Non sempre naturale fa rima con salutare

Se tutto ciò che è “naturale” va protetto perché è “buono”, in che modo dobbiamo confrontarci con organismi nocivi ma inequivocabilmente naturali come il plasmodio, che causa la malaria, o il virus SARS-CoV-2, responsabile di Covid-19? Da che parte stiamo: da quella del batterio Xylella o da quella degli ulivi che ha devastato?

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  • 22-06-2023
  • di Roberto Defez
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Esemplare adulto di Philaenus spumarius, l’insetto vettore del batterio Xylella © Tomasz Klejdysz/iStock
Alla radice del termine "natura" c'è la nascita e quindi il divenire, il cambiamento, il rimescolamento tra individui, l’apparire di nuove individualità uniche e diverse da tutte le forme simili. Ogni nuovo essere vivente è unico nel suo assortimento non solo di caratteri, ma anche di esperienze che si intersecano con quei caratteri. Quindi una natura intesa come movimento, non come forma cristallizzata e sempre identica a sé stessa. Nel cambiamento dunque è incluso il concetto di evoluzione, di adattamento, di cambio di generazioni, di un passato usato per andare nel futuro. Ma senza che questo implichi dei concetti che sentiamo troppo spesso, in cui naturale viene declinato in “buono, pulito e giusto”, o in “sano, accogliente, protettivo, fisiologico”. In altre parole, la Dea Natura sa cosa fare e dove andare, mentre l’uomo è la sua degenerazione che sporca, inquina, contamina e corrompe. Ma il petrolio, il curaro o l’amianto sono anch’essi naturali, ma non salutari. Quindi questo dissolversi nel sogno di una natura tutta immaginaria è solo una misura di quanto lontane ormai siano le persone che vivono vite virtuali, in spazi tanto distanti da quelli reali da spingere tanti a idealizzare e deificare un ideale di natura peraltro difficilmente definibile.

Aria viziata


Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità[1], nel primo anno del nuovo millennio nel mondo sono morte di malaria 896.000 persone , poi scese a 562.000 nel 2015 e a 558.000 nel 2019. A quel punto è arrivata un’altra malattia, tanto “naturale” quanto la malaria, ossia Covid, e le morti mondiali per malaria sono aumentate del 12% rispetto all’anno precedente, un incremento causato probabilmente dalle diminuite cure dovute all’emergenza della nuova pandemia. Come è noto, la malaria è dovuta all’azione di un protozoo, il più letale è il Plasmodium falciparum, che aggredisce prima il fegato e quindi i globuli rossi, provocando febbri ricorrenti che possono portare alla morte, soprattutto nei soggetti più fragili. Questa è la natura (con la n minuscola) e queste sono le sue crude e spietate leggi. I principi che regolano queste dinamiche sono abbastanza semplici: si mangia quello che c’è, più cibo è disponibile, più è probabile che ci sia qualche organismo che lo usi per nutrirsi e soprattutto per assolvere la legge fondamentale degli esseri viventi: riprodursi. Ossia si riprodurrà di più chi riesce a usare un certo alimento o sostanza, nelle condizioni ambientali in cui si trova. Il vero faro dei processi naturali è arrivare a riprodursi, mettendo la nuova generazione nelle migliori condizioni possibili per nascere, crescere e svilupparsi.

Trombosi


Rispettando queste leggi, ci si può spiegare cosa è successo nel Salento dal 2013 a oggi. A dieci anni dall’insorgere della patologia del disseccamento rapido degli ulivi, sono morte 11 milioni di piante senza che sia ancora stata trovata una cura valida per debellare il patogeno che ha causato questa strage vegetale, il batterio da quarantena Xylella fastidiosa, subspecie pauca ST53. Il sospetto è che questo patogeno (che nelle sue differenti subspecie attacca moltissime piante) sia arrivato in Puglia, trasportato come ospite non patogeno in piante di caffè decorative originarie della Costa Rica. Atterrato in Puglia ha trovato un insetto vettore che poteva ospitarlo e portare Xylella in giro negli uliveti: la cicalina Philaenus spumarius.

Riassumendo, un batterio evolutosi naturalmente su altri tipi di piante e catapultato in un nuovo ambiente, trova un sistema efficiente per essere ospitato da un emittero che trascorre l’autunno e l’inverno sulle erbacce di tutti i campi pugliesi, per salire poi sulle chiome degli ulivi a maggio e trascorrevi l’estate. Il batterio si trova così a contatto con le chiome giovani e delicate delle nuove foglioline e può accomodarsi al loro interno. Qui si nutre della linfa della pianta e si riproduce fino a occludere i vasi, portando alla morte per sete e fame prima dei rametti più giovani e quindi dell’intera pianta. Non lontano da Gallipoli è morto per Xylella anche il Gigante di Alliste, un ulivo vecchio di 1500 anni.

Non mi dilungo su queste vicende perché Daniele Rielli ha appena pubblicato un libro esemplare, Il Fuoco Invisibile, (Rizzoli 2023). Il sottotitolo è: “Storia umana di un disastro naturale” che si può parafrasare anche in “Storia naturale di un disastro umano”, ossia come le azioni di molti protagonisti di questa vicenda hanno contribuito ad acuire una epidemia imprevedibile e sfortunata.

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Cellule di coronavirus © unewind/iStock
I meccanismi darwiniani della selezione naturale sono questi: l’eterna lotta tra preda e predatore, tra pianta e patogeno, tra aggressore e aggredito. Ogni volta che uno dei due riesce a sopravvivere e a riprodursi, spesso il contraltare è la morte del suo avversario o della sua prole. Poi un giorno appare una variante, una mutazione genetica che consente a un patogeno di superare le protezioni dell’aggredito, e a quel punto l’epidemia dilaga in un campo che non ha quasi più difese.

In questo scenario, l’aggressore Xylella dovrebbe sterminare tutti gli ulivi, ma la selezione darwiniana funziona anche a rovescio. Ci sono alcune piante di ulivo più tolleranti, ci sono incroci con altri ulivi che si mostrano abbastanza resistenti e poi ci sono le mutazioni e le nuove generazioni. Dagli ulivi morenti cadono le olive, che in genere hanno enormi difficoltà a germogliare sotto la chioma delle piante madri; ma quando queste sono rachitiche e avvizzite, dai noccioli delle olive cadute emergono più piantine. Tra queste nuove piante solo quelle più tolleranti a Xylella riusciranno a crescere e così nei punti dove più feroce è stata l’aggressione del patogeno possono rinascere nuove piantine di ulivo con maggiori speranze di sopravvivere al batterio. La battaglia tra preda e predatore può ricominciare.

Improvvisamente


L’Italia è stata catapultata sulla scena internazionale per due volte in sette anni. Per due volte nel nostro Paese sono esplose due patologie sconosciute e potenzialmente devastanti, due nuovi patogeni contro i quali non avevamo esperienze, storie pregresse, modalità di reazione, previsioni su come si sarebbero evolute le patologie né sul breve, né sul medio-lungo termine. In entrambi i casi le patologie erano esotiche, in tutti e due il patogeno nasceva a 7-8 fusi orari di distanza e atterrava in Italia senza tappe intermedie.

Siamo stati i primi a sperimentare Covid-19 in un paese sviluppato, i primi dotati di un sistema sanitario e di comunicazione delle patologie trasparente e connesso con le strutture pubbliche sovranazionali. Era il 21 febbraio 2020. Sette anni prima, nell’agosto del 2013, avevano cominciato a morire uno dietro l’altro gli ulivi del Salento con una infezione che ha viaggiato verso nord alla velocità di 20 chilometri l’anno, macinando e distruggendo la monocoltura di ulivi.

Nel primo caso abbiamo chiuso scuole, fabbriche e uffici, ci siamo rintanati in casa, abbiamo evitato i contatti e sospeso per mesi le nostre vite sociali: abbiamo ostacolato il diffondersi dell’epidemia di cui noi stessi eravamo i vettori involontari. Nel secondo caso, grazie a magistrati presuntuosi, politici volubili come banderuole al vento e ai soliti cantanti, comici e santoni onniscienti, abbiamo steso un tappeto rosso che ha consentito a un patogeno da quarantena come Xylella di risalire la Puglia fino a diventare la più grave emergenza fitosanitaria continentale. C’è di che riflettere su come reagiamo a emergenze mediche rispetto a come reagiamo a emergenze o innovazioni che riguardano il cibo o il paesaggio.

Selvaggi


La questione che si pone è: ma Xylella, plasmodio e Covid-19, essendo naturali, devono essere trattati come Naturali (qui con la N maiuscola)? Se tutto quello che è naturale va protetto, stiamo dalla parte di Xylella o dalla parte degli ulivi? Aiutiamo il plasmodio a svilupparsi o facciamo di tutto per salvare una parte del mezzo milione di bambini che ogni anno muore di malaria in Africa? Ci mettiamo le mascherine, ci laviamo le mani, ci andiamo a vaccinare una, due, tre e anche quattro volte contro SARS-CoV-2 in modo da tutelare i nostri anziani, oppure ci comportiamo come se Covid-19 fosse una malattia che uccide poco tra giovani e giovanissimi, per cui facciamo valere la legge della giungla, ossia sopravvive il più forte (e il più adatto)?

Che si fa? Aspettiamo sul bordo del torrente che la corrente porti via il cadavere del nostro nemico e subito dopo anche noi con la prima alluvione che fa esondare il corso d’acqua, oppure alziamo gli argini, facciamo opere di prevenzione, dragaggio e tutela dei fiumi? La Natura non ha mai costruito case, sviluppato l’energia elettrica o Internet, non ha mai purificato un anestetico per l’estrazione di un dente o un’operazione all'appendice. La Natura non fa campi di grano, non coltiva nulla, non fa incroci o innesti tra piante, non costruisce canali per irrigare, non dissoda il terreno, non custodisce il raccolto in stanze climatizzate e non trasporta piante in giro per il pianeta. Certo, anche col rischio che si manifesti un patogeno come Xylella, ma anche per migliorare la nostra alimentazione. Chi pensa a una Natura immacolata pensa anche di usare solo prodotti locali; ma pomodori, patate, melanzane, ciliegie, mele o riso non nascono né in Italia né in Europa: noi mangiamo quasi solo frutti esotici. Non contenti, abbiamo passato anni a migliorare questi prodotti adattandoli al nostro ambiente e al nostro gusto.

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Un esemplare di melo selvatico (Malus sieversii), l’antenato della maggior parte delle varietà di melo domestico © A.Savin/ WikiCommons

Addomesticati


Pensiamo alle mele che nascono in Kazakistan, nell’Asia centrale, alle pendici di montagne alte 7000 metri. Questo frutto trova il suo massimo successo in Europa e Nord America, dove lo adattiamo alle condizioni locali, lo rendiamo dolce, succoso, croccante e profumato. In realtà facciamo l’opposto della selezione naturale: la nostra è la selezione del predatore, quanto di più innaturale esista, sarebbe come selezionare topi addestrati per saltare in bocca ai gatti. Se le mele, le pere, il riso o i pomodori sono come li conosciamo oggi, è perché servivano a noi, servono a cibare noi umani che mangiamo gli ovari delle piante, (i frutti) e i figli delle piante (i semi). Le piante naturali non nascono per farsi sbranare da noi, ma per sfuggire ai predatori.

Anche quando le piante “usano” i predatori, lo fanno per proteggere la loro specie. I semi delle mele devono resistere ai succhi gastrici di orsi e cervi; così, una volta che questi animali si sono nutriti dei frutti riprendono il cammino mentre digeriscono, percorrendo la via della seta con le loro deiezioni ci hanno progressivamente avvicinato le piante di melo. Noi invece no, noi coi semi ci facciamo il compost, o li buttiamo in discarica o nelle fogne. Noi non mangiamo quasi mai piante selvatiche, ma quasi solo piante coltivate che in realtà si chiamano addomesticate. Per capire quanto una pianta selvatica sia vicina a una addomesticata, immaginate di lasciare per una sola notte in una savana africana una delle nostre vacche da latte: forse non serve nemmeno attendere il calare del Sole per assistere all’impietoso banchetto dei suoi predatori.

Tuttavia, questa lunghissima selezione fatta dall’uomo sulle piante addomesticate che coltiviamo ha lasciato fragilissime le piante. Proteggerle ora non è una possibilità, ma una necessità imprescindibile. Richiamando il principio già enunciato per cui si mangia lì dove c’è il cibo, dobbiamo immaginare un campo coltivato come un’enorme tavola imbandita dove gli ultimi a servirsi siamo proprio noi, mentre i primi sono insetti, animali selvatici e patogeni. E le piante coltivate non sono solo aggredite da ogni sorta di predatore, ma anche sovrastate da ogni tipo di erba infestante: la FAO stima che le erbacce siano la prima causa di perdita di raccolti, che incide per 95 miliardi di euro l’anno.

Torna ossessiva la stessa domanda: difendiamo il grano o la gramigna? Sono entrambi naturali (per la verità è molto più naturale la gramigna dei grani che abbiamo selezionato e forzato a incrociarsi), ma noi, che pure siamo naturali, possiamo agire per tutelare la nostra specie e con noi il grano?

Sapiens?


Siamo quindi quasi a una domanda filosofica: ma noi esseri umani siamo naturali? Siamo parte della natura o siamo altro? Non è che nel nostro delirio di onnipotenza ci sentiamo in una nuova ed esclusiva categoria? Nella scala più bassa della “dignità” naturale troviamo rocce e sedimenti, più su esseri microscopici e unicellulari, più in alto le piante, più in alto ancora gli animali in genere, ma distinguendo tra gli animali i più importanti e degni di rispetto ossia i vertebrati. Finalmente, ci siamo noi, posti un gradino più in alto, al confine con quelle che definiamo divinità. Dei quasi-dei che da un lato possono imperversare sulle terre, sui mari e sui pianeti, ma che dall’altro lato non dovrebbero più rispettare le leggi della riproduzione e della tutela della prole, e così facendo escono progressivamente dal loro passato animalesco. È davvero così che ci consideriamo?

Pensiamo solo a come oggi “artefatto” o “manipolato” siano divenuti termini dispregiativi e sinonimo di inquinato. Il pollice opponibile non più come segno tangibile del nostro passaggio evolutivo ad artigiani che fanno ad arte, ma come simbolo del nostro essere diventati campioni di contaminazione del “creato”.

Pessimisti


Dietro questa deificazione della Natura si intravede il tramonto delle ideologie politiche e sociali degli ultimi secoli. Lo spegnersi di afflati sociali e della capacità umana di riscatto, di mediazione, di equilibrio, di moderazione e di tutela del nostro ambiente, degli altri esseri umani tutti e della procreazione. Il sentimento sempre più diffuso di egocentrismo e di fastidio nel gestire le nuove generazioni che oscilla tra l’incuria, il dominio su ogni gesto dei figli, la delega dell’educazione a badanti e videogiochi, la costruzione di recinti e steccati dove ogni momento dell’esistenza è già programmato e incasellato in un progetto dei genitori. In questo rifugiarsi verso una nuova divinità chiamata Natura, che finora è stata un pericolo per la nostra sopravvivenza (peste, eruzioni, terremoti, carestie, etc.) un ruolo sconfinato potrebbe giocarlo il metodo scientifico come chiave per indicare percorsi, cambiare idea, valutare opportunità e progettare il futuro. Un metodo opposto a quello dell’ideologia, costretta a non cambiare opinione. Un metodo che si basa sull’analisi dei dati, dei fatti e dei numeri, come sistema per decifrare la natura e il nostro abitarvi dentro. Un metodo scientifico che è anche un onere che buona parte della comunità scientifica rifiuta, tarda a prenderne autocoscienza o che non pensa di avere, anzi che forse teme. Un ruolo che prima ancora di diffondersi genera reazioni da shock anafilattico: terrapiattisti, antivaccinisti, profeti di catastrofi da 5G o scie chimiche, devoti alla biodinamica, crudisti e via discorrendo. Le piante che noi abbiamo selezionato all’opposto della selezione darwiniana hanno bisogno della nostra mano per poter crescere e nutrirci. Abbiamo messo al mondo degli organismi fragilissimi che vivono solo delle nostre cure: lasciarle libere in natura equivale ad abbandonare un animale domestico su una piazzola autostradale.

Ottimisti


Uno scienziato è selezionato per essere un inguaribile ottimista. Sa pensare a 10-15 anni più avanti e talvolta a esperimenti che dimostreranno la validità di una teoria solo molti decenni più tardi. Gli scienziati sono degli statisti con lo sguardo che fissa l’orizzonte in un mondo di persone affannate dove non si va oltre il progettare la cena della sera. Comprendere in pieno i meccanismi della mutazione/selezione ci obbliga a tutelare molte generazioni dopo di noi, cercando di sostenerle e incoraggiarle con l’affetto e la commozione di un bisnonno che sogna e sorride ai suoi pronipoti.

Note


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