Recensioni - cinema e paranormale

Sam Raimi tra case indemoniate, sensitivi e maledizioni

  • In Articoli
  • 20-11-2010
  • di Carla Cicognini
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Sam Raimi
Con questo numero iniziamo un viaggio nel “cinema paranormale” in cui cercheremo di analizzare il tema rappresentato nella settima arte. Non faremo distinzioni tra film “belli” e “brutti”, non faremo recensioni cinematografiche ma cercheremo di scoprire tutti i possibili modi con cui una pellicola può raccontarci il soprannaturale.

Si comincia con l’ironia macabra di Sam Raimi, regista di The Gift, Drag me to hell e della saga de La Casa. Partiamo dalle origini: era il 1979 quando Sam Raimi scrive e dirige il cortometraggio Within the Woods dove racconta di un coltello sacrificale che risveglia le forze del male.

Grazie a questo corto Raimi realizza il seguito in “long version” cioè La Casa, poiché aveva ormai incuriosito una casa distributrice che si accollò il lungometraggio horror del nuovo cliente. Nel 1981 Sam Raimi dà quindi vita a La Casa (The Evil Dead) primo capitolo di una saga che, dopo il terzo film, verrà poi ripresa da altri registi in modi disastrosi. Raimi scrive il soggetto, la sceneggiatura e cura la regia. La trama è semplice: cinque ragazzi decidono di trascorrere un week-end in una casetta di montagna; qui naturalmente si trovano di fronte ad un demone malvagio riportato in vita da un archeologo tramite il Necronomicon ex mortis.

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Locandina del film "The Evil Dead"
La Casa è un chiaro esempio del lavoro di Sam Raimi: sangue a litri, effetti speciali grezzi ma efficaci (il liquido che esce dalle ferite dei demoni è un’idea di Raimi; si trattava di latte diluito), inquadrature particolari e una spruzzatina di humour macabro.

Il film, il più spaventoso dei tre, contribuì a rendere famosi Raimi e il protagonista Bruce Campbell.

Ne La Casa 2 (Evil Dead II: Dead by Dawn, scritto da Sam Raimi e Scott Spiegel) ritroviamo Ash (Bruce Campbell), una casa, un libro magico e le solite forze maligne.

Non cambia molto dal primo capitolo anche se il personaggio di Ash acquista sempre più importanza e il genere cambia: lo humour è decisamente più evidenziato e la pellicola vira sul tono grottesco. Alla fine del film Ash viene riportato indietro nel tempo, nel Medioevo, e da qui parte l’avventura de L’Armata delle Tenebre, ultimo capitolo ufficiale della trilogia, scritto da Sam e Ivan Raimi.

L’Armata delle Tenebre (Army of Darkness, 1993) è un film completamente diverso dai precedenti. Qui l’aspetto ironico è molto più accentuato tanto che la pellicola si può definire una commedia avventurosa. Di horror è rimasto ben poco, anche se è ancora presente il Necronomicon. Qui Ash si trasforma in un simpatico guascone con movenze da cartone animato.

In questi tre film Raimi prende spunto dal tema del paranormale per divertire e spaventare lo spettatore senza porsi particolari problemi sul crederci o meno: è un semplice dato di fatto e... di gioco.

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Scena da "Drag me to the Hell"
The Gift è del 2000 e racconta la storia di Annie (Cate Blanchett), una sensitiva che usa il suo dono (gift, appunto) per aiutare il prossimo. Legge le carte, ha allucinazioni e presentimenti. Tra i suoi clienti ci sono Valerie (Hilary Swank) che viene picchiata dal marito Donnie (Keanu Reeves), e Buddy (Giovanni Ribisi), un ragazzo tormentato con un passato problematico. Ad un certo punto sulla strada di Annie compare uno strano caso da risolvere. Una ragazza del paese, Jessica (Katie Holmes), è scomparsa. La sensitiva comincia ad avere delle visioni. La sceneggiatura, scritta da Tom Epperson e Billy Bob Thornton, non si pone il problema della veridicità del potere di Annie, anzi. Ce la presenta come onesta e talentuosa, il suo dono è vero, aiuta tutti e con successo.

Nel caso di Buddy ha “qualche” problema ma con lui è sempre rimasta amica; con Valerie, invece, è diverso: ha sempre provato a convincerla a lasciare il marito violento ma senza successo. Questo non ha importanza. Sarà lei a risolvere il caso della scomparsa di Jessica, con serietà e correttezza, anche a costo della sua vita.

L’atmosfera del film è affascinante ma non si nota il “tocco” di Raimi ed è una delle pellicole più deboli del regista, probabilmente per la totale mancanza di ironia.

Drag Me to Hell invece è uscito nei cinema nel 2009 ed è stato scritto da Sam Raimi. Questa volta il regista si addentra nella tematica delle maledizioni, tema congeniale per il suo ritorno all’horror. Christine (Alison Lohman) è un’impiegata in un istituto di credito. Un giorno nega una proroga ad una anziana che deve restituire un prestito. La signora Sylvia Ganush (Lorna Raver) a quel punto la maledice: la vita di Christine diventa un vero inferno. All’inizio non riesce a crederci ma le situazioni che sta vivendo vanno al di là di ogni realtà. Si rivolge così ad un veggente che le spiega che il demone che la sta perseguitando è una Lamia e vuole portare la sua anima all’inferno. Per liberarsene Christine deve trasferire la maledizione su un’altra persona, ma ha solo tre giorni di tempo. Drag me to hell ha riportato Raimi al suo genere preferito, l’horror venato di commedia e il suo intento è stato premiato da critica e pubblico.

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Sam Raimi
La pellicola contiene scene di puro terrore condite con battute e situazioni al limite del grottesco. Tutto questo non stona, anzi. Con Raimi il divertimento si sposa bene con la paura. Alison Lohman tiene bene la parte della vittima sacrificale anche se la vera protagonista è la terrificante e disgustosa Sylvia Ganush (una fantastica Lorna Raver) che lancia la maledizione. Per tutto il film lo spettatore non sa se credere al paranormale: Christine è diventata pazza o la Lamia esiste davvero?

La ragazza getterà la maledizione su un’altra persona? E chi potrebbe meritarsi quella sfortuna? Crederci o no? Lo scoprirete nel finale...

Così si conclude il nostro breve viaggio con Raimi.

Alla fine del quale vorremmo suggerire a chi vuol credere nel paranormale di fare come lui, di farlo sorridendo...