Verdi, altruiste e coscienti?

Il dibattito sull’intelligenza delle piante, un’idea antica tanto affascinante quanto azzardata, tra osservazioni sorprendenti, questioni di lessico e prospettive antropocentriche

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  • 03-06-2026
  • di Marco Ferrari
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© wildpixel/iStock
Il meccanismo della ricerca scientifica, come ben sanno i soci del CICAP, si basa su idee, intuizioni, ipotesi e teorie, non necessariamente in quest’ordine. Dopo la costruzione di un coerente modello della realtà che ci interessa, gli altri dati di fatto sono comparati al quadro teorico generale, per vedere se il tutto “rientra”. Se ciò non accade, si procede con altri esperimenti o osservazioni e, se necessario, si modificano le teorie. Ma è un caso molto particolare, specie se le teorie stesse sono solide e storicamente fruttuose. Per questo il dibattito che negli ultimi decenni sta pervadendo la ricerca botanica è così interessante.

Fino a circa una trentina d’anni fa, il mondo vegetale era visto come costituito da specie molto particolari, dotate di caratteristiche peculiari e proprie; distanti, quanto a proprietà intrinseche, dagli altri regni, in particolare quello degli animali. Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, e all’inizio di questo millennio, alcuni ricercatori hanno avanzato invece ipotesi molto particolari, che ricollocavano le piante in ambiti distanti da quelli usuali. In particolare, alcuni esperimenti e molte osservazioni hanno proposto la presenza, anche nel mondo vegetale, di intelligenza, senzienza, coscienza e altre proprietà che pensavamo limitate agli animali, e neppure a tutti. Da lì sono partiti alcuni filoni di ricerca, e soprattutto di elaborazione dei risultati, che hanno prodotto molti interventi e scatenato una vera battaglia a colpi di paper scientifici, analisi e critiche, fino ad accuse di fughe in avanti ed eccessiva fantasia, e d’altra parte oscurantismo e poca volontà di innovazione.

In realtà, l’origine dell’idea che le piante possano essere senzienti è paradossalmente antichissima ed estremamente diffusa; vederle come esseri coscienti e dotati di capacità non dissimili da quelle degli animali è ancora un tratto di moltissime culture non occidentali odierne. Ed era diffusissimo anche in passato. Se una caratteristica culturale è presente praticamente su tutta la Terra, significa che la sua nascita e diffusione sono estremamente antiche. Questa visione è stata dimenticata o quasi annullata dal razionalismo moderno. La scienza, purtroppo per le antiche visioni, è sempre alla ricerca di dati concreti e di conferme “concrete”. Gli esperimenti di qualche decennio fa hanno fornito almeno una base di discussione.

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I viticci di alcune piante (nella foto Pisum sativum) in certi esperimenti mostrano tendenze statistiche nella scelta dei viticci intorno a cui avvolgersi © Debby Romano/iStock


Viticci, radici e sinapsi


Le sperimentazioni più note provengono da alcuni laboratori italiani ed europei. Riguardano principalmente la capacità dei viticci – studiati in specie come il fagiolo comune (Phaseolus vulgaris) ma anche in Pisum sativum e in alcune Cucurbitacee – di orientarsi verso supporti fisici prima ancora di entrarvi in contatto diretto. I viticci compiono movimenti rotatori spontanei chiamati nutazioni, che aumentano statisticamente la probabilità di intercettare un sostegno. Fin qui siamo in un territorio di fisiologia vegetale, abbastanza neutro. Il passo più controverso è stato compiuto da alcuni ricercatori – e divulgato con entusiasmo da Stefano Mancuso di Firenze. Essi sostengono che i viticci sarebbero capaci di “valutare” diversi supporti e “scegliere” quello più adatto in termini di diametro, struttura esterna o stabilità. Alcuni esperimenti hanno effettivamente mostrato preferenze statistiche: i viticci tenderebbero ad avvolgersi meno volentieri intorno a supporti molto lisci o di diametro inadeguato.

Anthony Trewavas, un ricercatore inglese, dal canto suo ha costruito un’argomentazione teorica sull’intelligenza vegetale come plasticità adattiva: la capacità della pianta di modificare architettura radicale, apertura degli stomi, produzione di ormoni in risposta a stimoli ambientali complessi sarebbe sintomo di intelligenza.

Proprietà come l’apprendimento e la memoria sono state studiate invece dal laboratorio di Monica Gagliano, una ricercatrice italiana trasferita in Australia. I suoi esperimenti sulla Mimosa pudica – la pianta sensitiva che chiude le foglie al contatto – avrebbero mostrato una forma di assuefazione: la pianta, abituata a cadere ripetutamente senza danno, smetteva di chiudersi. Gagliano ha interpretato questo come memoria e apprendimento associativo. Un altro suo lavoro ha tentato di replicare il condizionamento pavloviano nelle piante, ma non ha superato la revisione indipendente in modo convincente.

Altri ricercatori hanno lavorato sui segnali elettrici nelle piante, che in sé è un argomento legittimo e con una storia lunga, che risale agli esperimenti di Jagadish Chandra Bose a inizio Novecento. Era quindi noto da tempo che le cellule vegetali usassero anche il potenziale d’azione, quindi segnali elettrici. Si sapeva che modulano e controllano in tal modo processi del metabolismo come la respirazione e la fotosintesi. La trasmissione dei segnali lungo tutto il corpo della pianta avverrebbe soprattutto attraverso i cosiddetti tessuti vascolari vegetali, xilema e floema. In particolare quest’ultimo, grazie alla sua struttura, trasmetterebbe i segnali elettrici ai vari distretti vegetali, a partire dalle radici. È un’affermazione forte. Gli autori di un articolo scientifico[1] parlano di una phytoneurobiological view, una visione cioè fitoneurobiologica della biologia.

All’obiezione che questi “comportamenti” necessiterebbero di una base strutturale almeno lontanamente simile a quella degli animali, cioè un sistema nervoso costituito da neuroni, sistemi di conduzione e organi anche minimi di elaborazione centrale, i botanici coinvolti hanno risposto che le strutture che nelle piante si occupano di queste funzioni sono in particolare gli apici radicali. Le radici conterrebbero, secondo i moderni ricercatori, strutture simili alle sinapsi.

Questi e altri esperimenti e osservazioni hanno costruito nel corso degli anni un corpus scientifico abbastanza rilevante, e hanno anche contribuito ad aprire laboratori importanti in giro per il mondo, con lo scopo di approfondire gli aspetti più misteriosi dei comportamenti vegetali. Le strutture vegetali, la loro fisiologia, le osservazioni e gli esperimenti hanno portato gli studiosi a trarre conclusioni che per molti si sono rivelate ingiustificate e azzardate. Il tutto ha così provocato una serie di risposte scettiche o addirittura molto critiche, che respingono le interpretazioni originali. Perché l’avvolgimento dei viticci attorno a un bastoncino e la chiusura delle foglie sono state viste come proprio di esseri viventi che, di fronte a un’alternativa, sono in grado di differenziare le risposte?

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Un esemplare di Mimosa pudica, pianta sensitiva che chiude le foglie al contatto e che secondo alcuni esperimenti mostrerebbe una forma di assuefazione © Eric Hunt - Opera propria, CC BY-SA 4.0


Coscienza o riflesso?


I critici dicono che in questo modo si è passati da un output comportamentale differenziale (il viticcio si avvolge più spesso intorno a certi supporti che ad altri) direttamente all'interpretazione cognitiva (la pianta “sceglie”, “preferisce”, “decide”), saltando tutti i gradini intermedi che in neurobiologia animale si richiede di documentare. Nessuno di questi esperimenti ha escluso in modo rigoroso che le differenze osservate siano interamente attribuibili a gradienti chimici, meccanici o gravitazionali localizzati, senza alcun processo integrativo centralizzato. In conclusione, sono esempi paradigmatici di come dati reali e persino affascinanti vengano piegati da un'interpretazione che porta già dentro di sé la conclusione che vuole dimostrare. Il primo passo, abbiamo visto, è stato quello di attribuire alle piante verdi capacità cognitive che in animali ben conosciuti sarebbero classificate come intelligenza o addirittura senzienza. Ma qui arriviamo alla coscienza vera e propria.

Le obiezioni si basano su alcuni punti differenti. Come detto sopra, il primo è anatomico: nonostante i proclami contrari, le piante non possiedono punti di contatto tra cellule neppure lontanamente paragonabili alle sinapsi animali. Queste ultime sono assemblaggi funzionali altamente organizzati, che collegano due cellule tra strutture presinaptiche e postsinaptiche. L’insieme di proteine che costituiscono queste due strutture è ben conservato, e molte di esse precedono l'evoluzione degli animali, ma le sinapsi in sé sono presenti solo nel regno animale.

Come dice Andreas Draguhn, direttore dell’Istituto di fisiologia e patofisiologia dell’Università di Heidelberg: «Il floema e tutte le altre strutture che si ritiene corrispondano al sistema nervoso centrale sono, forse, simili al sistema vascolare di un animale, dove anche noi abbiamo strutture altamente ramificate in cui scorrono i segnali elettrici. Ma non assomigliano a un centro per l’integrazione o l’elaborazione delle informazioni. Questo rende l’affermazione assurda, dal nostro punto di vista».

Il direttore dell’orto botanico dell’Università di Pisa, Lorenzo Peruzzi, riassume la posizione di gran parte della comunità botanica. Inizia con una posizione decisa: «Se essere intelligenti significa relazionarsi più che efficacemente con l’ambiente, allora le piante sono intelligenti, anzi intelligentissime! Se avere un sistema nervoso significa reagire a stimoli (vibrazioni, calore, lunghezze d’onda luminose, etc.) allora le piante hanno un sistema nervoso e quindi una neurobiologia vegetale ha senso di esistere!» Ma prosegue: «Risulta palese però che il tutto si gioca sull’equivoco semantico e di definizione di intelligenza, soprattutto su una furba zoomorfizzazione delle piante. Perché se è vero che le piante certamente interagiscono in molti modi con l’ambiente circostante», risolve Peruzzi, «non hanno né facoltà psichiche e mentali e neppure apparati uditivi, visivi o di altro tipo».

Altre obiezioni sono più centrate sulla parte teorico/evolutiva, e sono riassumibili nell’articolo uscito nel 2019: “Plants Neither Possess nor Require Consciousness” (“Le piante non hanno coscienza e non ne hanno bisogno”)[2]. Non è possibile a questo punto addentrarsi nelle varie definizioni di coscienza, ma è importante vedere come questa, in quasi tutte le ipotesi che ne descrivono l’origine e la sostanza, è limitata al mondo animale. A una parte dei viventi, cioè, che hanno necessità di organizzare i milioni di dati che vengono dagli organi di senso per andare alla ricerca del cibo; o al contrario per sfuggire ai predatori. Le piante non ne hanno bisogno, proprio perché sono sessili, immobili, per intercettare il più possibile i raggi solari, che sostituiscono il loro “cibo”.

I botanici più scettici fanno leva proprio su questa abissale differenza di percorso evolutivo per escludere nel mondo vegetale la presenza di una coscienza. E spiegano tutti i comportamenti vegetali come una conseguenza diretta dell’anatomia e del genoma vegetale. La crescita di una stessa specie “verde” in condizioni ambientali molto diverse può infatti essere estremamente differente da un esemplare a un altro. Si chiama “norma di reazione”: il concetto descrive come il progetto di un singolo genotipo (le istruzioni contenute nel DNA) si attui in tanti modi, se una singola pianta cresce in ambienti differenti. In pratica, la definizione si riferisce alla variazione del fenotipo (le caratteristiche fisiche o comportamentali osservabili) di un individuo in risposta a ecosistemi in cui le condizioni cambiano, anche radicalmente.

La proprietà può essere definita anche plasticità fenotipica: un’espressione che spiega come il fenotipo sia plasmabile secondo l’ambiente. Entro certi limiti, ovviamente. Nelle piante la plasticità fenotipica è estremamente più ampia rispetto a quanto accade negli animali, che hanno un programma di sviluppo e crescita molto più rigido – almeno, se parliamo di specie anatomicamente complesse. A una prima analisi, dimenticare la norma di reazione e vederla solo come flessibilità di comportamenti e intelligenza potrebbe indurre a vedere le piante come esseri sensibili e dal comportamento volto a uno scopo preciso; se captano le variazioni dell’ambiente e si comportano di conseguenza, come potrebbero non essere “autonome” o “intelligenti”? Ma significa semplicemente essere in possesso di un programma di sviluppo molto diverso, modulare e anatomicamente indipendente. Attribuire quindi alle piante proprietà “superiori” (qualsiasi cosa voglia dire) è fittizio e per certi versi illusorio.

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Secondo la ricercatrice Suzanne Simard, teorica dell’altruismo vegetale, alcune piante avrebbero il ruolo di “alberi madre”, in grado di nutrire i semenzali nuovi © shico3000/iStock


Alberi in rete


In contemporanea con il dibattito sull’intelligenza vegetale ne è scoppiato un altro, forse un po’ meno presente in Italia, sul cosiddetto “altruismo delle foreste”. Tutto nasce con il timbro ufficiale di conferma di un articolo pubblicato nel 1997 sulla prestigiosa (e questa volta è vero) rivista Nature. L’autrice del paper che ha dato inizio a tutto, Suzanne Simard, è una biologa canadese, professoressa di ecologia forestale presso l’Università della British Columbia, nata e cresciuta in una famiglia di boscaioli – possiede una azienda che lavora nelle immense foreste dell’ovest canadese.

Simard nell’articolo afferma di aver dimostrato come sostanze nutritive – zuccheri e molecole complesse – passano da una pianta, sana e di grandi dimensioni, ad altre vicine, ma più piccole o giovani, e meno in salute. Queste ultime potevano essere in crescita, quasi sopraffatte dall’ombra della foresta, oppure in autunno, quando perdono le foglie e hanno più necessità di nutrimento. La pianta donatrice non era necessariamente della stessa specie delle riceventi, anzi: l’esperimento iniziale di Simard tracciava il passaggio di nutrienti da abeti di Douglas (Pseudotsuga menziesii) a betulle (Betula papyrifera). In estate, quando i piccoli abeti erano ombreggiati, il nutrimento scorreva dalla betulla all’abete. In autunno, quando l’abete cresceva (trattandosi di sempreverde, la crescita delle gimnosperme è continua) e la betulla, decidua, perdeva le foglie, il flusso s’invertiva. Dai dati alla spiegazione scientifica il passo è stato – relativamente – breve, ma rivoluzionario. Il passaggio delle molecole, secondo Simard, poteva avvenire in un unico modo: attraverso la fittissima e quasi invisibile rete di filamenti fungini che avvolgono le radici di moltissime specie di alberi ed erbe, le cosiddette micorrize.

Il concetto di rete ha inoltre suggerito immediatamente alla rivista scientifica un’analogia con la rete, cioè Internet. E, in assonanza con il World wide web, questa ipotesi è stata denominata Wood wide web – rete mondiale boscosa (?). Il paper ha avuto subito numerose conferme: altri ricercatori hanno variato le condizioni sperimentali, cambiato le specie coinvolte (pini d’Aleppo e querce, per esempio), approfondito anche le specie di funghi che agiscono da vettori delle molecole implicate nel passaggio di nutrienti, ed ecco articoli scientifici, pubblicati spesso su ottime riviste, con conclusioni che confermavano i risultati di Simard e rivoluzionavano ogni scenario precedente. A questo si deve anche aggiungere che Simard ha ampliato la sua visione battezzando alcune piante, le più grandi, vecchie e robuste, “alberi madri”. Senza di essi, diceva, la foresta cresce stenta e più lentamente: sono loro che nutrono i semenzali nuovi, e senza di essi la foresta ha difficoltà. Questi alberi non erano necessariamente femmine, ma la definizione di “madri” aiutava a creare un quadro affascinante.

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Secondo Simard gli abeti di Douglas, nella foto, scambiano nutrienti con le betulle © Ashley_Minkus/iStock


Una visione romantica


Ma, anche qui, le obiezioni non si sono fatte attendere: i risultati erano sì rivoluzionari, ma non rientravano nelle costruzioni teoriche classiche. In particolare erano in contrasto con la teoria dell’evoluzione e alcuni assunti dell’ecologia forestale. La perplessità nasceva da più ragioni, sia pratiche sia teoriche: dopo i primi articoli scientifici che confermavano il passaggio di nutrienti da una pianta alle altre, alcuni ricercatori hanno messo in dubbio che le misure di Simard fossero così robuste da dimostrare questo traffico. L’uso di marcatori radioattivi rivelò infatti come la percentuale di molecole nutritive trasferite fosse molto bassa rispetto al totale, e non raggiungesse il 10%. Troppo poco per fungere da riserva di cibo per gli alberi accettori.

Il parere di David Tilman, ecologo statunitense che insegna all’Università del Minnesota e della California, Santa Barbara, è netto: «Il ricordo che ho del suo lavoro sulla comunicazione tra alberi e sulla condivisione dei nutrienti è che si trattava più di una visione romantica che di una conclusione che si può trarre da un’analisi approfondita dei dati disponibili». Addirittura negli ultimi anni sono sorti dubbi sui dati stessi.

Michela Audisio, post doc presso l’Università di Gottingen, dove studia la funzione delle micorrize come fonti di nutrimento per gli alberi, spiega: «Si tende ad avere una visione positiva nel dibattito delle piante che si scambiano nutrimenti e informazioni, ma il tutto è ben poco provato». È, ancora, soprattutto il trasferimento il punto più critico. Audisio afferma: «È molto difficile provare che questo carbonio sia stato trasferito da una pianta all’altra proprio attraverso le micorrize. Ci potrebbero essere altri meccanismi che spiegano il fenomeno, come la diffusione attraverso il suolo», senza ricorrere a concetti come la “volontà delle piante” o scambi reciproci e mirati tra specie diverse.

Un’altra studiosa della biologia delle micorrize, Justine Karst, professoressa associata all’Università dell’Alberta, in Canada, ha intitolato un articolo sulla rivista Nature Ecology and Evolution in maniera ancora più decisa. Uscito nell’agosto 2023, il paper[3] si intitola “Positive citation bias and overinterpreted results lead to misinformation on common mycorrhizal networks in forests” (“Il bias positivo delle citazioni e i risultati sovrainterpretati portano a una disinformazione sulle comuni reti micorriziche nelle foreste”). Karst non nasconde il suo profondo scetticismo e la sua posizione: «Nell’articolo su Nature ho sottolineato che Simard ha falsificato i risultati nel suo libro Finding the Mother Tree (Tradotto in italiano come L’albero madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta, Mondadori, 2022), tra gli altri problemi che ha avuto con la ricerca».

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(c) ALLVISIONN/iStock


A Darwin non piace questo elemento


Se guardiamo il tutto con le lenti della teoria dell’evoluzione, c’è qualcos’altro che non va. Il tutto necessiterebbe di più spazio, ma in breve le cose stanno così. La cessione di elementi nutritivi da un albero all’altro non rientra in una visione del mondo evolutivamente “classica”, in cui è la competizione – quando non l’egoismo puro – a farla da padrona. Le ipotesi di Simard vanno, ovviamente, contro una rappresentazione della natura come «rossa di sangue nei denti e negli artigli» – come disse Tennyson nel 1850, nove anni prima dell’Origine delle specie di Darwin. Simard sostituisce la continua e costante lotta per la vita (la più comune anche se semplicistica immagine dell’evoluzione, derivata dal sottotitolo del classico libro di Darwin), con una collaborazione tra specie diverse, un aiuto reciproco e disinteressato tra piante anche di età differenti. L’immagine che ne esce così è quella di una foresta in cui non è la competizione spietata tra gli individui a governare le dinamiche ecologiche ed evolutive, ma la condivisione delle risorse senza limiti. La posizione è quindi quasi del tutto opposta a quella dell’ortodossia darwiniana. O almeno di quella dominante dagli anni Trenta del secolo scorso agli anni Sessanta-Settanta; negli ultimi decenni, infatti, si sono fatte largo nuove idee, ipotesi che mettevano in luce come la competizione e l’egoismo (in senso scientifico, senza giudizi di valore) fossero sì presenti in moltissimi comportamenti delle specie viventi, ma non in maniera così costante e ubiqua come si pensava un tempo.

Il superamento dell’egoismo (preconizzato in realtà decenni prima da altri pensatori, come Piotr Kropotkin) portava così a dinamiche evolutive molto più complesse e articolate, in cui gli individualisti a oltranza e gli approfittatori non avevano vita facile; chi collaborava era più inserito nella società, e ne godeva dei vantaggi. Per gli evoluzionisti però Simard sembrava esagerare dall’altra parte, e dipingere la società vegetale come totalmente dedita alla collaborazione disinteressata, non solo tra individui, ma anche tra specie diverse. Pur con le revisioni accennate, gli evoluzionisti dicevano che l’altruismo puro e semplice, in cui il donatore perde qualcosa e solo il ricettore ne ha un beneficio, non esiste in natura. C’è sempre, in un modo o nell’altro, un interesse personale, che si potrebbe anche definire egoistico. Considerazioni teoriche e decenni di osservazioni attente del comportamento di piante e animali erano giunte a questa conclusione, quasi un mantra per i biologi che si occupano di evoluzione. Chiosa Audisio: «In natura coesistono entrambi i meccanismi, la competizione e la cooperazione. È più probabile che il tutto sia un continuum, senza necessità di focalizzarci sull’uno o l’altro».

Un ulteriore particolare rendeva ancora più complesso il quadro: a mediare questo scambio tra due specie era un’altra “entità biologica”, cioè il fungo, il canale attraverso cui passano le molecole. Queste specie a loro volta hanno “interessi personali” e, ancora, egoistici. Funzionare solo da metodo di trasmissione non porta al fungo nessun ritorno: anche questo comportamento non sembra compatibile con la teoria evolutiva dominante. A complicare le cose, i funghi micorrizici hanno una doppia identità: «Possono essere benefici, e instaurare con gli alberi una simbiosi mutualistica, ma alcuni di loro possono approfittare dello stato di salute precario della pianta e diventare patogeni», conclude Audisio.

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(c) kemirada/iStock


Un confronto rischioso


Il dibattito sull'intelligenza delle piante e quello sull’altruismo in foresta sono usciti dall’ambito delle riviste puramente scientifiche per colonizzare altri mezzi di comunicazione. Mostre, opere letterarie, balletti, performance artistiche e trasmissioni televisive sono piene di alberi che capiscono, piante che parlano, funghi scaltri ed ecosistemi in cui la generosità la fa da padrone.

Che tutto ciò sia un errore potrebbe sembrare ovvio, ma potrei anche affermare che finché ci si limita all’ambito umanistico o addirittura allo spettacolo, non ci sono grossi problemi. Quello che preoccupa è invece l’influenza che queste ipotesi hanno su visioni del mondo politiche e sociali, per esempio. Attribuire al mondo vegetale proprietà degli animali rischia infatti di marchiare le piante come “animali diminuiti”. Peruzzi afferma che chi propugna l’intelligenza delle piante le tratta come lentissimi animali, con un dito puntato anche alla comunicazione del tema: «Scadere in questi inopportuni paragoni per poter interessare il grande pubblico alle piante è, alla lunga, solo controproducente alla causa. Le piante sono meritevoli di interesse, studio e tutela proprio in quanto organismi totalmente diversi da noi, e non perché “sentono”, “vedono" o “pensano”».

Ancora differente è il caso delle ipotesi di Simard. Approcci femministi, forse in realtà i più interessanti, o addirittura suggestioni teologiche usano le sue idee come base per la propria visione della società. Le foreste sociali diventano così metafore della società umana, anche se non sempre questa figura retorica è utilizzata propriamente. Altri interventi hanno preso ispirazione per spiegare, attraverso l’altruismo degli alberi, anche posizioni da trasferire addirittura nella politica della nostra specie. La cooperazione (tra le piante) sarebbe quindi in contrasto con il neoliberalismo tipico (della politica umana) di questi ultimi decenni.

Ovviamente nessuno giunge a dire seriamente che dobbiamo prendere pedissequamente esempio dagli appartenenti al regno vegetale, ma una posizione politica è spiegata e giustificata con l’interesse per la cooperazione spinta. Così come si pensa che le teorie/ipotesi di Simard vadano contro (come detto sopra) alla teoria evolutiva darwiniana classica, che a sua volta aveva avuto origine nel clima dell’Inghilterra vittoriana, l’epoca del liberalismo classico. Anche qui, non sono mancate le critiche, anche su punti particolari, ai quali Simard tiene moltissimo. Come accennato sopra, Simard per esempio ha spiegato che la sua posizione dovrebbe essere utilizzata anche per spingere verso la protezione delle foreste, ma molti ambientalisti ritengono che l’utilizzo di dati ed esperimenti “dubbi” sia un approccio sbagliato. Questo perché, da un punto di vista filosofico, l’intera teoria pecca di antropocentrismo: volere attribuire alle piante aspetti che sappiamo essere più propri degli animali, anche quelli complessi come l’uomo. Caratteristiche come altruismo, socialità, mutuo soccorso, volontà, scelta conscia e altro, secondo un articolo[4] uscito un paio di anni fa, sono “pericoli della personificazione della piante”.

Gli autori affermano che:

«The origin of this concept seems to stem from a desire to humanize plant life but can lead to misunderstandings and false interpretations and may eventually harm rather than help the commendable cause of preserving forests».

«L’origine di questo concetto sembra derivare dal desiderio di umanizzare la vita vegetale, ma può portare a malintesi e interpretazioni errate e, in definitiva, può danneggiare, anziché aiutare, la lodevole causa della conservazione delle foreste».

Depurati dalle derive New Age e spiritualistiche, è probabile che i risultati scientifici di Suzanne Simard e altri possano essere utili per una nuova prospettiva degli studi botanici, e la discussione si riveli in qualche modo fruttuosa. Ma rifarsi a risultati scientifici che per ora sono ancora deboli per trarne una nuova visione del mondo e suggerire proposte antropologiche, sociali, politiche o altro, oppure basarsi su questi stessi risultati per una (indispensabile) spinta alla conservazione, è ritenuto da molti scienziati almeno prematuro. Se non, come alcuni affermano perentoriamente, del tutto scorretto.

Tutte le ricerche di Simard e di altri forestali sono da scartare e dimenticare? Le osservazioni di Mancuso e Baluska sono senza valore? Per niente. I loro studi aprono prospettive nuove, sorprendenti e singolari. In una visione più ecologicamente solida gli abeti “altruisti” – a loro modo – e i rampicanti possono avere uno spazio, se si riesce a non vederli come unici protagonisti delle complessità della natura, o estendere a tutte le specie le loro caratteristiche. Questa realtà può essere più difficile da afferrare, ma è infinitamente più grandiosa della sola favola dell’alveare buono o dell’intelligenza minima. La vera sfida, quindi, non è scegliere tra fatti e storie, ma intrecciare i fatti in una storia migliore. Non si tratta di distruggere l’incanto, ma di svelarne uno più profondo e autentico, dimostrando che la natura non ha alcun bisogno di assomigliare a noi per essere degna di meraviglia e di rispetto.

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(c) ALIOUI Mohammed Elamine/iStock


Note

1) F. Baluska et al., The «root-brain» hypothesis of Charles and Francis Darwin. Revival after more than 125 years, «Plant Signaling and Behavior», 4, 12, dicembre 2009
2) L. Taiz et al., Plants Neither Possess nor Require Consciousness, «Trends in Plant Science», agosto 2019, Vol. 24, No. 8
3) J. Karst, M.D. Jones e J.D. Hoeksema, Positive citation bias and overinterpreted results lead to misinformation on common mycorrhizal networks in forests, «Nature Ecology & Evolution», 7, aprile 2023
4) David G. Robinson et al, Mother trees, altruistic fungi, and the perils of plant personification, «Trends in Plant Science», gennaio 2024, Vol. 29, No. 1.

MARCO FERRARI è biologo e giornalista. È stato ricercatore di psicofarmacologia, per poi passare alla divulgazione giornalistica e scientifica. Ha svolto attività di redazione e direzione presso riviste naturalistiche e scientifiche («Oasis», «Terra», «Focus Junior», «Geo», «Asferico») ed è stato caposervizio scienza di «Focus». Il suo ultimo libro, Le piante non sono animali verdi (Bollati Boringhieri, 2026), racconta in dettaglio discussioni, dibattiti, scambi di battute e paper scientifici affrontati in questo articolo.