Il libro dell’ignoranza (recensione)

di J. Lloyd e J. Mitchinson<br/>Einaudi, 2007<br/>pp. 226, € 12,80

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Nella grecità ellenistica e bizantina era invalsa l'usanza di riunire il sapere in glossari, epitomi, "summae", che formassero comodi repertori dal carattere dizionaristico o antologico, ad uso dell'uomo di cultura, ma anche del semplice curioso.

L'uso di riunire il sapere in "pillole" facili a digerirsi si è conservato nel corso dei secoli, dando origine ad opere spesso di piacevole lettura e consultazione.

È all'interno di questa molto ben nutrita schiera che si inserisce Il libro dell'ignoranza di John Lloyd e John Mitchinson, che rappresenta una versione moderna degli antichi repertori e si consegna al lettore nella medesima forma snella e accattivante.

Il titolo è, insieme, una provocazione e un intento programmatico: scopo degli autori è, infatti, togliere il velo alle tante "panzane" che quotidianamente vengono propalate come verità accertata, riunendole in uno spassoso catalogo da tenere a portata di mano nel momento in cui si desideri stupire qualcuno.

Il libro in questione è figlio di un fortunato programma televisivo condotto dagli autori, dal titolo QI, ossia "quite interesting" ("molto interessante"), ideato da una squadra di ricerca che Lloyd e Mitchinson definiscono «un gruppo di persone ad alto tasso di curiosità, bassa soglia di noia e una certa arte nel porre domande difficili». Si tratta, a ben considerare, del ritratto-base dell'uomo di scienza, il quale è, nella definizione tanto cara ad Einstein, soprattutto e innanzitutto una persona curiosa di indagare e scoprire i complessi meccanismi della natura. Ma si tratta anche di quello che tutti auspicheremmo per i nostri giovani: una sana curiosità scientifica, che li induca spontaneamente a impegnarsi nella ricerca senza fine che conduce ad approssimarsi alla verità. Ed ecco che, in quest'ottica, un libro di questo tipo, proprio per il suo tono leggero e accattivante, può rappresentare un valido alleato degli educatori, perché è utile a far comprendere ai più giovani come sia necessario verificare anche le affermazioni più scontate, quelle che più facilmente si trasformano in "ipse dixit" su cui nessuno indaga, perché "si sa che è così". L'effetto destabilizzante, la "pars destruens", verrà rapidamente, nella mente del lettore, seguita dalla "pars costruens", che recherà frutti di grande valore epistemologico, quali lo sviluppo della mente critica e la formazione di un atteggiamento scientifico.

«Chi vieta di insegnare la verità attraverso il sorriso?», affermava Orazio opponendosi a chi identificava seriosità e cultura. Questo potrebbe essere il motto di Lloyd e Mitchinson, le cui pagine strappano spesso il sorriso, ma veicolano anche contenuti e metodi importanti.

Naturalmente, nella pletora di questioni sollevate, non mancano alcune imprecisioni. Una fra tutte l'affermazione relativa a Cristoforo Colombo, la cui lingua madre, sottolineano gli autori, era il genovese e non l'italiano. Niente da eccepire sul dato specifico, ma forse Lloyd e Mitchinson ignorano che, nell'epoca in cui nacque Colombo, che precede la pubblicazione delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, l'italiano è ancora un'astrazione intellettuale e non può essere vera lingua madre di nessuno.

Un altro punto di debolezza potrebbe essere costituito dall'assenza di sistematicità nella collocazione dei diversi argomenti, la cui successione non sembra seguire alcun apparente criterio: questioni mitologiche seguono ad argomenti di natura medica; curiosità sul mondo dei minerali si avvicendano a notazioni di carattere storico, botanico, fisico, astronomico... Difficile, pertanto, riuscire a orientarsi rapidamente e, anche con l'aiuto dell'"indice delle castronerie svelate", collocato all'inizio del volume, non è agevole individuare subito un contenuto che interessi rinfrescare.

Si tratta, comunque, di peccati veniali, che non tolgono valore a uno tra i libri più utili e divertenti pubblicati negli ultimi anni e che mi sento di consigliare a tutti.

O, almeno, a chi crede che le narici siano due e che il cervello sia di colore grigio.