. Questo argomento è un classico di Gianni e Pinotto, per i quali una delle "prove" è che l'altra persona "non è qui":

"Sei a Londra?"

"No."

"Sei a Parigi?"

"No."

"Sei a Mosca?"

"No."

"Bene, se non sei a Londra, Parigi, o Mosca, devi essere da qualche altra parte."

"Sì, credo di sì."

"Bene, se sei da qualche altra parte, non puoi essere qui."

Se non può essere dovuto a fattori psicologici, ideologici, o farmacologici (che possono essere identificati accidentalmente), allora non ha una spiegazione naturale. La spiegazione deve stare da qualche altra parte, al di là del nostro mondo "ordinario". Questo è il classico genere di ragionamento che si incontra nella letteratura di chi crede in una vita dopo la morte.

È straordinaria poi l'esattezza della memoria degli intervistati da Moody. Generalmente, infatti, hanno raccontato la loro esperienza molto tempo dopo che era accaduta, e dopo aver ascoltato Moody parlare di tali esperienze. Addirittura poi, avendo trovato un largo spettro di esperienze, alcuni riportarono solo uno o due degli elementi chiave, altri ne riportarono la maggior parte. Inoltre, disse, molte persone non hanno avuto alcun tipo di esperienza. È interessante notare che gli intervistati "hanno caratterizzato uniformemente la loro esperienza come inesprimibile" (Moody, 1975, p.26), a dispetto della loro abilità di descriverla in dettagli considerevoli. Moody ammise che vi sono state persone che hanno riportato esperienze simili in situazioni dove non c'era stato rischio di vita. Ad esempio, possono essere abbastanza simili esperienze mistiche o sotto l'effetto di qualche droga. Come spiegazione, Moody resta sul vago affermando che probabilmente, durante tali esperienze, il meccanismo che rilascerebbe l'anima alla morte può essere prematuramente azionato.

Karlis Osis e Erlandur Haraldsson sono entrambi psicologi che hanno ottenuto il PhD per la ricerca parapsicologica. Come Moody, si sono interessati a esperienze di morte. La loro ricerca è descritta nel loro ultimo libro At the Hour of Death (1977). Secondo loro, una tipica esperienza di morte comprende:

1.un periodo di esaltazione poco prima della morte;

2. una quantità molto elevata rispetto al normale di esperienze allucinatorie appena prima della morte;

3.una "visione", normalmente mentre il paziente è pienamente conscio. La visione è generalmente quella di un parente o amico deceduto, il quale, tipicamente, si trova lì, secondo quanto descritto dal paziente, per accompagnarlo nell'aldilà.

Questo, se vero, può essere interessante e confortante. Possiamo avere fiducia nella veridicità dei racconti dei pazienti? L'autore in questo caso non ha neppure intervistato i pazienti, ma ha invece mandato un gran numero di questionari a medici e infermieri (negli Stati Uniti) e portato personalmente i questionari a uno staff medico (in India). Essi sostengono che questi osservatori preparati sembrano essere più accurati nella descrizione di ciò che il paziente ha vissuto di quanto possa esserlo il paziente stesso. Questo, naturalmente, è difficile da accettare poiché quello che loro in realtà hanno fatto è stato chiedere qualche aneddoto sulle impressioni dell'osservatore di ciò che il paziente stava sperimentando, in una situazione accaduta nel migliore dei casi anni prima. Si può decretare la debolezza di questo lavoro sottolineando come i ricercatori usarono un questionario che, anche nelle migliori circostanze, non poteva fornire altro che dati confusi. Tutte le esperienze di premorte osservate erano ammassate assieme. Ecco un esempio di tale questionario:

Il paziente ebbe allucinazioni di persone non presenti al momento? Nr. di casi _______

Il paziente, o chiunque altro, ha identificato la persona dell'allucinazione come: (a) qualcuna di vivente. Nr. Di casi _______ , (b) qualcuno di deceduto. Nr. Di casi _______,; etc.

Descrivere un caso caratteristico di tale allucinazione di persona.

Eccetto per le domande riguardanti un "caso caratteristico", sarebbe impossibile anche solo classificare le impressioni dell'intervistato. Se venti persone hanno avuto allucinazioni, dieci hanno visto persone vive, dieci persone morte e dieci hanno visto dei paesaggi: quali visioni venivano associate tra loro? Le altre parti del questionario si accordano con la difficoltà di catalogare tali impressioni.

Un ulteriore punto debole è che solo il 20 per cento delle persone del campione americano scelse di rispondere a tutto. Gli autori cercano di sorvolare su questo problema. Sostengono che, se qui vi fosse un errore di metodo lo si potrebbe controllare confrontando i racconti fra quelli che risposero velocemente con quelli che furono più lenti, immaginando che quelli più lenti erano tipicamente medici meno inclini ad accettare ipotesi di vita dopo la morte. Poiché non si sono trovate differenze, i ricercatori conclusero che il 20 per cento che aveva risposto non si differenziava per credenze religiosi, attitudini e pregiudizi dall'80 per cento che non lo fece. Trattarono poi allo stesso modo tutte le altre possibili fonti di errore. Che dire di tutto ciò?

Di conseguenza, i dati sono, per la loro stessa natura, illeggibili e di difficile interpretazione. Tutto quello che si può concludere è che alcuni medici ricordano alcuni pazienti che hanno avuto "esperienze" di premorte. Un'analisi dei "casi caratteristici" descritti può essere utile per generare ipotesi per ulteriori ricerche, ma niente di più. Sembrano essersi tirati la zappa sui piedi da soli: la loro difesa alle critiche che loro stessi hanno sollevato è tanto debole da risultare imbarazzante.

Hanno inoltre riportato alcuni dati su esperienze di ritorno dalla morte. Stranamente, comunque, i loro rapporti differiscono considerevolmente da quelli di Moody. Moody enfatizza "l'esperienza del tunnel": loro non ne parlano. Anche discutendo ciò che ha trovato Moody, non hanno menzionato il famoso tunnel. Perché, ci si domanda? Allo stesso modo, non sono stati colpiti da racconti di una panoramica della vita passata, un'altra esperienza tipica secondo Moody. Ragione di questo, ci dicono (p. 24), fu che tali "panoramiche" accadono anche in altre situazioni, non solo in pazienti vicini alla morte: Penfield, ad esempio, fu capace di suscitare tale esperienza tramite stimolazione cerebrale (Penfield & Jasper, 1954). E ancora: mentre Moody ci racconta che l'inespressibilità di tali esperienze è tipica, Osis e Ha raldsson ci assicurano che hanno trovato solo tre di questi casi e lo considerano un'ulteriore evidenza del la realtà di tali esperienze, poiché "l'ineffabilità è considerata una delle maggiori caratteristiche delle esperienze mistiche o dei viaggi psichedelici".

Elisabeth Kubler-Ross è stata un'altra famosa sostenitrice del fatto che esistano solide basi "scientifiche" per l'esistenza di una vita dopo la morte, e affermava di esserne certa al 100 per cento. In un'intervista televisiva1, raccontò anche alcune proprie esperienze di viaggi fuori dal corpo e del suo incontro con una forma spiritica che le avrebbe assicurato che qualunque critica avesse dovuto sopportare a causa dei suoi scritti su questo argomento, sarebbe servita a mettere alla prova il suo coraggio; che sarebbe venuto il tempo per una grande illuminazione dell'umanità sull'immortalità e che apparentemente lei era stata scelta per portare tale messaggio. Quando le fu chiesto quali fossero queste schiaccianti prove scientifiche, sostenne che non le aveva ancora pubblicate.

Non c'è bisogno di aggiungere altro. Comunque, poiché persone responsabili sono state sviate e sedotte dalla letteratura sulla vita oltre la vita, per persuaderli a dubitare seriamente di ciò che potranno leggere su questo argomento, vale la pena di rivedere brevemente un parte della letteratura relativa a "esperienze straordinarie".

Esperienze di tipo mistico

Gli psicologi non hanno prestato molta attenzione a ciò che è stato in più modi chiamata "esperienza mistica", "estasi", "illuminazione", il "grande risveglio", e così via. I materialisti spesso reagiscono solo con ironia ai racconti di chi ha sentito la presenza di Dio o dice di avere avuto esperienze di "Consapevolezza Cosmica". Negli anni Sessanta molti giovani cercavano tali stati metafisici o "trascendenti" attraverso droghe o attraverso la meditazione, interpretando, per la maggior parte, la "realtà" delle loro esperienze attraverso le credenze precedenti. È importante comprendere che tali stati, riportati da mistici e santi nelle cronache storiche, con ogni probabilità rappresentano un normale (anche se non comune) "stato" di coscienza che può essere sperimentato, nelle giuste condizioni, virtualmente da chiunque. Ad esempio, un'"esperienza trascendentale", come quella indotta dalla meditazione, può essere facilmente raggiunta con semplici tecniche di rilassamento, che vanno di pari passo, eccetto l'apparenza metafisica, con le tecniche di meditazione seguite dai "meditatori trascendentali" (Benson, 1975). Tuttavia, poiché la maggior parte della gente non sa che tali esperienze costituiscono parte dello spettro delle "normali" esperienze umane, quando vive simili sensazioni è quasi inevitabile che sia spinta a cercare una spiegazione metafisica. Come analogia, immaginate una giovane donna cresciuta in una strana famiglia che l'ha "protetta" da tutte le conoscenze di tipo sessuale. Un giorno, mentre legge un libro di versi sacri, per una qualche ragione sperimenta un orgasmo spontaneo. Come dovrebbe interpretare tale evento? Come potrebbe descriverlo agli altri? E stasi? Esperienza ineffabile? Comunione con Dio? In assenza di una normale spiegazione, quella di tipo metafisico può risultare molto attraente. Affinché questo esempio non sembri troppo arbitrario, si ricordi che l'eccitazione sessuale, anche se apparentemente non riconosciuta come tale, sembra avere un ruolo nelle manifestazioni religiose in più parti del mondo (Sargant, 1973).

Per questo motivo, come sostiene Scharfstein (1973), l'esperienza mistica è importante e merita uno studio attento, anche se si rifiuta qualunque coinvolgimento della metafisica. Sotto molti aspetti queste esperienze, chiamate da Maslow (1976) peak experiences (esperienze estreme), sono simili alle esperienze di premorte descritte in precedenza. Ad esempio una conseguenza comune è la perdita del la paura della morte, e spesso l'individuo viene lasciato con la sensazione di aver percepito l'universo come un "tutt'uno integrato e unificato", qualunque cosa questo significhi (Maslow, 1976).

Le peak experiences possono essere così straordinarie che possono somigliare a ciò che la persona pensa essere una morte felice e desiderabile, una "dolce morte" (Maslow, 1976) (ciò ricorda la comune descrizione di un orgasmo femminile particolarmente intenso come una "piccola morte"). Relazioni che parlino di peak experiences spesso contengono espressioni come "ho sentito che sarei potuto morire volentieri" o "nessuno mi potrà mai dire che la morte è brutta". L'individuo sembra raggiungere un senso di immortalità, e quindi sa che la vita continua dopo la morte fisica (Greeley, 1974). È particolarmente interessante il perché, durante tali estasi, la gente pensi così spesso alla morte.

Interessante è anche il fatto che alcuni ricercatori sul biofeedback (ad esempio Lynch, 1973) hanno scoperto che soggetti che hanno creduto erroneamente di essere in uno stato "alfa" hanno descritto esperienze molto toccanti e significative. Un ricercatore (Doxey, 1976) è stato testimone egli stesso di una sensazione vicina all'estasi dovuta a tale fenomeno: provando il suo equipaggiamento, usando sé stesso come soggetto, fu indotto a credere di essere in uno stato alfa e sperimentò qualcosa di affine a una peak experience. L'analisi delle registrazioni dell'EEG rivelò più tardi che non aveva raggiunto uno stato alfa poiché, a causa di un errore nel settaggio dell'equipaggiamento, la luce che indicava tale stato funzionava male.

Questo sottolinea l'importante ruolo giocato dall'aspettativa in tali esperienze. Una persona in punto di morte, a causa dello stress emotivo e del suo credo culturale relativamente alla morte, può essere aperta più facilmente di altre a tali esperienze.

È rilevante ciò che hanno trovato Schacter e Singer (1962): soggetti a cui viene fatta un'iniezione di epinefrina (uno stimolante), ma ai quali si fa credere di aver ricevuto una iniezione vitaminica senza alcun effetto stimolante, interpretano il loro eccitamento come un sentimento di rabbia o felicità in base alla situazione in cui si trovano. Altri soggetti, informati di un effetto collaterale eccitante, non sperimentano tali emozioni. Si concluse che lo stesso stato di eccitamento fisiologico può portare a differenti "stati emozionali" e che la gente sceglie un'etichetta per la sua emozione a seconda della situazione. Se si attribuisce l'eccitamento a un farmaco, non si sente invece il bisogno di etichettare tale emozione. È semplicemente "dovuto al farmaco" (attenzione, questa scoperta non dimostra che gioia e rabbia hanno la stessa base fisiologica in situazioni naturali).

Non sottovalutiamo l'importanza di questo fatto: per la maggior parte, l'interpretazione che diamo di tali esperienze emotive dipende dalle nostre aspettative e dalle nostre "attribuzioni" (ciò che noi consideriamo la causa di tale esperienza).

Esperienze fuori dal corpo

A parte il problema del corpo e dell'anima in punto di morte, c'è una credenza affermata dalla maggior parte dei parapsicologi, anche se non da tutti, secondo cui qualcosa come un'anima (chiamata "corpo astrale" o qualcosa di simile) possa spontaneamente lasciare il corpo durante il sonno, o anche durante la veglia.

C'è chi crede che una specie di cordone, apparentemente d'argento, collegherebbe il corpo fisico a quello metafisico durante le esperienze di viaggio fuori dal corpo (detto "OBE" da Out of Body Experience). Ad ogni modo, durante l'OBE, la persona vede sé stessa da un punto di vista al di sopra del proprio corpo fisico. Alcuni ricercatori hanno presentato fatti che, secondo loro, fornirebbero supporto empirico all'esistenza dell'OBE: c'è chi, durante il sonno (e, per quanto ho capito, senza nessuno che controlli), sarebbe in grado, attraverso l'aiuto del "corpo astrale", di "leggere" un numero a caso scritto su un pezzo di carta messo su uno scaffale fuori portata (vedi Tart, 1968). Tuttavia, c'è un acceso dibattito, anche all'interno dei circoli parapsicologici, riguardo alla validità di tali esperimenti.

John Palmer (1978), egli stesso parapsicologo, afferma che il sonno ipnagogico (discusso più avanti) spiega la schiacciante maggioranza delle esperienze OBE riportate, e che "l'OBE non è né attualmente né potenzialmente un fenomeno paranormale. È un esperienza o uno stato mentale, come il sogno od ogni altro stato alterato della coscienza".

In linea con questo punto di vista, i sostenitori dell'OBE ammettono che questa esperienza si verifica perlopiù poco prima di addormentarsi o di svegliarsi. Sono esattamente i momenti in cui il sonno ipnagogico (e il suo parente il sonno ipnopompico) avvengono più facilmente.

Palmer (1978) asserisce che sia nella cultura occidentale che in quella orientale, si ritiene che la morte porti tipicamente alla separazione del corpo dall'anima e che, a prescindere dal personale punto di vista del soggetto, è probabile che egli lo pensi quando sta morendo. Lo stress associato alla imminente possibilità di morte può portare a tale "esperienza".

Psicologi e psichiatri sono abituati a racconti di OBE, ma li vedono come un tipo di reazione psicologica allo stress conflittuale. Reed (1972) descrive questo processo, che chiama Ego-splitting (scissione dell'Ego): "È come sentirsi innaturalmente calmo, il soggetto si percepisce come se fosse fuori da sé stesso. La sensazione è di sentirsi a mezz'aria al di fuori del proprio corpo, si può tranquillamente osservare e ascoltare sé stessi in terza persona".

È interessante notare che nel processo di memorizzazione a breve termine c'è un indizio di tale fenomeno.

Immaginatevi seduti a cena l'altra sera. Cosa "vedete"?

Praticamente tutti visualizziamo una scena che non abbiamo mai percepito: una scena che include noi stessi, da un punto di vista al di fuori del corpo . Tale ricordo, come la maggior parte dei ricordi, è una costruzione, una parziale invenzione. Pensate ancora a voi stessi distesi su una spiaggia, cosa "vedete"? Non il mondo attorno a voi come se vedeste attraverso i vostri occhi, come lo avete originariamente visto, ma vedrete, con ogni probabilità, di nuovo voi stessi come parte della scena.

Ora supponiamo che vi foste appena svegliati da un sonno profondo e che qualcuno vi chieda di ricordare la scena di voi, nel vostro letto, appena prima di appisolarvi. Non vi "vedete" ancora una volta distesi lì? Non dovrebbe quindi sorprenderci che pazienti rianimati, a volte, ricordino di avere "visto" sé stessi "dall'alto". La differenza, naturalmente, sta nel fatto che i loro ricordi vengono influenzati dal (possibile) stato di "esperienza mistica" che avviene contemporaneamente.

Sonno Ipnagogico

L'immagine ipnagogica è un curioso fenomeno (per nulla metafisico, eccetto per coloro che vorrebbero fosse tale) sperimentato prima o poi dalla maggior parte delle persone durante il periodo tra la veglia e il sonno (un fenomeno simile, noto come sonno ", avviene, a volte, tra il sonno e la veglia, quando una persona si sta svegliando). Coinvolge fantasie simili al sogno, a volte mescolate con elementi di realtà; ma, diversamente da un normale sogno, la persona lo sperimenta come fosse "reale".

Vi è mai capitato in dormiveglia, di sentire il telefono o il campanello suonare, e dopo esservi alzati vi siete resi conto che stavate sbagliando? È un classico esempio di fenomeno ipnagogico (o ipnopompico). È un evento piuttosto comune. (Uno studio del 1957 citato da Reed (1972) trovò che il 63 per cento di un gruppo di 182 studenti riportò di aver avuto esperienze ipnagogiche, e un numero leggermente inferiore esperienze ipnopompiche).

L'immagine ipnagogica è caratterizzata da uno schema relativamente consistente di sviluppi sequenziali (Schacter, 1976):

1) Colori, luci, forme geometriche.

2) Immagini vivide e dettagliate di visi e oggetti. Diversamente dalle esperienze di premorte i visi sono quasi sempre di persone sconosciute (tuttavia, se si pensa di essere in punto di morte e si è spaventati dalla morte, non dovrebbe sorprendere se l'ipnagogico riflette pensieri su coloro che se ne sono "andati" prima di noi)

3) Paesaggi e scene di bellezza e grandiosità inusuali.

Molti dicono che le allucinazioni della propria immagine siano rare nel sonno ipnagogico, ma Foulkes e Vogel (1965) trovarono che i soggetti in realtà vedevano sé stessi nella loro visione e che la loro presenza aumentava via via che si approfondiva il livello di stato ipnagogico.

Se il sonno ipnagogico spiega le esperienze di viaggio fuori dal corpo, come sostiene Palmer (1978), e se i pazienti in punto di morte, probabilmente preoccupati dal pensiero della morte e dei morti, passano attraverso uno stato fisiologico simile a quello ipnagogico, allora le esperienze di morte riportate non sembrano più così straordinarie.

Questa possibilità risulta abbastanza forte da chiedersi il per ché della mancata considerazione (o conoscenza?) mostrata dalla maggior parte degli scrittori credenti nella sopravvivenza.

Allucinazioni

Solitamente si pensa che le allucinazioni (visioni talmente vivide da avere la certezza che siano reali) abbiano un'infinita varietà di temi e contenuti, ma in realtà sembra che le cose non stiano così. Nel 1926, Kluver (citato da Siegel, 1977), presso l'Università di Chicago, trovò che le visioni indotte da mescalina si componevano attorno a quattro figure ricorrenti: grate, ragnatele, tunnel e spirale. Queste figure risultano caratterizzate da colori vividi e intensa luminosità (forse dovute al cattivo funzionamento dei meccanismi inibitori del sistema visivo). Kluver scoprì che queste stesse forme ricorrenti erano tipiche di visioni dovute a un largo spettro di stati allucinogeni, dal sonno ipnagogico e ipnopompico al delirium, alle vertigini, alla deprivazione sensoriale. Esperimenti più recenti (Siegel, 1977) sull'uso della cannabis trovarono che le visioni indotte da una droga hanno due stadi. Il primo è caratterizzato dalle forme costanti di Kluver, il secondo da visioni più complesse, che possono comprendere le forme di Kluver ma anche oggetti o persone familiari. Ci si potrebbero nuovamente aspettare infinite visioni diverse nello stadio complesso, ma non è così. (Usando l'LSD, il 72 per cento dei soggetti ha sperimentato le stesse forme costanti, e il 79 per cento visioni complesse molto simili. Il 72 per cento ha avuto visioni religiose e il 49 per cento ha visto forme umane e animali). La visione tipica, nello studio con la cannabis, era caratterizzata da una luce splendente al centro del campo visivo: la posizione di tale punto di luce creava una prospettiva tipo tunnel (alla Moody?). I soggetti riportarono di aver visto gran parte della visione in relazione al tunnel, e le altre immagini sembravano muoversi relativamente a esso (il gruppo di controllo, al quale era stato dato un placebo, riportò solo immagini in bianco e nero con forme casuali). Studi successivi mostrarono che, sia la cannabis, che la mescalina o l'LSD, dopo diciannove minuti, davano per la maggior parte visioni di tunnel-griglia. Visioni più complesse avvenivano solo dopo il tunnel-griglia. Le visioni più comuni riportate riguardano memorie dell'infanzia e scene associate a esperienze con un forte carico emotivo, subite dal soggetto (come la visione panoramica della propria vita?). Spesso riportano una prospettiva aerea di sé stessi e sensazioni di dissociazione dal corpo. La visione veniva inoltre influenzata dagli stimoli ambientali. Durante il periodo di punta, sostenevano che le visioni erano reali.

Siegel concluse che "l'esperimento punta a sottolineare i meccanismi del sistema nervoso centrale come sorgente di un'universale fenomenologia di allucinazioni" (p. 132) e indica recenti studi elettrofisiologici che confermano che le allucinazioni sono direttamente correlate con stati di eccitazione del sistema nervoso centrale, i quali sono associati a una disorganizzazione funzionale della parte del cervello che regola gli stimoli mnemonici".

Sembra, quindi, che non ci siano dubbi sul fatto che le allucinazioni ordinarie contengano virtualmente tutti gli elementi descritti da Moody, e che la preoccupazione della morte faccia sembrare plausibile il concetto di separazione dell'anima dal corpo e il ricongiungimento con le persone scomparse a noi care. Di nuovo, è sorprendente vedere l'assoluta mancanza di riferimenti alle ricerche sulle allucinazioni nella letteratura della vita-dopo-la-morte. Moody (1977) accetta che la sensazione di essere trascinati attraverso un tunnel sia usuale in persone che sono state sotto anestesia, soprattutto con l'uso di etere, ma obietta che, poiché molto pochi dei suoi soggetti erano sotto l'influenza di droghe, e poiché pochi avevano qualche tipo di problema neurologico, allora tali esperienze non sono equiparabili a quelle indotte dalla droga o da altre allucinazioni. Ancora una volta usa la logica di Gianni e Pinotto: non avendo preso droghe e non avendo problemi neurologici si tratta di fenomeni paranormali. Come già detto, la carta giocata da Moody è di ribattere che, anche se altri tipi di allucinazioni sono simili alle esperienze di premorte, è possibile che altre allucinazioni siano loro stesse una manifestazione di una prematura separazione dell'anima dal corpo.

Regressione ipnotica

Un ulteriore strumento nel l'armamentario dei "credenti" è la regressione ipnotica a vite passate sull'argomento vedi anche S&P. Sebbene non lo si veda mai dalla letteratura inerente a quest'area, c'è una notevole controversia nella psicologia moderna anche riguardo agli effetti dell'ipnosi ordinaria, senza bisogno di tirare in ballo la regressione. Alcuni sostengono, infatti, che l'ipnosi porti il soggetto in uno speciale stato di coscienza; altri solo a uno stato di alta suggestionabilità, nel quale soggetto e ipnotista collaborano tacitamente (inconsciamente?) per indurre l'esperienza dell'ipnosi.

Per la regressione al passato (anche nella vita corrente!) è sempre più evidente che, benché il soggetto possa focalizzare memorie a lungo sepolte, non avviene in realtà una reale regressione (ad esempio nelle funzioni cognitive). Mentre tutto ciò continua ad essere soggetto di dibattito, ciò che ci interessa è la regressione della memoria a vite passate, ma deve essere chiaro che la vasta maggioranza degli psicologi non accetta per vera tale regressione.

Uno dei casi più famosi fu quello classico di Bridey Murphy, soggetto del best-seller In search of Bridey Murphy (La ricerca di Bridey Murphy). La storia cominciò nel 1952, quando una casalinga del Colorado, di nome Virginia Tighe (chiamata Ruth Simmons nel libro) venne fatta regredire ipnoticamente e cominciò a descrivere la sua vita precedente sotto l'identità di Bridey Murphy, di Cork, Irlanda. Il fatto che parlasse in un forte accento dialettale diede credito alla sua "esperienza". Raccontò una storia dettagliata sulla vita e la gente in Irlanda. Gli investigatori ingaggiati dall'autore-ipnotista, Morey Bernstein, non trovarono però traccia di nessun Bridey Murphy in Irlanda che fosse vissuto a Cork (Gardner, 1957).

Ian Stevenson, un parapsicologo dell'Università della Virginia, riconosciuto "esperto" e prolifico scrittore su tale argomento, rimase molto colpito dal caso. Infatti, in un suo articolo (Stevenson, 1977) nell' Handbook of Parapsycology (Manuale di parapsicologia), afferma che esso "non è ancora stato chiarito dai molti libri divulgativi che abbiano riportato esperimenti di regressione ipnotica" (p. 636). Però, mentre Stevenson esalta i meriti del caso Bridey Murphy, non sembra essere altrettanto impressionato da quella che altri considerano la disfatta di Virginia Tighe (Gardner, 1957). Nel 1956, un reporter del Chicago American, visitò la città natale di Virginia, e scoprì che le sue origini erano ben lontane dall'essere estranee alla storia di Bridey Murphy. Il reporter intervistò la signora Anthony Corkell, dirimpettaia di Virginia per molti anni, e le cui origini irlandesi e racconti dell'Irlanda sembravano aver tanto affascinato la giovane ragazza. Inoltre, Virginia fu molto attiva nel corso di teatro della sua scuola, tanto da aver imparato numerosi monologhi irlandesi, recitati in quello che la sua insegnante riferì essere un pesante dialetto irlandese. E... ah sì, riguardo alla vicina, la signora Corkell: il suo nome da ragazza era Bridey Murphy! Nonostante tutto ciò, e nonostante le affermazioni degli esperti irlandesi, che trovarono le descrizioni dell'Irlanda di Virginia artificiali e inventate, i parapsicologi credenti nella sopravvivenza dell'anima, come Stevenson, rifiutano ancora queste prove e continuano a considerare tale caso molto convincente, e il libro di Bridey Murphy continua incessantemente ad essere ristampato.

Con ogni probabilità, il materiale prodotto dai soggetti ipnotizzati è un miscuglio di informazioni e racconti imparati un tempo e poi "dimenticati". Stevenson e altri, naturalmente, non accettano quest'interpretazione. Ad ogni modo, uno studio di Zolik (1958) la rende plausibile: Zolik ipnotizzò alcuni soggetti facendoli "regredire a vite passate", e poi indusse in loro un'amnesia post ipnotica; successivamente, li ipnotizzò nuovamente e li interrogò sui personaggi e sugli eventi raccontati nella precedente regressione. Scoprì così che questi erano una combinazione di eventi della loro vita passata e di fatti e persone tratti da libri o film, etc. Certamente chi non fosse rimasto impressionato da questo, avrebbe almeno dovuto usare l'approccio di Zolik per esaminare i racconti dei propri soggetti. E invece no, niente di tutto ciò ebbe alcun effetto nei credenti convinti. Per esempio, la dottoressa Wambach, autrice di un recente libro sulla regressione ipnotica, ha ammesso, di fronte a me, che i racconti che ha raccolto dai soggetti regrediti ipnoticamente non differiscono in nessun modo da quelli di persone non ipnotizzate. Ma questo è stato da lei interpretato come la prova che si può avere accesso al materiale di una vita precedente senza bisogno di essere ipnotizzati.

Conclusioni

Tutte e ciascuna delle varie caratteristiche delle esperienze di premorte sono state ritrovate, da sole o in combinazione, in varie circostanze normali, non di premorte, come quelle associate a stress emotivo o fisico, a deprivazione sensoriale, durante il sonno ipnagogico, ad allucinazioni indotte da droghe, e così via. Sappiamo che il sistema nervoso può riprodurre tali esperienze, senza che si sia in grado di prevedere quando accadrà. Il famoso "tunnel", la luce abbagliante, la visione di altri, il senso di ineffabilità, le esperienze al di fuori del corpo, e la conseguente perdita della paura della morte, per lo meno, non sono quindi appannaggio della sola "esistenza dopo la morte". Di conseguenza, a meno di non accettare che la vita dopo la morte sia un'imitazione delle esperienze terrene, o che, come suggerisce Moody, queste normali esperienze portino a un prematuro e temporaneo distacco dell'anima, i rac conti di chi è stato vicino alla morte non richiedono interpretazioni mistiche.

È chiaro che la prova "scientifica" e "oggettiva" di una vita dopo la morte non convince per nulla. Tuttavia, i ricercatori che ci credono non sono scoraggiati da tali critiche; appare chiaramente che, prove o non prove, loro sono, almeno per una buona parte, fortemente convinti della loro immortalità. Moody lo ammise chiaramente, così come fece Kubler-Ross (1977), quando descrisse la morte come un "pacifico transito nel giardino di Dio". Non ho argomenti contro la filosofia o la teologia personale. Ciò che è seccante, tuttavia, è la necessità di queste persone di trovare prove oggettive per supportare le proprie credenze, e i loro tentativi di prendere in giro chi non crede con le loro pretese di rigore scientifico. La ricerca della sopravvivenza dell'anima è basata più sulla fede e sulla ricerca di prove a sostegno che sull'osservazione e la ricerca di una spiegazione. È un'estensione dell'ansietà, collettiva e individuale, nei confronti della morte. Ormai tali ricerche sono approdate a una visione palliativa della morte come di un grandioso, meraviglioso transito verso una nuova e migliore vita. Sono ormai lontani i tempi della paura delle fiamme del l'inferno e della dannazione eterna.

Se si crede a Moody e agli altri, perché allora non abbandonare questa frustrante esistenza terrena e spedirsi direttamente nel fantastico mondo dell'al di là? Lo stesso Moody non intende incoraggiare questo trapasso, e ci racconta che chi è sopravvissuto alla morte dice di avere avuto la "sensazione" che quelli che stanno dall'altra parte non si aspettino nulla di buono da parte di chi cerca di accelerare la sua entrata in Paradiso. (Già i primi Cristiani ebbero un simile problema: per avere troppo promesso una vita meravigliosa nell'altro mondo, molti dei loro convertiti, non importando loro gran ché della loro permanenza sulla terra, scelsero di andare direttamente nella prossima vita suicidandosi. È difficile costruire un movimento sociale se gli adepti si eliminano da soli, e così il suicidio diventò subito un "enorme peccato" per i Cristiani). Nonostante lo scoraggiamento del suicidio da parte di Moody, c'è chi è destinato a essere entusiasmato dalle sue ricerche al punto di tirare dritto in ogni caso. Ho già sentito di una donna il cui bambino è morto e, avendo letto un libro tipo quelli di Moody, ha tentato il suicidio per ricongiungersi al figlio.

Ad ogni modo, nella nostra irritazione verso chi dissemina pseudoscienza e verso chi si beve tutto così facilmente, non dovremmo trascurare il fatto che alcune persone in punto di morte hanno esperienze "mistiche" esattamente come le hanno alcune persone vive. Ricordiamo che Mesmer ebbe realmente successo nel trattamento dell'isteria; ma quando gli scienziati dell'epoca lo bollarono come impostore perché riuscirono a provare che i magneti non servivano a nulla nel trattamento (contrariamente a quello che lui credeva), fu espulso dall'attività, e il risultato fu che nessuno poté osservare il fenomeno solo perché ne era stata rifiutata la spiegazione. Anche se non vediamo il motivo di ricorrere alla metafisica per spiegare i fenomeni di premorte, dovremmo nonostante tutto studiarli. Un gruppetto di medici ricercatori (vedi Noyes, 1972; Noyes & Kletti, 1976) hanno raccolto racconti di esperienze di premorte molto simili a quelle che sono state descritte qui, senza però sentire il bisogno di ricorrere a spiegazioni metafisiche. Abbiamo bisogno di molte altre ricerche di questo tipo. Sarebbe un peccato lasciarle tutte agli spiritisti.

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James E. Alcock

Professore di Psicologia al Glendon College, New York University, Toronto, Canada

Da:Skeptical Inquirer,

Vol.3, No.3, Spring 1979

Traduzione a cura di Paola De Gobbi e Manuele Bettio