Se la fortuna non è cieca

Il punto sugli studi scientifici relativi a fortuna e sfortuna

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  • 02-08-2004
  • di Paola Emilia Cicerone
Ma la fortuna è davvero cieca? I pochi psicologi che si sono posti il problema spiegano che dietro alla nostra convinzione di essere "fortunati" o "sfortunati" c'è il desiderio di tenere sotto controllo gli eventi, soprattutto quelli che ci inquietano. Forti anche di un precedente storico: già negli anni Venti l'antropologo Malinowsky aveva osservato, studiando gli indigeni melanesiani, che i pescatori ricorrevano a magie propiziatorie quando dovevano recarsi in acque sconosciute, mentre se restavano vicini a riva si affidavano solo alla loro abilità.

"La superstizione ci offre una (illusoria) sensazione di controllo sugli eventi, che può aiutare a placare le nostre ansie", sostiene lo psicologo americano Stuart Vyse, docente del Connecticut College e autore di Believing In Magic: The Psychology Of Superstition (Oxford University press, 1997). "Per questo ne sentiamo particolarmente bisogno nei momenti in cui ci vediamo più vulnerabili".

Spiegazioni valide, ma non esaurienti, almeno secondo Richard Wiseman, psicologo dell'Università dello Hertfordshire con un passato di prestigiatore e una passione per temi insoliti come il paranormale. Che alla fortuna e ai meccanismi che la generano ha dedicato un complesso progetto di ricerca, finanziato da varie istituzioni tra cui la British Association for the Advancement of Science, da cui è nato anche un manuale già tradotto in 22 lingue e pubblicato in italiano con il titolo Fattore Fortuna (Sonzogno editore, 2003; vedi recensione su S&P 56).

Non è la prima volta che la scienza cerca di svelare le leggi della s/fortuna. Qualche anno fa ci aveva provato un fisico inglese, Richard Matthews, dedicandosi in particolare alle "leggi di Murphy", ironica summa del pessimismo riassunta nel noto slogan "se qualcosa può andare storto, lo farà". Matthews si è chiesto, in particolare, perché quanto una fetta di pane imburrato cade per terra atterri regolarmente dalla parte del burro. Un dato confermato da uno studio sperimentale appositamente organizzato - complice la sponsorizzazione di un'azienda produttrice di burro - che gli ha permesso anche di dimostrare che l'apparente "sfortuna" è dovuta semplicemente alla relazione fisica tra le dimensioni della fetta stessa e l'altezza cui la teniamo di solito. E altrettanto spiegabili sono risultate altre arcinote iatture, come il fatto che estraendo in successione due calzini da un cassetto questi risultino regolarmente spaiati.

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A certi fatti poi - come l'arrivo dell'autobus in contemporanea con l'accensione di una sigaretta - prestiamo attenzione solo quando ci colpiscono, il che contribuisce a rafforzare i nostri pregiudizi e a farci ignorare le leggi della probabilità. "La differenza tra eventi ordinari e straordinari è soggettiva", spiega Lorenzo Montali, che oltre a essere tra i fondatori del CICAP è anche ricercatore al Dipartimento di Psicologia all'Università di Milano-Bicocca. "Essere in ritardo ad esempio è un evento comunissimo, ma ce ne ricorderemo certamente - considerandolo un colpo di fortuna - se quel ritardo ci ha salvato da un disastro".

Studiando il pensiero non razionale Michael Wohl, psicologo alla Carleton University nell'Ontario, ha verificato ad esempio che molti giocatori accaniti sono convinti di poter influenzare l'andamento di un gioco di azzardo grazie alla loro "fortuna", ignorando le leggi della probabilità e sopravvalutando le possibilità di vittoria. "Spesso non ci rendiamo conto che ci sono eventi rari ma non impossibili, come vincere alla lotteria", aggiunge Montali, "se entriamo al casinò e facciamo una bella vincita, non pensiamo al fatto che qualcuno doveva necessariamente vincere".

Esito analogo ha avuto una ricerca realizzata da Paola Bressan, docente di Psicologia all'Università di Padova, e pubblicata nel 2002 sulla rivista Applied Cognitive Psychology: in questo caso, ad essere oggetto di studio erano le persone che credono in eventi paranormali, ma ancora una volta si è visto che certi eventi appaiono straordinari proprio perché non si tiene conto della possibilità che si verifichino.

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Richard Wiseman
I pochi ricercatori interessati a questi temi tendono però ad analizzare specifici comportamenti, e non il nostro rapporto con la fortuna in quanto tale: "Forse perché si tratta di un concetto difficile da definire, o perché molti psicologi non amano affrontare temi legati alla superstizione o alla magia", sostiene Wiseman. Che nel 1994, per tradurre un concetto così elusivo in caratteristiche concrete, ha messo un annuncio sul giornale, chiedendo a persone particolarmente fortunate o sfortunate di collaborare con lui per analizzarne i comportamenti. Scoprendo intanto che circa il 9 per cento degli individui può definirsi sfortunato, mentre il 12 per cento è classificabile come fortunato e gli altri rientrano nella media. E soprattutto cercando di individuare sperimentalmente i tratti caratteriali che li differenziano. Per dimostrare che le persone sfortunate sono più tese e concentrate, mentre i fortunati tendono a guardare le cose in modo più rilassato e senza perdere di vista il quadro generale, ad esempio, Wiseman ha dato alle sue "cavie" un giornale da sfogliare, chiedendo loro di contare le foto pubblicate e promettendo un premio a chi avesse risposto correttamente. Peccato che il numero giusto fosse stampato a caratteri evidenti su una pagina che molti - gli "sfortunati" - hanno ignorato, perché troppo concentrati nel compito che era stato loro affidato.

Secondo i dati raccolti da Wiseman, essere fortunati vuol dire soprattutto saper cogliere o creare le opportunità e gli incontri più vantaggiosi: "stiamo conducendo una ricerca proprio sulle basi statistiche di quel meccanismo che potremmo definire "com'è piccolo il mondo", che ci porta a incontrare spesso persone che "per caso" sono in relazione con altre persone legate in qualche modo a noi", spiega lo psicologo. "Sappiamo che i "fortunati" sono anche i più abili a stabilire legami tra diversi gruppi di individui, aumentando così la possibilità fare incontri utili".

Le altre "costanti" della fortuna consistono, secondo Wiseman, nel seguire il proprio intuito, essere ottimisti rispetto al futuro, non arrendersi di fronte alle difficoltà e ai fallimenti volgendo per quanto possibile al meglio anche gli eventi negativi. Insomma, nell'imparare a guardare le cose in modo diverso: "Possiamo considerarci fortunati o sfortunati a seconda del punto di vista o delle persone con cui scegliamo di confrontarci", osserva lo psicologo. "Molte delle mie cavie "fortunate" si consideravano tali pur avendo vissuto eventi drammatici, malattie o lutti". Cosa dovrebbe pensare una persona involontariamente coinvolta in un grave, e "sfortunato" incidente, da cui è uscita seriamente ferita ma "fortunatamente" viva? "Di solito", nota lo psicologo, "i pessimisti si giudicano semplicemente realisti. Però gli ottimisti, quelli che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno e si dicono fortunati, anche se vivono in una sorta di illusione ne godono gli effetti positivi". Così come le persone che hanno una fede religiosa - tema di un'altra ricerca di Wiseman - grazie alla quale si può riuscire a dare un senso agli eventi che segnano la vita.

E questo, per quanto banale, è un meccanismo che sta alla base del nostro modo di vedere il mondo: "La tendenza a cercare di dare ordine e significato a quello che succede intorno a noi, creando rapidamente una relazione tra eventi simultanei o in rapida successione - come un tuono e il temporale che lo segue, o l'ingestione di un cibo avariato e il malessere che ne deriva - è indispensabile per la sopravvivenza", ricorda Paola Bressan. Proprio le persone più portate a questo atteggiamento - che Bressan definisce "cercatori di significato" - tendono a sottovalutare le leggi della probabilità, e a incontrare un maggior numero di "coincidenze" che possono essere attribuite alla sorte o a esperienze paranormali: "Si tratta di illusioni cognitive, che però ci aiutano a vivere meglio" spiega la psicologa.

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Attribuire gli eventi alla sorte poi ci consente di essere più indulgenti con noi stessi. "Secondo la teoria dell'attribuzione - proposta nel 1958 dallo psicologo Friz Heider - quando ci troviamo di fronte ad un evento, e ne analizziamo la causa possiamo basarci su una dimensione interna o esterna rispetto a noi stessi, e stabile o instabile in termini temporali", spiega Montali. Insomma, possiamo attribuire un esame fallito alla nostra impreparazione, a un improvviso malumore del docente oppure alla sua costante e inevitabile antipatia nei nostri confronti. In questo quadro fortuna - e sfortuna - sono cause esterne instabili, che cercano di dare senso ad un evento che per noi non ne ha, riducendo l'ansia causata dall'incertezza e al tempo stesso ci assolvono da eventuali colpe: "È un errore di protezione del "self" ", spiega Montali, "tanto più che spesso tendiamo ad attribuire i successi alle nostre capacità e i fallimenti alla sfortuna". Un ragionamento scorretto, e per di più inevitabilmente soggetto a pregiudizi: "uno studio realizzato nel 1974 mostra che individui di entrambi i sessi, se interrogati sulle cause del successo professionale di personaggi famosi, tendono ad attribuire quello degli uomini alle loro capacità e quello delle donne alla fortuna".

"La superstizione, il pensiero magico, sono strumenti per affrontare un'incertezza che ci fa paura: considerarci sfortunati è un modo per dire che i nostri fallimenti non dipendono da noi", sintetizza Wiseman. Che oggi offre vere e proprie "lezioni di fortuna" a manager e altri interessati. "Alcuni dei miei allievi sfortunati, una volta assimilate le regole da me suggerite, sono riusciti a modificare radicalmente la loro vita", spiega. "Essere fortunati vuol dire soprattutto imparare ad affrontare i problemi in modo creativo".

E quindi anche a liberarsi da talismani e superstizioni. Che a volte possono trasformarsi in profezie autoavveranti, quando che la convinzione che possa accadere qualcosa di brutto ci rende ansiosi e insicuri, quindi anche più vulnerabili e soggetti ad incidenti di ogni genere. Un'indagine pubblicata nel 1993 sul British Medical Journal - e confermata da uno studio pubblicato nel 2002 sullAmerican Journal of Psychiatry - mostra che nei paesi anglosassoni e nordici la giornata di venerdì 13 è particolarmente a rischio di incidenti stradali, causati proprio dal nervosismo. Dovuto al fatto che in questi paesi il numero sfortunato è il 13, e non il 17. Che noi consideriamo di malaugurio, secondo alcune tradizioni, perché sarebbe il giorno della crocifissione di Cristo o perché, in numeri romani, XVII è l'anagramma della parola latina "vixi", ho vissuto, e dunque ora sono morto. Mentre il 13 dovrebbe riferirsi al numero dei presenti all'Ultima cena, oppure all'arresto in massa di Templari ordinata dal re di Francia Filippo IV venerdì 13 ottobre 1307. Anche se pochi di quelli che temono questi numeri ne sono coscienti.

Affidarsi a maghi e indovini invece è un altro modo per allontanare l'incertezza, affidando ad altri il nostro destino. "Spesso queste persone ci prospettano dei problemi che non esistono neanche, per poi offrirci un costoso rimedio. E sono abbastanza astute da convincerci che è stato proprio il loro intervento a scongiurare un'inesistente minaccia", spiega Wiseman. "Chi invece si fa leggere il futuro, spesso tende a ignorare le predizioni negative, concentrandosi su quelle positive. È un atteggiamento tipico di chi non ama l'incertezza, mentre la mia esperienza mostra che proprio le situazioni indeterminate sono quelle che ci permettono di assumere il controllo della nostra vita".

Molti poi confidano in un oggetto "portafortuna", magari perché lo avevano con sé in un momento fortunato della loro vita: "I talismani ci danno la sensazione di riprendere il controllo della situazione, e in sé non sono negativi - molte delle persone fortunate che ho studiato ne hanno uno - purché non diventino una scusa per non prepararsi adeguatamente alle scadenze importanti", conclude lo psicologo inglese. Che sta preparando un "portafortuna scientifico" - un medaglione sul quale ha inciso i principi ispiratori della scuola della fortuna - e si prepara a testarlo sperimentalmente con i suoi allievi per verificarne l'efficacia.

Paola Emilia Cicerone 'Giornalista freelance

Per gentile concessione: Mente & Cervello, gennaio-febbraio 2004.

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