L’ondata di post era iniziata a ottobre con un annuncio di Meta: avrebbe offerto agli utenti la scelta tra pagare un abbonamento o continuare a usare gratis la piattaforma, ma ricevendo pubblicità mirate. In breve, i social si erano riempiti di messaggi con uno schema simile: dichiarazioni formali contro lo sfruttamento economico dei propri contenuti, riferimenti legali non appropriati (come lo Statuto di Roma o lo Uniform Commercial Code) e l’invito a copiare e diffondere il testo.
Secondo un gruppo di antropologhe scandinave guidato da Evelina Liliequist, questi post possono essere visti come una forma di magia apotropaica, destinata cioè a proteggere e a esercitare un controllo simbolico su forze percepite come potenti e ostili.
Le analogie con gli incantesimi tradizionali sono molte. Innanzitutto, è presente una struttura ritualistica: molti post contenevano istruzioni precise («tieni premuto il dito sul testo e clicca copia»). Poi, l’impiego di termini pseudo-legali, che richiamano l’uso del latino o del greco nelle formule magiche – parole che suonano autorevoli anche se oscure. Infine, come nelle vecchie “lettere dal cielo” (Himmelsbriefe)[2], che promettevano protezione divina a chi le copiava, anche questi post contenevano una minaccia: in mancanza di una condivisione, Facebook avrebbe potuto usare i dati personali dell’utente.
È interessante che alcuni post includessero commenti personali come «spero che funzioni», rivelando in questo modo qualche dubbio sull’efficacia del metodo. Vi erano poi parodie volte a ridicolizzare le catene originali con versioni assurde («Do il mio pieno permesso alla CIA, all’FBI, alla Guardia Svizzera...»), e post di debunking che ne mettevano in luce le inesattezze.
Le tre tipologie di messaggio rappresentano le diverse posizioni degli utenti: chi spera che la “magia” funzioni, chi la ridicolizza e chi cerca di smontarla. In sostanza, lo studio suggerisce che Facebook possa essere visto non solo come uno strumento di comunicazione, ma come un “luogo di credenze” – un ambiente in cui le persone negoziano e manifestano le loro convinzioni.
Le ricercatrici sottolineano anche come questi post, per quanto inefficaci da un punto di vista legale, esprimano timori reali: la perdita di controllo sui propri dati, la sensazione di impotenza di fronte alle piattaforme, la paura che foto personali divengano pubbliche. In un mondo digitale opaco, in cui le grandi aziende appaiono entità ostili guidate dall’avidità, condividere una catena di Sant’Antonio può sembrare meglio che non fare nulla – un piccolo rituale di resistenza contro forze troppo grandi per essere contrastate.