La tigre e il dragone

Evoluzioni circensi in un finto western all'orientale

Regia: Ang Lee

Interpreti: Chow Yun-fat, Michelle Yeoh, Zhang Ziyi, Chang Chen, Chang Pei-pei

Usa/Cina, 2000.

Che Ang Lee morisse dalla voglia di sdoganarsi a Holliwood lo avevamo già capito. Dopo il fiasco di Cavalcando con il diavolo questo tentativo sembra meglio riuscito. E' senz'altro vero che il wuxiapian (arti marziali in costume, il genere mitologico orientale del guerriero errante) costituisce un passaggio quasi obbligato per ogni regista hongkonghino che si rispetti (il nostro è nato anagraficamente a Taiwan, cinematograficamente a Hong Kong), ma Ang Lee sfrutta molto abilmente e furbescamente la mediazione del cyberpunk acrobatico Matrix nei confronti del pubblico occidentale. Il precedente dei fratelli Wachowski ha certamente contribuito a preparare il terreno perché le evoluzioni da circo dei protagonisti cinesi divenissero appetibili per il mercato americano ed europeo. Tanto per non sbagliarsi il regista ha completamente svuotato il suo prodotto da ogni contenuto filosofico e culturale in genere mantenendo soltanto una scintillante illustrazione di superficie, una bella scatola vuota da regalare a gente alla ricerca di un prodotto di facile fruizione e di scarso impegno. Regalo particolarmente gradito in un momento che vede in gran voga il pescaggio indiscriminato ad occhi chiusi della New Age nel calderone misterioso delle grandi culture orientali. Niente di male in fondo se si rimane nell'ambito del cinema da intrattenimento. Qualcuno ha tentato una sorta di interpretazione nichilista spiegando che ne La tigre e il dragone si leggerebbe un cosciente annientamento di Tao, Confucio e individualismo di stampo occidentale; personalmente ritengo che si tratti di una forzatura eccessivamente generosa nei confronti di quella che mi appare semplicemente come una disperata ricerca di una identità commerciale e, perché no, contrattuale. Ang Lee ci ha mostrato di meglio (Mangiare, bere, uomo, donna - Ragione e sentimento - Tempesta di ghiaccio) e certamente di meglio ci riserverà in futuro, ciò non toglie che questo sia un film prodotto esclusivamente con logica da Oscar: ne prenderà quattro, ma tutti di secondo piano (piuttosto ipocrita farlo correre sul doppio binario di miglior film assoluto e miglior film straniero inducendo una palese spartizione con Il gladiatore).

Per continuare il discorso sull'americanità del film dirò anche che si tratta di un finto western: che John Ford lo perdoni! La mitopoietica della spada che sostituisce "la pistola più veloce del west", la prova di forza, la vendetta, la donna significante, l'amicizia virile, tutti luoghi narrativi classici del grande genere americano (ci sono persino gli indiani/mongoli con il capo che si fa chiamare Nuvola Nera). Per un westerner dichiarato come me sono state due ore di autentica sofferenza: duelli interminabili e noiosissimi con i protagonisti a calciare l'aria per ore (ho sognato l'arrivo risolutore di due schiaffoni alla Bud Spencer), personaggi ridicoli e inconsistenti (non potevo credere che non più tardi di una settimana prima la stessa Zhang Ziyi mi avesse teneramente deliziato in La strada verso casa, ma Zhang Yimou è di un altro pianeta), svolazzamenti ridicoli sui tetti o sulle cime degli alberi (Tarzan/Weissmuller, anche lui ho sognato), improbabili patetiche esibizioni di scherma (la "frullata" contro la mitragliata di aghi avvelenati non regge il confronto con la Nonna del Corsaro Nero che infilzava le gocce di pioggia per non bagnarsi), ai cultori di arti marziali infine rivelo che gli attori si permettono certe evoluzioni circensi perché appesi a dei fili e che i tanto decantati effetti digitali sono consistiti per la maggior parte soltanto nella loro cancellazione.