Cose da non credere; La guerra dei buchi neri; Supersenso; Animali sapienti; Dalla Terra alla Luna; La fisica delle ragazze

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  • 09-08-2011
  • a cura di Anna Rita Longo

Cose da non credere. Medium, extraterrestri, oroscopi,
medicine alternative e altri argomenti discutibili
Stefano Oss
Curcu & Genovese Associati,
2011, pp. 176, € 12,00

Recensione di Silvano Fuso
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I libri critici sul paranormale e le pseudoscienze prima che nascesse il CICAP erano autentiche rarità. Oggi per fortuna, grazie all’opera del Comitato, la situazione è profondamente mutata. Tuttavia un settore che rimane ancora abbastanza sguarnito è quello rivolto ai ragazzi. Personalmente avevo cercato di fare qualcosa in tal senso, ma devo dire che Stefano Oss con il suo volume Cose da non credere è stato molto più bravo di me.
Oss è docente di fisica della materia presso l’Università di Trento, responsabile del laboratorio di comunicazione delle scienze fisiche, presidente del Gruppo Trentino Alto Adige del CICAP e collaboratore di Query.

L’esperienza pluriennale maturata da Oss nel campo della comunicazione della scienza emerge chiaramente nel suo libro. L’approccio divulgativo adottato dall’autore è infatti piuttosto originale ed efficace. Un gruppetto di adolescenti, in una sorta di versione moderna dei dialoghi galileiani, discute e si confronta su tutta una serie di problematiche che riguardano la scienza, le pseudoscienze, i misteri e, come dice il sottotitolo, altri “argomenti discutibili”. I titoli dei vari capitoli forniscono un’idea un po’ più precisa dei contenuti: I) Che confusione (Dove facciamo conoscenza con un po’ di personaggi di questa storia e dove si cerca di capirci qualcosa su scienza, frasi, parole, metodo, regole. E non solo); II) Paranormale. Parachecosa? (Dove l’assurdo si incontra con il buon senso. Ma non è ovvio chi ne esca vincitore...); III) Maghi, streghe, fantasmi. E stelle, lune... (Ovvero, qui la faccenda si fa seria); IV) Non è tutto oro quel che luccica (Si parla di scimmie, di santi, di filosofi, di probabilità, di imbroglioni. Un’altra lunga e impegnativa giornata); V) L’importante è la salute (E guai a chi la tocca, giustamente. Le cure della nonna, i misteri del corpo e della mente. Un sacco di altri argomenti di discussione, da non perdere); VI) Avanti così (Dove si tirano le somme, come qualcuno ancora dice. E dove si cerca di non perdere la speranza, anzi: siamo sempre in tempo per migliorare e migliorarci). Completano il volume un’introduzione dell’autore, una prefazione di Massimo Polidoro intitolata “La scienza rende felici?” e uno spassoso glossario.

Oltre a fornire ai lettori (auspicabilmente giovani, ma magari anche ai più grandicelli) un’enorme quantità di utilissime informazioni, il pregio maggiore del libro è quello di mostrare come si ragiona correttamente di fronte a domande che molti si pongono ma che raramente riescono a ottenere risposte soddisfacenti e, soprattutto, come ci si pongono correttamente le stesse domande.

Il ben ragionare, lo spirito critico, la capacità di analisi e la curiosità intellettuale sono elementi indispensabili a chiunque voglia raggiungere un’autonomia di pensiero ed evitare, di conseguenza, di seguire bovinamente le affermazioni del primo ciarlatano o del primo pseudodivulgatore di turno (personaggi che, ahimè, non mancano mai nella nostra società). Autonomia di pensiero significa poi libertà di credere a ciò che si vuole e, a questo proposito, mi sembrano quanto mai appropriate le parole che Polidoro scrive nella sua prefazione:

«Essere “liberi” di credere significa anche sapere bene a che cosa si va incontro. Io sono libero di scegliere solo quando ho davanti a me tutti gli elementi per capire, per prendere una decisione: altrimenti le scelte mi vengono imposte da altri e, spesso, questi altri hanno motivazioni tutte loro per farmi credere ciò che vogliono. Motivi che poteri condividere, se li conoscessi, ma che potrei anche considerare sbagliati.»

Oss, infatti, non vuole indottrinare nessuno, ma solamente illustrare quale sia il modo corretto di affrontare i problemi. E il “modo corretto”, relativamente ai temi trattati, non può che essere quello utilizzato dalla scienza. Anche questa scelta, ovviamente, è tutt’altro che aprioristica, ma deriva semplicemente dalla straordinaria efficacia che il metodo scientifico ha mostrato di avere nel corso dei secoli.

Nonostante le sue dimensioni ridotte, gli argomenti affrontati in Cose da non credere sono veramente tanti e non voglio privare il lettore del gusto di scoprirli da solo insieme allo stile, divertente e scorrevole con il quale vengono trattati. Dicevo prima del Glossario, che mi sono permesso di definire spassoso. Solo un piccolo assaggio per dare un’idea:

«Aura. Anche se a prima vista sembra un buon nome per un’automobile, si tratta invece di “qualcosa” che viene emanato da forze misteriose di origine cosmica, spirituali, e che può interessare chi ha la sventura o la fortuna di passare da quelle parti (a seconda che si tratti di aura negativa o positiva). Nulla a che fare però con il più e il meno dell’aritmetica. E con cosa allora? Nessuno lo sa.»

Il bel libro di Stefano Oss, in definitiva, rappresenta un’utilissima introduzione a quella che potremmo definire a pieno titolo cultura scientifica. Cultura di cui il nostro martoriato paese ha un drammatico bisogno e di cui si spera possano finalmente nutrirsi appieno le nostre giovani generazioni. Solo un’introduzione, certo, ma d’altra parte lo stesso volume termina con queste lungimiranti parole:

«È possibile aggiungere qualcosa a questo racconto? Sì. La storia è solo iniziata. C’è moltissimo che ancora attende chi vuole avvicinarsi alla scienza. Non c’è limite alla conoscenza e alle scoperte dell’universo fisico in cui viviamo. Basta volerlo esplorare, è un libro aperto, davanti agli occhi di tutti.»

La guerra dei buchi neri
Leonard Susskind
Adelphi, 2009,
pp. 418, € 35,00

Recensione di Renato Serafini
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Si tratta, ovviamente, di una guerra di idee; tra le idee dell’autore Leonard Susskind e quelle del famoso fisico Stephen Hawking, uno dei maggiori studiosi dei buchi neri, da anni immobilizzato su una sedia a rotelle.

Leonard Susskind è uno dei fisici che hanno contributo alla creazione della teoria delle stringhe, un campo della fisica delle particelle che vede tutte le particelle sub-atomiche come minuscole stringhe vibranti; questa teoria ha avuto importanti sviluppi nella seconda metà del secolo scorso e in un certo momento è sembrata potesse diventare “la teoria del tutto”; quella teoria cioè che finalmente potesse mettere d’accordo la relatività generale e la meccanica quantistica. Come ricorda onestamente Susskind “nessuno sa con certezza se la teoria delle stringhe sia la teoria giusta per il nostro mondo”; questa teoria è attualmente considerata solo uno dei possibili candidati come “teoria del tutto”.

Il libro ha almeno due importanti meriti. Da un lato descrive con straordinaria semplicità e chiarezza alcuni importanti aspetti della fisica “moderna”, spaziando dalla relatività generale di Einstein (1917), alla meccanica quantistica (sviluppatasi negli anni venti e trenta del secolo scorso), alla teoria delle stringhe (nata alla fine degli anni sessanta); tutte teorie necessarie a comprendere i problemi connessi coi buchi neri; dall’altro lato descrive in modo appassionato la “guerra” tra i due fisici, vissuta in prima persona dall’autore.

In sintesi ecco l’argomento della disputa, iniziata nel 1983 e durata fino al 2007. Un buco nero è, per dirla con parole semplici, un agglomerato di materia così denso che nulla (neanche la luce) può sfuggire alla sua gravità. Quindi tutto quello che finisce nel suo campo gravitazionale (materia, energia o informazione), rimane inesorabilmente intrappolato per sempre dentro il buco nero.

Hawking ha studiato a lungo i buchi neri scoprendone importanti proprietà; uno dei risultati più importanti è stato quello di determinare una formula incredibilmente semplice che esprime la temperatura di un buco nero come funzione inversa della sua massa; nella formula cioè la massa è a denominatore, quindi al diminuire della massa la temperatura aumenta. In relazione alla sua temperatura il buco nero emette una radiazione elettromagnetica, detta per l’appunto radiazione di Hawking. Per il principio di conservazione dell’energia, emettendo una radiazione l’energia del buco nero (o la sua massa equivalente, secondo la nota relazione E=mc²) deve necessariamente diminuire nel tempo; dalla formula sopra ricordata si deduce che la temperatura del buco nero aumenta nel tempo. Da queste considerazioni Hawking arrivò a dimostrare che un buco nero, aumentando progressivamente la sua temperatura, si evolve verso la sua fine naturale: la “morte” per evaporazione.

D’altro canto in fisica vi sono alcuni principi universali, finora mai contraddetti, tra i quali primeggia la conservazione dell’energia e quella dell’informazione, principi validi anche nell’ambito della meccanica quantistica. Poiché un buco nero attrae e ingurgita l’energia e la conseguente informazione che cade nel suo campo gravitazionale, ne conseguirebbe che la “morte” del buco nero per evaporazione porterebbe con sé la distruzione dell’informazione in esso immagazzinata, secondo la prospettiva di Hawking. Questa prospettiva ha fin dall’inizio disturbato Susskind a tal punto da indurlo a ricercare una soluzione che soddisfacesse al contempo sia il principio di conservazione dell’informazione che la “morte” per evaporazione del buco nero. Durante gli anni in cui Susskind rifletteva su questa “contraddizione”, Hawking continuava a ritenere che l’informazione che cade in un buco nero è informazione inesorabilmente perduta. Su questo dilemma e sulle sue possibili soluzioni è nata la “guerra dei buchi neri” tra i due eminenti fisici.

Come si fa con tutti i ‘gialli’ che si rispettano, non sveleremo il finale di questa appassionante disputa, che conclude questo bel libro. Possiamo solo accennare al fatto che la soluzione ha una curiosa analogia con le tecniche olografiche utilizzate per la produzione di immagini tridimensionali.

Insomma un libro scritto molto bene, un esempio di brillante divulgazione scientifica, condito anche di alcuni simpatici aneddoti, quali il primo incontro tra l’autore e Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, in un bar di Broadway e alcune barzellette che girano nell’ambiente dei teorici delle stringhe.

Supersenso
Bruce Hood
Il Saggiatore, 2010,
pp. 352, € 19

Recensione di Andrea Albini
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Perché la gente crede nell’impossibile? Perché molti di noi tendono a vedere legami in fatti ed eventi scollegati tra loro, interpretandoli in termini di “dimensioni nascoste” o “forze misteriose” che operano nel mondo? E perché è così difficile liberarsi di queste convinzioni esercitando la ragione?

Nel Settecento i filosofi Illuministi pensavano che le credenze superstiziose fossero da addebitare all’ignoranza e all’eccessiva reverenza per l’autorità degli Antichi. Sarebbe bastato “fare luce” sulla realtà delle cose e l’umanità avrebbe abbandonato gli errori del passato. Troppo semplice. Anche il più incallito tra noi scettici è consapevole che le credenze irrazionali sono profondamente radicate nella natura umana e che probabilmente non arriveremo mai a vederne la fine. Un problema di fondo però rimane. In che misura le convinzioni soprannaturali sono da addebitare alla società, alla cultura e all’educazione piuttosto che a qualcosa di profondamente radicato nella struttura mentale umana?

Lo psicologo inglese Bruce Hood si è concentrato su questo secondo aspetto della questione, e ne ha ricavato un libro che coniuga piacevolezza di lettura con densità di argomenti, secondo la migliore tradizione divulgativa anglosassone. L’autore si interroga sull’origine delle credenze superstiziose e sui motivi della loro diffusione e resistenza, arrivando a concludere che i motivi sono nella tendenza che ha la mente umana ad inquadrare gli avvenimenti – inclusi quelli apparentemente strani o paranormali – nell’ambito di schemi regolari. Detto altrimenti, risulta particolarmente facile interpretare in un modello soprannaturale le esperienze personali “strane” e i racconti simili che ascoltiamo, perché sono “intuitivamente attraenti” e si accordano bene con una visione di un mondo che opera con strutture e meccanismi nascosti e dotati di significato. Questa tendenza è particolarmente accentuata nei bambini ed è stata studiata dalla psicologia infantile. Da piccoli tendiamo facilmente a vedere forze vitali dappertutto; a ragionare spontaneamente in termini dualistici; ad attribuire al pensiero più “poteri” di quanto abbia in realtà; e a ragionare come se la materia avesse un’essenza nascosta (essenzialismo), fosse impregnata di energie vitali (vitalismo), e le cose fossero collegate tra loro (olismo). Tutte impressioni che poi permangono – in una qualche misura – nelle convinzioni soprannaturali degli adulti, come ad esempio la diffusa idea che ci siamo girati perche abbiamo avuto la sensazione che qualcuno ci fissasse.

Per Hood questo insieme di credenze che egli chiama “supersenso” – ma che supersenso non è – sono programmate biologicamente negli individui; da cui le difficoltà che abbiamo a sbarazzarcene, anche quando non sono socialmente accettate dalla cultura in cui viviamo. Un discorso a parte, ovviamente, deve essere fatto per le credenze soprannaturali di tipo religioso, che uniscono la predisposizione genetica all’accoglimento sociale. Secondo l’autore, avere credenze soprannaturali innate può essere anche utile per legare gli individui tra di loro sulla base di profondi “valori sacri e condivisi”, non necessariamente di tipo religioso. Con questo termine egli intende tutte quelle cose che sono giudicate “senza prezzo” dai membri di una società, e che se violati suscitano spontaneamente indignazione morale. Un’ipotesi certamente condivisibile quando i valori sacri riguardano la giustizia, l’altruismo e la compassione; e stanno ben separati dal fanatismo e dall’intolleranza.

Hood presenta efficacemente alcune situazioni in cui anche la sola idea di fare un certo tipo di esperienza suscita orrore in molti di noi – come, ad esempio, indossare il maglione di un assassino – quasi avessimo timore di un contagio fisico e credessimo inconsciamente in uno scambio di essenze da parte di persone e cose. Altri esempi sembrano meno convincenti. Il collezionismo compulsivo può essere spiegato in termini “essenzialistici” (gli oggetti collezionati “contengono qualcosa” di chi li ha creati), oppure più genericamente di appagamento psicologico (collezionare è come evocare tempi migliori e felici, siano essi reali o immaginari). Allo stesso modo possiamo ritenere che certi oggetti siano unici e non scambiabili con altri, anche se identici – come può accadere per un anello nuziale – perché inconsciamente li riteniamo impregnata di essenze impalpabili; ma anche per un semplice attaccamento affettivo.

Supersenso ci aiuta a capire che quando riflettiamo sul persistere delle convinzione soprannaturali, dopo quattro secoli di pensiero scientifico moderno, dobbiamo guardare non solo alla cultura ma anche alla biologia umana. Resta il problema di determinare in che misura questi due fattori si esprimono e quanto siano significativi uno rispetto all’altro. E a questo quesito la suggestiva ipotesi di Hood, per quanto plausibile, non è ancora in grado di rispondere.

Animali sapienti
Stefano Vezzani
Aracne 2010
€ 12,00

Recensione di Lorenzo Montali
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Questo libro offre decisamente di più di quello che promette. Nelle prime righe dell’introduzione, Vezzani scrive che il testo «tratta principalmente di una serie di episodi incredibili e strettamente collegati tra loro che ebbero luogo in Germania tra il 1904 e il 1920 circa, di cui parlò tutto il mondo e che ebbero come protagonisti dei cavalli e dei cani sapienti». Presentato in questi termini, si direbbe che stiamo parlando di un argomento da veri specialisti: alcuni episodi di curiosa vita animale che si verificarono diverse decine di anni fa e in un arco di tempo tutto sommato limitato, in un unico paese, che attirarono su di sé un po’ di curiosità giornalistica, ma si sa che i media per vendere pubblicano anche storie molto poco plausibili.

Scrivo questa recensione per sostenere invece che il libro è una ottima summa delle molte e diverse questioni che si trova ad affrontare chi vuole occuparsi di ricerca nell’ambito dei fenomeni paranormali, ma anche chi vuole comprendere la difficoltà di costruire ricerca, per la verifica di affermazioni straordinarie o ordinarie. Gli animali sapienti sono quindi una case history, utile e ottimamente raccontata, in maniera divertente e allo stesso tempo dettagliata e precisa, attraverso la quale si comprendono molte cose di come funziona la scienza e dei complessi rapporti tra scienza e pseudoscienza. Non sto dicendo che Vezzani abbia fatto un’operazione strumentale, anzi sono sicuro che il suo intento è stato esattamente quello di sviscerare in profondità un caso, nella convinzione che solo conoscere tutti i passaggi consenta al lettore di ragionare e di costruirsi una posizione consapevole. Il valore aggiunto del testo secondo me è però dato proprio dal valore paradigmatico di questa case-history, nella quale troviamo la gran parte degli ingredienti che compongono il variegato mondo del paranormale e del mistero.

Troviamo innanzitutto storie divertenti, come quella di Bezzie, un collie così noto negli Usa per le sue capacità telepatiche da essere invitato a una cena a casa del Presidente Roosvelt, o quella di Rolf, un cane che viene interrogato sull’unità e la trinità di Dio e che risponde agli attoniti interroganti in maniera ortodossa o che scrive (sì, scrive) a un professore universitario le sue opinioni sulle implicazioni politiche della seconda guerra mondiale. Troviamo alcuni autorevoli scienziati inizialmente scettici che, dopo aver assistito a una dimostrazione delle capacità degli animali ne diventano ferventi sostenitori, a riprova del fatto che la competenza specialistica non è di per sé sufficiente a proteggere dall’errore. Troviamo il premio Nobel per la chimica che, pur non essendo esperto di psicologia o di zoologia, scrive che i poteri animali segnano “l’inizio di un nuovo capitolo nella dottrina del posto dell’uomo nella natura”, a dimostrazione del fatto che un premio Nobel che certifichi qualsiasi cosa lo si trova sempre. Troviamo lo stalliere che usa i trucchi per suggerire i numeri ai cavalli, ma siccome nessuno pensa di coinvolgere un prestigiatore nei controlli passano anni prima che ce ne si accorga. Troviamo i vip dell’epoca – duchi e conti, ministri e principesse – che vogliono vedere con i loro occhi questi fenomeni straordinari, e si sa che se si muovono i vip qualcosa di vero ci deve essere. Troviamo gli animali che hanno grandi poteri, ma solo se chi li esamina ci crede. Ma soprattutto troviamo un mondo straordinario di appassionati di scienza, come Wilhelm von Osten, il proprietario del cavallo Hans, forse il più celebre e studiato animale intelligente, le cui ottime e genuine intenzioni sono quelle di contribuire allo sviluppo della conoscenza scientifica. E in effetti ci riesce anche, ma decisamente non nel modo in cui pensava, tanto da arrivare a maledire il suo cavallo che considerava responsabile del suo totale discredito. Von Hosten era un professore di matematica, darwinista convinto, che per avvalorare l’ipotesi della continuità tra uomo e animali voleva dimostrare che gli animali potevano essere educati, e che era questa educazione a determinare la capacità di pensare, non la natura equina o umana dell’allievo. L’analisi del suo cavallo scrive Vezzani fu invece «uno dei maggiori successi della psicologia sperimentale fino a quel tempo. Da allora l’influenza di sottili indizi da parte di chi interroga sul comportamento di un soggetto che risponde è nota come “effetto Clever Hans”... questo effetto è una della principali ragioni che hanno portato all’adozione del noto metodo del doppio cieco».

In questo senso il libro di Vezzani conferma da un lato l’utilità di occuparsi scientificamente di fenomeni paranormali e misteriosi, perché offre un’occasione per mettere alla prova le proprie capacità critiche, e dall’altro l’interesse per la storia del paranormale. Una storia che ci mostra tutte le contraddizioni e le complessità di quel fenomeno che talvolta vorremmo spiegare in termini un po’ troppo semplici e che chiamiamo il credere nel paranormale.

Dalla Terra alla Luna.
Il progetto Apollo 40 anni dopo
Umberto Guidoni
Di Renzo Editore, 2011
pp.168, € 16,00

Recensione di Luca Menichelli
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Da quando nel 1969 Neil Armstrong , posando il primo piede umano sul nostro satellite, ha pronunciato la famosa frase "Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l'umanità", di inchiostro ne è stato usato parecchio, sia per descrivere ed esaltare l'evento che, a volte, per denigrarlo e addirittura negarlo. Di libri riguardanti l'impresa dell'Apollo 11 ne sono stati scritti molti, ma con un piccolo difetto comune: sembrano realizzati con uno stampo, perché sono tutti resoconti piuttosto asettici. Il libro di Guidoni Dalla Terra alla Luna - Il progetto Apollo 40 anni dopo si distingue sin da subito dagli altri perché non fornisce semplicemente un resoconto cronachistico dello sbarco sulla Luna, ma ripercorre tutte le tappe che dalla fine della seconda guerra mondiale hanno portato all'epica impresa dell'Apollo 11, ma anche ai successivi allunaggi, fino all’improvvisa sospensione delle missioni lunari.

L'analisi di Guidoni risulta molto approfondita e si sofferma sugli aspetti socio-politici che hanno portato USA e URRS a combattere una "guerra" senza armi al di fuori del nostro pianeta con la loro corsa allo spazio, forse l'unica guerra che al posto di distruzione ha portato vantaggi a tutta l'umanità.

E qui sta la genialità di Guidoni che rende il libro unico nel suo genere: ci fa capire che gli artefici dell'allunaggio non sono due astronauti statunitensi che hanno beneficiato di tutti i meriti mediatici, ma che il tutto è nato da decine di anni di studi, prove, invenzioni, missioni, sfide al limite delle capacità umane che hanno anche mietuto vittime. Ci fa capire che l'impresa di Armstrong e Aldrin è stata il concretizzarsi di un percorso che non si è concluso con loro e che è proseguito nelle altre sei missioni Apollo, passate un po' in sordina dopo la gloria del primo sbarco.

Il tutto è esposto con un linguaggio scorrevole e alla portata di tutti, senza la necessità di arricchire la narrazione con tecnicismi, limitandosi a riportare i fatti e, ove necessario, a esporre qualche nota polemica su alcune vicende legate allo sviluppo delle tecnologie missilistiche statunitensi. In definitiva si tratta di un’opera che non può mancare nella biblioteca di chi ama l'astronomia e vuole vivere l'illusione di passeggiare sulla Luna insieme agli eroi che l'hanno fatto.

La fisica delle ragazze
Monica Marelli
Editoriale Scienza,
pp. 96, € 10,00

Recensione di Luca Menichelli
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Quante meraviglie si celano dietro ai più disparati gesti quotidiani: infinite leggi della natura si intrecciano in un articolato arabesco consentendo il concretizzarsi della nostre azioni. Se davanti allo specchio ci si limita ad osservare in maniera pratica l'effetto di un maquillage, di una pettinatura o di una rasatura allora non è il caso di continuare con questa lettura, ma se al contrario almeno una volta ci si è chiesti il motivo per il quale avviene la meraviglia della riflessione dell'immagine, per quali oscuri motivi celati nel subatomico noi possiamo ammirare il nostro lavoro attraverso quell’immobile lastra lucida e riflettente, allora il libro di Monica Marelli è una lettura che non può essere ignorata.

Dopo La fisica del miao e La fisica del bau torna un lavoro dedicato ai più giovani del fisico in tacchi a spillo Monica Marelli e dell'illustratrice Caterina Giorgetti articolato, come i due precedenti, in modo da essere comprensibile da tutti, senza tralasciare l'accuratezza descrittiva dei fenomeni che fanno parte della scienza del quotidiano.

La fisica delle ragazze narra la storia di una ragazza come tante, una quasi diciassettenne qualunque con tutti i dubbi e i problemi tipici della sua età, che una mattina viene strappata dalle braccia di Morfeo nientemeno che dallo “Spirito della Fisica”, una signorotta in tailleur Chanel, che la guida alla scoperta del perché ogni cosa accade. Silvia, questo è il nome della ragazza, scoprirà sotto la sua guida perché per nascondere i brufoli sia più adatto un correttore verde, cosa si nasconda dietro ai gioielli che si indossano attraverso l'analisi dei metalli o che cosa celi la struttura dei suoi vestiti o cosa, ancora, accomuni il fondotinta e il ketchup. Nulla di meglio poi di una serata in discoteca per scoprire i meccanismi della luce e dell'acustica e altro ancora. Con il caratteristico linguaggio semplice e ironico e senza la necessità di astruse formule matematiche, Monica Marelli ha saputo realizzare un lavoro che malgrado sia dedicato ai più giovani, è un buon mezzo di apprendimento anche per chi ha i capelli bianchi , ma conserva dentro la tipica curiosità di scoprire il mondo che ci circonda con lo spirito adolescenziale che ognuno cela in qualche punto nascosto.

Da non sottovalutare l'importanza delle illustrazioni di Caterina Giorgetti che aggiungono al libro, già di per sé eccellente nei contenuti, quel pizzico di arte che inchioda il lettore a un’avventura da gustare tutta d'un fiato.