Se Peter Pan ่ un robot

Il testamento di Kubrick nel toccante film di Spielberg

A.I. INTELLIGENZA
ARTIFICIALE

Regia : Steven Spielberg
Interpreti: Haley Joel Osment, Frances O'Connor, Jude Law, William Hurt.
USA 2001

Tutti sappiamo che questo film era il progetto cui Stanley Kubrick stava lavorando da anni come sua opera ultima e che, consapevole della prossima morte, lo affidò a Spielberg. Un cumulo di sciocchezze sono state scritte in seguito su quanto vi fosse rimasto del primo e quanto vi sia del secondo. Mi interessa di più invece cercare di capire cosa ci sia in comune fra i due che ha spinto Kubrick a fare di Spielberg l'esecutore del proprio testamento artistico. A mio avviso questo sta proprio nel fatto che la differenza fra i due più macroscopica è in realtà fittizia: la caratteristica palese del cinema del genio scomparso era il razionalismo scettico e cinico con cui osservava i fatti umani, mentre una inguaribile vocazione consolatoria pervaderebbe l'altro. Ma è davvero così?

Spielberg è regista che non di-sdegna di girare opere di genere destinate al mercato, ma A.I. è nato come film d'arte, come Duel, come L'impero del Sole, e di bontà consolatoria non v'è traccia in nessuno di questi. L'equivoco di fondo sta nel cercare in questo film una allegoria futurista della fiaba buona di Pinocchio, mentre il tema vero della storia è dettato dalla favola di Peter Pan, una delle più tristi e malinconiche mai scritte. Leggete quelle pagine dell'opera di Barrie nelle quali Peter vuole tornare a casa, dalla mamma che ha sognato in lacrime per lui, e non ci riesce perché trova quella finestra che "avrebbe dovuto essere sempre aperta per lui" sbarrata e la madre che dorme dolcemente abbracciata a un altro bambino. Il doloroso mito di Peter Pan è una delle basi dell'opera spielbergiana: Peter è il Dreyfuss di Incontri ravvicinati e di Always, è l'adolescente Jim de L'impero del Sole che attraversa guerra e campi di concentramento grazie al cinismo della sua età, Peter è Oskar Schindler che ricava per i suoi ebrei (e per la sua coscienza) un angolino sicuro nell'orrore dell'Olocausto, è ovviamente l'E.T. eterno bambino, infine Peter è il nostro David che, come lui, vuole "tornare a casa" e non ci riesce. In questa infelicità profonda, nell'idea di una umanità somma di infinite solitudini, nella sequenza di padri distruttori e madri distratte troviamo l'affinità fra i due grandi uomini di cinema.

Non c'è bontà nel mondo descritto da entrambi, mentre sembra esserci in quello dei robot cui David appartiene. Ma i robot non sono buoni, è che li hanno disegnati così, direbbe Jessica Rabbitt, e a farlo non è stato nessuno dei nostri due, e nemmeno Brian Aldiss autore della trilogia dei Supertoys ispiratrice del film, bensì un altro grande autore, quell'Isaac Asimov di Io, robot che definì a suo tempo le tre leggi della robotica: 1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purchè tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; 3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge.

David è stato creato per amare sempre, senza mai rimpianti né cedimenti. L'unico obiettivo della sua "vita" è di diventare "vero" solo perché ritiene che quella sia la chiave per avere l'amore di Monica (la madre presunta).

Lo strazio diventa, a momenti, insopportabile per noi spettatori di fronte all'idea (da pelle d'oca) di lui bloccato per migliaia di anni in un sottomarino davanti alla statua della fata Turchina finalmente ritrovata, poi nel momento della temporanea realizzazione della sua giornata perfetta, grazie agli alieni clonatori, quella giornata che determina la scomparsa perenne e definitiva della madre e la coscienza di ciò in David che comprende chi è, chi sono gli altri, che il silenzio e la solitudine hanno sopraffatto gli uomini, ma che non percepisce il passare del tempo che per lui sarà infinito.

Lucio Braglia

braglia@cicap.org