Quello che alle donne non dicono; Scelte alimentari; Relatività ristretta; Tenet; Dai nuclei ai quark; Tesla

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Quello che alle donne non dicono
Salvo Di Grazia
Laterza, 2020
pp. 176, € 16


Recensione e intervista di Simone Raho

Salvo Di Grazia, alias MedBunker per gli internauti, torna con un nuovo libro, e lo fa con un’opera, il titolo non inganna, dedicata completamente alle donne. Non solo, l’autore stavolta gioca persino in casa, in quanto ginecologo di professione, e pertanto è perfettamente a suo agio con gli argomenti trattati nel libro.

In un agile volume Salvo Di Grazia chiarisce numerosi aspetti legati alla salute declinata al femminile, dispensando, con uno stile chiaro e diretto, utili consigli e raccomandazioni per non andare alla deriva nel mare di promesse miracolose e terapie proposte quotidianamente da pubblicità ingannevoli e mezzi di informazione spesso poco attenti alla salute dei consumatori.

E così si passa in rassegna il mondo degli integratori, vengono spiegati vantaggi e limiti degli screening e degli esami più complessi, e si finisce per comprendere le strategie di marketing, gli inganni sottili volti a creare malattie che non esistono e che, in ultima analisi, ci spingono a comprare prodotti farmaceutici inutili, se non persino dannosi. E a maggior ragione, come spiega l’autore, le donne sono più a rischio, in quanto mediamente più attente degli uomini alla propria salute e quindi più esposte a questi problemi. Il rischio di ipermedicalizzazione è reale e concreto.

Un libro certamente consigliato a tutte le donne, che dopo la lettura ne usciranno più informate e preparate, ma che raccomanderei anche agli uomini, perché “quello che alle donne non dicono” a volte è ignorato anche da molti di loro.

Per concludere, abbiamo avuto la possibilità di rivolgere alcune domande a Salvo Di Grazia, per approfondire alcuni punti emersi dalla lettura del volume.

Non è il suo primo libro divulgativo, ma è la prima volta che parla di un argomento che, in fin dei conti, ha strettamente a che fare con il suo lavoro. L’approccio è stato differente rispetto ai precedenti? Ha trovato difficoltà particolari?

Ho avuto una sensazione diversa rispetto agli altri libri, più generici e non strettamente legati alla mia specializzazione, la ginecologia. Negli altri sentivo il senso della divulgazione scientifica, il dovere del diffondere cultura e spirito critico, in questo mi sono sentito più a mio agio, come in un giorno di ambulatorio. Ho fatto quello che faccio ogni giorno. Semplice, si potrebbe pensare; invece no: probabilmente sentivo più vicino alle mie competenze questo libro rispetto agli altri e questo rende la scrittura più impegnativa.

Fin dal titolo il suo libro sembra rivolgersi prevalentemente a una platea femminile. Ritiene però che possano esserci dei validi motivi affinché possa essere letto anche da un pubblico maschile? Se sì, quali?

Sicuramente conoscere la donna, la sua fisiologia, i suoi problemi, è un importante elemento di cultura, a maggior ragione in un’epoca nella quale stiamo (finalmente) superando le posizioni arretrate dei secoli scorsi nei confronti della donna. È ovvio e innegabile che si tratti di un testo dedicato e destinato alle donne, certo, ma qualche uomo che lo ha letto mi ha detto di averlo trovato interessante e utile. Ne sono convinto. Anche perché non si tratta di un testo di anatomia o di mera medicina ma anche di comprensione dei meccanismi della fisiologia femminile, dei disturbi, delle perplessità e dei pensieri. E poi il debunking e la scoperta di false cure e imbrogli sulla salute non hanno sesso.

Nel suo libro si parla anche di medicina di genere: dei passi avanti rispetto al passato sono stati fatti, ma tanto resta ancora da fare. Ritiene che tra gli ostacoli più grandi in tal senso possa essercene anche uno di tipo culturale?

Culturale prima di tutto. Ed è difficilissimo liberarsene. Tanto è diffuso e “normale” il sessismo che non si nota. Io l’ho scoperto all’università, quando, studente di medicina con il camice, ero chiamato “dottore” mentre tutte le dottoresse, laureate anche da tempo, erano chiamate “signorine” dai pazienti e dai loro familiari. Incredibile. In quel momento pensai che c’era un ostacolo, un problema, e certo quelle persone non usavano quei termini per offendere o per strani motivi, ma per una barriera mentale che, come tutte le barriere, ha bisogno non solo di cultura, ma anche di una vera e propria rivoluzione. Le rivoluzioni, come si sa, sono lunghe e difficili. Ma ce la faremo.

Secondo il suo parere, se ci fosse un utilizzo più capillare della cosiddetta “Evidence-based medicine”, si potrebbe contrastare più efficacemente la diffusione delle pseudoscienze in ambito medico? Oppure questo non basterebbe?

La pseudoscienza ha un nemico nella medicina basata sulle prove, questo è sicuro, e utilizzando questo approccio avremmo almeno istituzioni, professionisti e università che, invece di prestare il fianco e favorire (come purtroppo accade) le pseudoscienze, le combatterebbero. Però per il grande pubblico non è sufficiente. Bisogna sviluppare un tipo di mentalità che a scuola viene spesso ignorata ma che è invece utilissima. Non certo solo per la medicina, ma per la vita. La mentalità critica, che si fa domande, che non accetta qualsiasi cosa venga proposta, che studia e cerca, che si informa e si incuriosisce. Questo cambierebbe le cose. E torniamo al discorso delle rivoluzioni. Perché ci sentiamo tanto evoluti e moderni, ma a ben vedere di lavoro da fare ce ne sarebbe tantissimo.

E per concludere, ha dei progetti particolari per il futuro?

Per ora quello di continuare il mio lavoro di divulgazione. Ho un paio di progetti che però vedranno la luce solo se riuscirò ad avere un buon riscontro da parte di chi mi legge. E poi i miei libri, i siti, i blog. I video in un canale YouTube che da poco ho iniziato a sviluppare. Ho un’idea che spero vada in porto. Insomma, non è che mi manchi cosa fare, ma ho un eterno equilibrio tra richiesta e domanda: tutto mi costa tanto lavoro e tempo; nel momento in cui mi accorgessi che il mio lavoro ha ormai esaurito il suo scopo, cederò volentieri il testimone a qualcuno dei più giovani che hanno intrapreso la mia stessa strada.

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Scelte alimentari
Nicoletta Cavazza e Margherita Guidetti
Il Mulino, 2020
pp. 172, € 12,00


Recensione di Sabrina Campana

Com'è cambiato nel corso del tempo il nostro rapporto con il cibo? È palese che con il susseguirsi delle generazioni e l'evoluzione della società anche il nostro approccio al cibo e all'alimentazione sia cambiato e ce lo fanno ben notare le autrici del libro Scelte alimentari. Foodies, vegani, neofobici e altre storie.

Il libro si apre con la descrizione di un pranzo natalizio “dei giorni nostri”, un pranzo che non ricorda affatto il tradizionalissimo menù delle nostre nonne. Il nuovo menù deve tener conto di richieste ed esigenze dettate dalle diverse scelte alimentari: la figlia che segue la dieta dell'ananas, il marito che deve stare attento alla colesterolemia, la nipote che mangia solo cibi biologici e il nipote che rispetta determinate usanze religiose. Il pranzo descritto rispecchia la nostra società in tutte le sue sfaccettature alimentari.

Quali sono le motivazioni che ci portano a operare determinate scelte alimentari? Quali sono i criteri che ci guidano nella scelta del cibo? Sono innumerevoli. Gusto e convinzioni personali, esigenze dovute a patologie, credenze religiose, classe sociale e stile di vita. Ma perché avviene questo?

Ciò è dovuto al fatto che gli esseri umani, a differenza degli altri animali, mangiano anche con la mente. «Il cibo è primariamente uno strumento di nutrizione e piacere sia per gli umani che per gli animali, ma gli esseri umani lo hanno reso parte di un sistema estetico (la cucina), un marcatore sociale (per esempio le cucine etniche) e uno strumento morale (per esempio nelle prescrizioni religiose)»: queste le parole delle autrici Nicoletta Cavazza e Margherita Guidetti. Psicologhe e docenti presso l'Università di Modena-Reggio Emilia, analizzano l'attuale società, divisa tra le scelte alimentari più disparate, spiegando in maniera semplice e dettagliata quali sono le motivazioni che ci spingono a scegliere un alimento piuttosto che un altro.

Le autrici, che si occupano più specificatamente di psicologia sociale, con questo libro ci fanno riflettere su quello che è il nostro personale comportamento nei confronti del cibo, senza la pretesa di indicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma facendoci comprendere ciò che realmente si cela dietro alle nostre preferenze in fatto di alimenti.

La trattazione condurrà il lettore attraverso un percorso conoscitivo che alla fine porterà a una maggiore consapevolezza di sé e del proprio atteggiamento nei confronti del cibo.

Spesso ci troviamo a condividere la tavola con parenti e amici in un senso prettamente fisico, ma, d'altra parte, a prescindere dalle personali scelte, quello che rimane importante è condividere un momento oltre che un piatto.

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Relatività ristretta e teoria classica dei campi
Leonard Susskind e Art Friedman
Raffaello Cortina Editore, 2018
pp. 391, € 29,00


Recensione di Renato Serafini

Da diversi anni l’americano Leonard Susskind, uno dei fisici teorici di punta che hanno lavorato anche alla teoria delle stringhe, tiene dei corsi presso l’Università di Stanford per la comunità non accademica locale. Queste lezioni, come ricorda lo stesso Susskind, «furono divertenti, in una misura in cui l’insegnamento a laureandi e dottorandi a volte non è. Questi studenti non erano lì per guadagnare crediti. Il loro scopo era solo uno: imparare, soddisfacendo la propria sete di conoscenza. Per di più, trattandosi di persone abbastanza “navigate”, non erano per nulla intimorite dal fare domande; la classe possedeva una carica vitale che di solito le classi accademiche non hanno». Questo particolare contesto, unito alla grande capacità didattica di Susskind e dei suoi coautori, ha poi prodotto una splendida trilogia denominata Il minimo teorico, composta da 3 volumi; il primo sulla meccanica classica, il secondo sulla meccanica quantistica di base (recensito nel n. 24 di Query dell’inverno 2015 a pag. 60) e questo terzo volume sulla relatività ristretta e la teoria classica relativistica dei campi.

Questo terzo volume è assolutamente all’altezza dei precedenti per chiarezza e rigore espositivo. Come avevamo già chiarito nella precedente recensione, si tratta di libri divulgativi, ma in cui sono presenti anche i passaggi matematici necessari a rendere comunque rigorosa la presentazione. Di fatto richiedono una conoscenza elementare dell’analisi matematica, limitata ai concetti di derivata e di integrale; gli altri strumenti matematici sono spiegati in dettaglio nel libro.

Come già chiarito nell’articolo originario di Einstein del 1905, la relatività speciale si basa su due principi: il fatto che le leggi della fisica devono essere invarianti per cambiamenti di sistemi di riferimento inerziali; e poi il fatto che la velocità della luce è la stessa per qualunque sistema di riferimento inerziale ed è quindi indipendente dal moto dell’osservatore rispetto alla sorgente di luce.

Il primo punto faceva già parte delle assunzioni della meccanica classica (di Galileo e Newton, per intenderci); il secondo, profondamente controintuitivo, introduce invece un elemento di assoluta novità, le cui conseguenze porteranno a una vera rivoluzione dei concetti di spazio e di tempo.

Il lavoro di Einstein sulla relatività ristretta del 1905 parte da un problema emerso nelle equazioni di Maxwell; queste ultime avevano avuto il grande pregio di aver unificato i fenomeni elettrici con quelli magnetici, dando luogo alla teoria generale unificata del campo elettromagnetico; inoltre queste equazioni predicevano anche l’esistenza delle onde elettromagnetiche (poi verificate sperimentalmente alcuni anni più tardi da Rudolf Hertz), come conseguenza puramente matematica delle equazioni stesse.

Secondo le equazioni di Maxwell le onde elettromagnetiche si propagano alla velocità della luce (velocità già nota nel 1865). Ma, ci si chiedeva prima della relatività ristretta del 1905, questa velocità rispetto a quale sistema di riferimento andava misurata? Con le equazioni di Maxwell, si apriva dunque un nuovo problema. Infatti le equazioni di Maxwell risultavano valide solo rispetto a uno specifico sistema di riferimento, quello del cosiddetto “etere”, rispetto al quale misurare la velocità della luce. Se si utilizzava un sistema di riferimento inerziale diverso, la forma delle equazioni cambiava. Questo disturbava fortemente Einstein, che riteneva, come ricordato sopra, che le leggi della fisica devono essere invarianti per cambiamenti di sistemi di riferimento inerziali, assumendo questo come principio informatore irrinunciabile della “buona fisica”.

Si può quindi affermare che Einstein abbia sviluppato la relatività ristretta proprio partendo da questa incongruenza presente nelle equazioni Maxwell. Einstein già a 16 anni si chiedeva cosa avrebbe osservato una persona che cavalcasse un’onda elettromagnetica, viaggiando di conserva con essa. Dovrebbe vedere un campo elettrico e un campo magnetico statico, ma Einstein sapeva che questo era sbagliato perché non era una soluzione delle equazioni di Maxwell.

In sostanza la relatività ristretta risolveva nel modo più elegante il problema nato con le equazioni di Maxwell. Ipotizzando che la velocità della luce sia costante in qualunque sistema di riferimento inerziale, la relatività ristretta dimostra che le equazioni di Maxwell mantengono la loro forma al variare del sistema di riferimento inerziale, a patto che si utilizzino le trasformazioni di coordinate relativistiche (conosciute come trasformazioni di Lorentz) al posto di quelle classiche (di Newton). La conseguenza di tutto ciò fu una nuova concezione dello spazio e del tempo, che ha rivoluzionato completamente la precedente fisica di Newton e che è stata verificata sperimentalmente innumerevoli volte nei 100 anni successivi fino ai giorni nostri. Il concetto di “etere” (come sistema di riferimento privilegiato) viene quindi a cadere. Le trasformazioni di Lorentz rappresentano una generalizzazione di quelle classiche, sono significative quando le velocità in gioco sono elevate; alle velocità piccole tipiche della nostra esperienza quotidiana, le trasformazioni di Lorentz diventano pressoché identiche a quelle classiche di Newton.

Il libro utilizza diffusamente in modo brillante i diagrammi spazio-tempo per illustrare il “singolare” comportamento della relatività ristretta, utilizzandoli anche per chiarire il noto paradosso dei gemelli (secondo cui il gemello che si allontana dall’altro gemello che rimane sulla Terra, quando vi ritorna, ritrova il suo gemello un po' più vecchio) e quello della limousine e del Maggiolino (può una limousine lunga 8 metri entrare in un garage profondo 4 metri?). Vengono poi introdotti i quadrivettori, che sono il formalismo più naturale per descrivere lo spazio-tempo relativistico a 4 dimensioni, spiegando le naturali estensioni della quantità di moto e dell’energia al contesto relativistico.

Il libro si presta perfettamente ad almeno due tipi di utilizzi. È un ottimo libro per un lettore che, dotato della conoscenza minima di analisi matematica, desideri approfondire questa parte della fisica; ma è anche un ottimo libro per uno studente universitario che voglia affiancare a un testo di studio un libro più divulgativo, ma altrettanto rigoroso, che spieghi le cose in modo sicuramente più accattivante e intuitivo.

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Tenet
Regia: Christopher Nolan
USA, 2020
Principali interpreti: John David Washington, Robert Pattinson, Elizabeth Debicki, Kenneth Branagh


Recensione di Maria Rosa Pagni

Il tempo è stato spesso il protagonista dei film di Nolan e Tenet non fa eccezione: sarebbe possibile invertire l’entropia delle cose e, quindi, anche il senso in cui sembra scorrere il tempo? E, se mai questo si verificasse, quali sarebbero gli effetti?

Una premessa che parte da temi scientifici in cui, però, da un lato, si inserisce un elemento molto fantastico e, dall’altro, anche la base che vorrebbe essere rigorosa tralascia punti d’appoggio fondamentali e resta piuttosto inconsistente, come spiega bene Amedeo Balbi in un video chiaro e privo di spoiler su YouTube, che vi consiglio di cercare.

Lo spettatore viene catapultato immediatamente in una spy-story d’azione, degna di un film di James Bond: è in corso una guerra fredda tra futuro e presente e la posta in palio è la salvezza del mondo intero e forse anche di tutto l’universo. Non si può aggiungere altro, perché la trama è una sorta di gigantesco puzzle, fatto di tanti tasselli che vengono svelati man mano che il film procede, fino a portarci, se facciamo molta attenzione, al quadro finale completo (o quasi). Che si tratti di un grande gioco (se enigmistico o di prestigio sarà lo spettatore a deciderlo, forse), è comunque chiaro fin dal titolo e dalle altre quattro parole che compongono il Quadrato del Sator, le quali costituiscono elementi chiave di tutta la vicenda, a cui si aggiunge un curioso riferimento a Pompei, luogo in cui furono ritrovate le più antiche versioni di questo quadrato magico.

Una storia così complessa, articolata e talvolta straniante – come sottolinea la colonna sonora di Ludwig Goransson – penalizza l’approfondimento psicologico dei personaggi (ma possiamo ricordare tante altre opere in cui questo elemento non era affatto la priorità), però la coppia Washington-Pattinson funziona molto bene, l’uno pieno di dubbi, domande e incertezze e l’altro che dà risposte con un fare un po’ guascone (e, forse per la prima volta, risulta pure simpatico!).

Peccato, quindi, perché ci sarebbero tutte le premesse per una storia di hard sci-fi che avvince e ribalta i punti di vista, specie nelle scene d’azione in cui il tempo scorre alternativamente nei due sensi, e ci si sente come se si fosse sopra un ottovolante impazzito. Alla fine, però, forse proprio perché troppo focalizzato nel creare questa artificiosa complessità, Nolan manca clamorosamente il bersaglio.

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Dai nuclei ai quark
Mauro Giannini
Aracne Editrice, 2019
pp. 240, € 17


Recensione di Silvano Fuso

L’aggettivo nucleare è oramai divenuto quasi un tabù. La sua continua associazione a sostantivi quali guerra, armamento, ordigno, disastro, catastrofe etc. ha determinato nell’immaginario collettivo un’immediata connotazione negativa di tale termine. Prova ne è che esso viene talvolta addirittura censurato. Per esempio, una nota e diffusa tecnica diagnostica medica, la cui denominazione completa è risonanza magnetica nucleare, viene abbreviata con risonanza magnetica, omettendo appunto l’aggettivo ritenuto imbarazzante. Per non parlare poi degli oramai quasi umoristici cartelli stradali che, all’ingresso di un centro abitato, annunciano pomposamente “Comune denuclearizzato”.

In realtà il termine nucleare significa semplicemente “relativo al nucleo atomico” e non esiste nulla a questo mondo che non sia fatto di atomi e che non possegga quindi anche nuclei. Di conseguenza, bene ha fatto la casa editrice Aracne a fare un po’ di chiarezza, dedicando un’intera collana al tema “nucleare”. All’interno della collana sono usciti finora 13 volumi. Il dodicesimo si intitola Dai nuclei ai quark e ne è autore Mauro Giannini. Giannini è stato, dal 1990 al 2012, professore ordinario di Istituzioni di fisica nucleare presso la Facoltà (oggi Scuola) di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Genova. Inoltre è socio CICAP della prima ora, da quando, nel lontano 1996, organizzammo la conferenza inaugurale del neonato CICAP Liguria, presso il Dipartimento di fisica dell’ateneo genovese.

Dai nuclei ai quark è un bel libro e, ci tengo a precisarlo subito, è leggibile da chiunque. Se non ci si deve far spaventare dall’impropria connotazione attribuita all’aggettivo nucleare, non si deve neppure aver timore dell’intrinseca complessità degli argomenti trattati nel volume. Giannini, infatti, riesce con un linguaggio chiaro e lineare a far comprendere anche le tematiche oggettivamente più difficili. Per poter apprezzare il libro non sono infatti richieste particolari conoscenze pregresse, ma solamente un po’ di impegno nel seguire i ragionamenti dell’autore, oltre all’indispensabile curiosità di chiunque si occupi di questioni scientifiche.

Il libro è costituito da 13 capitoli che vanno dalla scoperta dell’atomo a quella del nucleo, dai primi modelli atomici a quelli nucleari, dallo studio delle forze e delle simmetrie che agiscono a livello nucleare fino alla descrizione di quello che viene chiamato “Modello Standard”. Quest’ultimo è in pratica la teoria più avanzata che la fisica moderna ha saputo fino a oggi elaborare per descrivere tre delle quattro interazioni fondamentali note (interazione forte, elettromagnetica e debole) e tutte le particelle elementari conosciute (la quarta forza, la gravità, resta fuori e questa rappresenta una delle grandi sfide della fisica contemporanea). Completano il volume una bibliografia, un’appendice e un utile indice dei nomi.

Il volume ripercorre tutte le più significative tappe che la ricerca fisica ha compiuto nello sforzo di comprendere la struttura profonda della materia. Non è, però, un testo di storia della fisica. L’evoluzione cronologica delle scoperte è usata efficacemente come filo conduttore per far comprendere come siano nate e si siano sviluppate certe idee. Questo, secondo me, è il principale punto di forza del libro. Sono oramai parecchi i testi divulgativi che trattano questi argomenti. Molti di essi si limitano tuttavia a esporre i risultati raggiunti, senza far capire bene al lettore in che modo sia stato possibile ottenerli. Giannini invece guida il lettore attraverso la sequenza di ragionamenti che hanno portato a certe conclusioni. E lo fa in modo critico, senza toni trionfalistici. Differenziandosi anche in questo da un certo tipo di divulgazione sensazionalistica che mira a meravigliare e a impressionare il lettore, Giannini, da scienziato, mette costantemente in evidenza gli immancabili limiti di ogni scoperta che, se da un lato risolve alcuni problemi, dall’altro ne apre inevitabilmente di nuovi. A cominciare dallo stesso Modello Standard, principale punto di arrivo di tutto il volume. Come scrive lo stesso Giannini a conclusione del volume: «le conoscenze che attualmente abbiamo sui costituenti fondamentali della materia e che sono codificate nel Modello Standard sono certamente un punto fermo ma siamo ben lungi dal poter dire che siamo arrivati alla fine: c’è ancora tanto da capire. [...] possiamo considerare le nostre conoscenze attuali come il prologo di quelle che verranno». Così funziona la scienza e il volume di Giannini, al di là dei contenuti disciplinari specifici, lo fa capire molto bene.

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Tesla. L’inventore dell’era elettrica
W. Bernard Carlson
Hoepli, 2019
pp. 520, € 27,90


Recensione di Sergio Salvi

Tra i fiumi d’inchiostro versati su Nikola Tesla sia in vita sia dopo la sua morte, mancava all’appello un’opera seria – una volta tanto – che spogliasse finalmente il geniale scienziato di origine serbo-croata, poi naturalizzato statunitense, della bardatura di pseudoscienza con la quale è stato rivestito, suo malgrado, nei decenni successivi alla sua scomparsa.

Finora molti autori, spesso senza qualifiche credibili né competenze accertate, si sono cimentati nel delineare un ritratto di Tesla che, nella stragrande maggioranza dei casi, ha visto trionfare gli aspetti folkloristici piuttosto che il profilo scientifico del personaggio.

Ci voleva dunque uno studioso serio come W. Bernard Carlson, professore di Storia della scienza presso la School of Engineering and Applied Science e la University of Virginia, per spazzare via la sterpaglia di miti e leggende fiorita intorno a Tesla nel corso del tempo. Una fioritura che l’autore spiega molto bene nell’epilogo del suo volume: Tesla, a differenza di scienziati come Edison e Marconi, è finito in un angolo della storia non solo perché non ha mai creato un’importante società omonima per fabbricare le sue invenzioni, ma anche perché non è stato una figura strumentale alla guerra fredda in America. Non essendo nato in America e per di più considerato un idealista visionario, Tesla non poteva rappresentare né “l’ingegno degli Yankee” né il senso pratico e produttivo – in termini di beni di largo consumo capaci di migliorare la vita della gente comune – tipico di personalità come Thomas Edison o Henry Ford. Pertanto, scansato da una certa narrazione, Tesla non poteva fare altro che finire tra le braccia di quella cultura popolare controcorrente che vagheggiava ideali contrapposti a quelli industrialisti ed economisti della società americana del secondo dopoguerra.

Pur non trascurando di approfondire gli aspetti squisitamente biografici e la complessa personalità di Tesla, lo studio di Carlson muove soprattutto dalla necessità di rispondere a tre domande fondamentali: come inventava Tesla? Come funzionavano le sue invenzioni? Cosa succedeva nella presentazione delle sue invenzioni?

Le risposte a queste domande arrivano puntualmente man mano che si procede nella lettura dei sedici capitoli dell’opera, che descrivono Tesla come un inventore alla perenne ricerca di un equilibrio tra la nascita delle idee alla base delle sue invenzioni e la creazione delle illusioni necessarie a promuoverne l’acquisto dei brevetti, al fine di ottenere, più che il guadagno economico, l’affermazione delle sue scoperte a beneficio dell’umanità. Un equilibrio che – come sottolinea Carlson – ha infine portato Tesla, proprio quando era al culmine dei suoi poteri creativi, a dare più enfasi alla creazione di illusioni che alla conversione delle sue idee in macchine funzionanti. Una lotta tra l’idea e l’illusione che ha condotto, da un lato, alla concretizzazione di fondamentali invenzioni destinate a cambiare per sempre la società moderna (come il motore a induzione magnetica in corrente alternata polifase, la “bobina di Tesla” e altri dispositivi che saranno alla base dello sviluppo della radio e avranno ricadute persino su televisione e telefonia mobile). Accanto a queste invenzioni, sono degni di nota gli studi pionieristici sulle correnti ad alto voltaggio e altissima frequenza, che furono alla base dell’idea di ottenere la trasmissione wireless di energia (l’epopea della celebre stazione sperimentale di Colorado Springs è suggestivamente narrata nel tredicesimo capitolo del libro). Dall’altro lato, la continua creazione di illusioni volte a catturare l’immaginazione sia dei futuri acquirenti dei suoi brevetti sia del grande pubblico, spesso rilasciando interviste piene di favolose affermazioni rimaste però indimostrate, finirà con il ritorcersi contro lo scienziato, minandone progressivamente la credibilità.

Il fallimento del progetto Wardenclyffe, che nelle ambizioni di Tesla doveva rappresentare il primo, fondamentale tassello di quel sistema mondiale di diffusione di energia e informazione senza fili che non poté mai portare a compimento, segnerà la fine della sua carriera di audace innovatore, ma non smorzerà la sua immaginazione, che continuerà ad alimentare nuove ed entusiasmanti illusioni destinate a persistere nell’immaginario collettivo.

In definitiva, il Tesla narrato da Carlson è un genio visionario, un “Leonardo dell’elettricità” che, similmente all’insuperato toscano, ha partorito idee strabilianti, ha indagato con passione la natura seguendone i misteriosi percorsi, ha ideato molte più opere di quante non ne abbia concretizzate; ma è anche un uomo in perenne oscillazione tra momenti di gioia pura e ansie spaventose, grandi successi e altrettanto grandi fallimenti, luci scintillanti come fulmini e ombre oscure di mistero.