Atlantide nel mare dei testi; I trucchi della mente; Physics on the fringe; Quando la profezia non si avvera; L’indemoniata

  • In Articoli
  • 26-12-2012
  • a cura di Anna Rita Longo

Atlantide nel mare dei testi
Andrea Albini
Italian University Press,
2012, pp. 451, € 26,00

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Recensione di Marco Ciardi

Andrea Albini si occupa da oltre quindici anni di storie delle idee e delle pratiche scientifiche nel campo delle scienze controverse, abbandonate o marginali. Come consulente tecnico-scientifico del CICAP è ben noto ai lettori di Query, che sicuramente avranno avuto modo di appezzare le sue qualità di studioso e di scrittore leggendo qualcuna delle sue numerose pubblicazioni, da Rabdomanzia (2005) a L’autunno dell’astrologia (2010).
Albini si cimenta ora con un altro argomento certamente non facile da maneggiare: Atlantide. Ma la sua opera, è bene dirlo fin dall’inizio, è perfettamente riuscita. Vediamo di illustrarne in breve i motivi.
Sul mito di Atlantide sono state scritte migliaia di volumi, saggi e articoli di vario genere, corrispondenti a centinaia di migliaia di pagine. Per non parlare della sua diffusione nell’ambito dell’arte, della letteratura, del cinema, dei fumetti, eccetera. Come ho scritto nello scorso numero della rubrica “Parastoria”, negli studi su Atlantide c’è in genere una scarsa attenzione alla dimensione storica del problema. Ciò non è scusabile, se si pensa che seri contributi di analisi sono disponibili da ormai più di 150 anni, a partire dalla fondamentale Dissertation sur l’Atlantide di Thomas-Henri Martin, nella quale lo studioso francese oltre a esaminare criticamente i dialoghi di Platone in cui si parla di Atlantide (per gli smemorati si tratta del Timeo e del Crizia, scritti intorno al 360 a.C.), forniva un esauriente elenco (utilissimo ancora oggi) delle molteplici ipotesi formulate fino ad allora.
Nell’ultimo decennio alcuni storici si sono occupati con attenzione della storia di Atlantide. Nel 2002 ho scritto un libro in cui ho cercato di dimostrare che la ricerca del continente perduto è stata a lungo un tema degno di considerazione scientifica, affrontato da autori di assoluta importanza nella storia della scienza, come ha riconosciuto lo storico dell’antichità Pierre Vidal-Naquet, forse il massimo specialista della materia, nel suo ultimo libro del 2005, dedicato proprio al mito di Atlantide, sintesi di oltre quarant’anni di ricerche sull’argomento. Nel 2004 Chantal Foucrier ha, invece, trattato la diffusione del mito platonico in ambito letterario, mentre nel 2010 Davide Bigalli ha mostrato come la storia di Atlantide possa essere collegata a un altro tema, ovvero “al ricordo del Paradiso Terrestre”, permettendo a “un mito negativo” di trasformarsi in “un’utopia positiva”. Nel 2011, infine, il sottoscritto è ritornato sul tema con un libro dal titolo Le metamorfosi di Atlantide, nel quale si cerca di analizzare come i diversi piani del discorso (mito, scienza, letteratura, cinema, eccetera) si siano sviluppati, intersecati o sovrapposti nel corso del tempo. Questa carrellata storiografica non vuole essere uno sfoggio di erudizione ma, al contrario, è essenziale per mettere in evidenza il primo grande merito di Albini, cioè il fatto che l’autore conosca perfettamente tutti questi testi e li utilizzi in maniera corretta, come si conviene a uno studioso che cerca di fare un lavoro serio e rigoroso sulla materia. Là dove la maggior parte degli autori che si occupano di Atlantide sono estremamente approssimativi sul piano delle conoscenze in ambito storiografico, Albini è da questo punto di vista ineccepibile e il suo lavoro dovrebbe essere preso ad esempio da tutti coloro che, in futuro, intenderanno scrivere un libro che si occupi di misteri o presunti tali. La conoscenza della bibliografia degli studi critici su di un argomento è essenziale. Anche il mestiere di storico, così come quello di scienziato, non si improvvisa.
L’accuratezza del testo di Albini dal punto di vista storiografico fa sì che il suo volume si presenti come straordinariamente completo anche dal punto di vista della descrizione delle fonti e dei testi che hanno avuto come oggetto Atlantide, a partire da Platone fino ai nostri giorni. Lo schema del lavoro richiama il celebre classico scettico di Lyon Sprague de Camp, Lost continents. The Atlantis theme in history, science and literature, ma risulta assai più completo, aggiornato e metodologicamente raffinato. Tutte le ipotesi e le teorie sono presentate per argomenti tematici (collocazioni geografiche, ricerche scientifiche, atlantidi occulte, letteratura, teatro e cinema, eccetera). In questo modo il libro si configura come una vera e propria enciclopedia sul mito platonico (grazie anche al preciso indice dei nomi e dei luoghi). D’ora in poi, il futuro autore di una nuova ipotesi sul continente perduto farebbe meglio a consultare il libro di Albini per verificare di non essere già stato preceduto. Perché, data la varietà delle soluzioni proposte, è molto probabile che sia così. Naturalmente anche Albini non rinuncia alla sua interpretazione sulla possibile esistenza di Atlantide, ma non vorrei privarvi del piacere della sorpresa e della lettura. Comunque, il fatto che Atlantide vada cercata nel “mare dei testi”, piuttosto che nel “mare reale”, forse può già darvi qualche indizio in proposito.

I trucchi della mente. Scienziati e illusionisti a confronto
Stephen L. Macknik e Susana Martinez-Conde.
Codice Edizioni
2012, pp. 269, € 25,00

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Recensione di Matteo Rampin

In questo libro, di argomento scientifico ma scritto con chiarezza e con intenti divulgativi, sono raccolti i principali studi di neuroscienze che permettono agganci con la teoria dell’illusionismo, a cominciare da quelli che riguardano le basi nervose dei processi di inganno e che sono stati condotti in collaborazione con illusionisti negli ultimi cinque anni.
È da pochi anni, infatti, che le neuroscienze e l’arte illusionistica hanno iniziato a osservarsi reciprocamente con attenzione. L’idea è che gli illusionisti siano i depositari di numerose conoscenze empiriche riguardo ai modi in cui la mente umana cade in errore, e che, studiando i loro comportamenti, sia possibile chiarire alcuni aspetti del funzionamento della mente stessa. Seguendo un’organizzazione della materia esposta che si basa sulla teoria modulare della mente (secondo cui le operazioni che si svolgono nella mente possono essere descritte riferendosi a “moduli” relativamente indipendenti), gli autori, neuroscienziati del Barrow Neurological Institute di Phoenix (Arizona), passano in rassegna le illusioni visive, sensoriali e multisensoriali, le illusioni cognitive, le illusioni della memoria, gli effetti delle aspettative e delle assunzioni, le illusioni della scelta e altri processi mentali sfruttati dai maghi del palcoscenico per indurre in errore gli spettatori e realizzare l’arte della simulazione di fenomeni fisicamente impossibili.
La strada scelta dagli autori per rendere comprensibile il testo anche da parte di chi non si interessa di neuroscienze è stata quella (criticata da alcuni prestigiatori) di illustrare i fenomeni discussi per mezzo di giochi di prestigio classici e “importanti” di cui viene rivelato il segreto. Esso viene analizzato, per quanto possibile, dalla prospettiva teorica delle scienze della mente (neurologia, neuropsicologia, neurofisiologia, psicologia sperimentale, fisiologia delle percezioni, psicologia cognitiva, eccetera).
La spiegazione del gioco è tipograficamente segnalata in modo molto chiaro all’inizio e alla fine, così da permettere al lettore che lo desiderasse di non venire a conoscenza del “trucco”. La “neuromagia” (come è stata chiamata la disciplina che studia gli inganni illusionistici da un’ottica neuroscientifica) è nata da pochissimo, e quindi i livelli di descrizione dei fenomeni neurologici esposti in queste pagine sono eterogenei, comprendendo per esempio l’analisi di eventi nervosi condotta con risonanza magnetica nucleare funzionale, l’interpretazione su base statistica di risposte comportamentali complesse da parte di popolazioni abbastanza numerose di soggetti di studio, il resoconto di casi singoli, aneddoti, eccetera.
Molto interessanti sono le implicazioni teoriche degli studi sull’inganno, accennate qua e là: alcune sono di portata decisamente filosofica (per esempio, quelle riguardanti il libero arbitrio e la coscienza o consapevolezza di sé). Interessanti anche alcune digressioni su argomenti collaterali, come l’ipnosi o l’influenzamento da parte della pubblicità (il sottotitolo originale è: Ciò che le neuroscienze applicate all’illusionismo rivelano circa i nostri inganni quotidiani), e alcune rapide incursioni nella storia dell’illusionismo e di arti affini.
Per il piacere degli gli amici del CICAP, il libro dedica alcune pagine a temi cari agli scettici, come per esempio un’elementare esposizione delle classiche tecniche di hot e cold reading, la descrizione di alcune delle procedure più semplici usate per piegare i metalli, o i frequenti riferimenti all’attività di James Randi.
È possibile che non tutti i passaggi “tecnici” relativi agli argomenti di neuroscienze siano di immediata comprensione da parte di chi non ha una formazione scientifica di un certo livello, mentre ci pare che la parte tecnica di pertinenza illusionistica sia stata tradotta in modo chiaro e accessibile a ogni lettore (la traduttrice si è avvalsa della consulenza del prestigiatore Salvatore Rapacciuolo), anche se forse solo i “veri” cultori dell’illusionismo saranno in grado di apprezzare tutte le implicazioni di quanto viene scritto, analizzato e rivelato. In poche parole, vale sicuramente la pena di averlo in biblioteca.

Physics on the fringe. Smoke rings, circlons and alternative theories of everything
Margaret Wertheim
Walker & Company,
2011, pp. 316, $ 27,00

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Recensione di Andrea Albini

Nel suo lavoro di divulgatrice scientifica, Margaret Wertheim ha ben presente quanto sia decisamente più arduo proporre alla stampa argomenti scientifici che abbiano a che fare con la dimensione funzionale della fisica (come, ad esempio, l’invenzione dei CD riscrivibili) piuttosto che con quella “cosmologica”, come la nascita dell’universo, la fine del tempo, la materia oscura, i viaggi nel tempo e l’esistenza di nuove forze e dimensioni dello spazio.
Particolarmente interessante è stata, quindi, la sua scelta di assecondare questa tendenza, dedicando un libro a un genere particolare di proponenti di “teorie generali”: gli outsider della fisica, che si accaniscono a divulgare con entusiasmo teorie fantasiose e spesso bislacche, in cui la fisica moderna - estremamente complessa e matematizzata - viene considerata “sbagliata” e sostituita da visioni stravaganti (e non provate) ma percepite come più semplici e intuitive dalle persone comuni.
L’argomento del libro è appunto la contrapposizione tra i fisici teorici accademici (gli insider), che popolano l’intimidente e complesso mondo della scienza contemporanea, e i “fisici fai da te” che si sono costruiti modelli alternativi dove spesso tutto è spiegabile nei termini della meccanica classica ottocentesca.
Il primo e condivisibile aspetto del libro della Wertheim è il rispetto che l’autrice dimostra per questo secondo gruppo, in bilico tra l’ingenuità e il populismo, ma in rapida crescita anche grazie a internet, che ha formato persino un’associazione di categoria: la National Philosophy Alliance (NPA) a imitazione delle società scientifiche ufficiali. L’invettiva, il silenzio o il disprezzo, talvolta usati dagli scienziati appartenenti all’accademia, non aiutano certo a capire il fenomeno; e l’autrice non ha problemi a confessare di essere rimasta affascinata dalla schiera di personaggi che le inviavano le loro bizzarre teorie - scovandone chissà come l’indirizzo - e di avere raccolto una discreta collezione di queste ultime.
Ciò le ha permesso di sviluppare una tassonomia delle opere di “fisica alternativa” che rappresenta una delle parti più interessanti del volume. Si va dai densi volumi ai semplici articoli; e tra le forme espositive alcuni autori hanno persino scelto il poema o la favola. Curiosamente, tutti gli ideatori di queste ipotesi sono di sesso maschile. Wertheim ha seguito in particolare le teorie di un outsider, Jim Carter, diventandone amica. Questi è un autore non certo privo di senso dell’umorismo, che in passato ha spedito ai possibili sostenitori un suo libro intitolato The Other Theory of Physics provvisto di un questionario di gradimento dove era prevista una crocetta sulla voce: «La tua teoria gravitazionale fa pena!».
Naturalmente la validità di un modello fisico non è in funzione del suo essere pittoresco ma di come sia verificabile sperimentalmente e in grado di prevedere fatti che non possono essere presunti in altro modo. Verso il termine del libro Wertheim non manca di sottolineare come, anche nel campo degli insider, molte teorie fisiche - come quelle delle stringhe - siano per il momento mere possibilità; nonostante la passione che i proponenti vi dedicano, rimangono tuttora pure speculazioni di una “scienza degli esercizi mentali”. Ecco perché - nella sostanza - Physics on the Fringe, oltre a essere una meditazione sui fisici outsider, serve anche come riflessione sui fisici insider, che si comportano all’incirca allo stesso modo: costruendo teorie che non possono essere rifiutate logicamente, come se questo fosse garanzia sufficiente per la loro validità.
Per professione e formazione Wertheim appartiene al mondo della “inside science” e nel corso del libro ci ricorda più volte della sua doppia laurea in fisica e matematica. La sua simpatia non può, però, non pendere verso l’amico Jim Carter, indaffarato ormai da cinquant’anni nelle sue teorie fisiche “sul margine” della scienza, ma anche impegnato in un una serie di attività che non hanno un’utilità pratica (come piantare alberi in cerchio in luoghi fuori mano, a ricordare i “circloni”: le particelle elementari della sua teoria fisica), quasi fosse spinto da quel tipo di impulso interiore che conduce la creazione artistica e poetica verso strade che sono al di fuori dell’ordine costituito. E che aiutano, d’altra parte, gli individui a sentirsi “a proprio agio nell’universo”, giustificandosi e cercando, molto spesso illusoriamente, di lasciare un’impronta significativa nel mondo.

Quando la profezia non si avvera
Leon Festinger, Henry Riecken, Stanley Schachter
Il Mulino,
2012, pp. 264, € 28,00

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Recensione di Massimo Polidoro

Il 21 dicembre il mondo finirà, sarà travolto da un’immane catastrofe e solo un gruppo di prescelti sarà portato in salvo dagli alieni a bordo di un disco volante in virtù della fede dimostrata.
Non stiamo parlando dell’ennesimo gruppuscolo di fanatici che si prepara alla tanto annunciata, quanto inesistente, apocalisse del 2012. Parliamo piuttosto del gruppo di fedeli della signora Dorothy Martin che, nel 1954, sosteneva di essere in contatto con gli alieni del pianeta Clarion. Costoro comunicavano con lei tramite scrittura automatica e le avevano annunciato che un’alluvione avrebbe travolto il pianeta proprio quel lontano 21 dicembre.
Impegnato in un progetto che riguardava lo studio del comportamento di individui facenti parte di movimenti sociali che avevano fatto specifiche profezie (non avveratesi), lo psicologo Leon Festinger colse la palla al balzo. Insieme ai colleghi Henry Riecken e Stanley Schachter si infiltrò nella setta della signora Martin e, grazie a quello che scoprì, ci è oggi possibile capire cosa succede in un gruppo come questo prima e dopo la data prevista per la fine del mondo.
Sì, perché quella ricerca divenne un libro, When Prophecy Fails, considerato una pietra miliare della psicologia sociale, che finalmente è stato oggi tradotto in italiano da Il Mulino in un’edizione curata dalla psicologa sociale Nicoletta Cavazza dell’Università di Modena-Reggio Emilia.
La storia è ben nota. Saputo del disastro incombente, gli adepti abbandonarono tutto: lavoro, famiglia e conto in banca, convinti di lasciare per sempre il pianeta. Quando, però, passata l’ora X, non accadde nulla, la situazione si fece critica: fu solo quando la signora Martin ricevette dagli alieni un messaggio che diceva che il gruppo aveva irraggiato così tanta luce che Dio aveva deciso di salvare il mondo dalla distruzione che le cose cambiarono. Qualcuno, definitivamente deluso, prese e se ne andò, ma la maggior parte dei componenti della setta rimase e anzi iniziò subito un’intensa opera di proselitismo.
Quell’esperienza permise a Festinger di mettere a punto un concetto fondamentale della psicologia sociale, quello di “dissonanza cognitiva”. Quando i fatti smentiscono credenze molto radicate, cioè, difficilmente riusciremo ad abbandonarle, preferendo piuttosto cercare (fino anche a inventarle) prove che possano aiutarci a conservare intatte tali credenze.
Un perfetto esempio di questo stato psicologico sono le parole di una componente della setta, Kitty, poco prima del disastro annunciato: «Devo credere che il 21 ci sarà l’inondazione, perché ho speso quasi tutti i miei soldi. Ho lasciato il mio lavoro, ho abbandonato il corso di comptometrista e l’appartamento mi costa cento dollari al mese. Devo crederci per forza».
Il libro rappresenta insomma una lettura fondamentale per chiunque sia interessato a capire perché tante persone credano all’incredibile e, soprattutto, perché continuino a farlo anche dopo che è stato loro dimostrato che le cose sono diverse da come pensano.

L’indemoniata. Nascita ed evoluzione di una sindrome da possessione
Armando de Vincentiis
Libellula Edizioni,
2012, pp. 111, € 13,00

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Recensione di Luca Menichelli

Quando si parla di possessioni demoniache viene subito alla mente il capolavoro cinematografico L’esorcista di William Friedkin, del 1973, tratto dall’omonimo libro di William Peter Blatty, un film capostipite di altre pellicole che hanno come protagonista il difficile rapporto di convivenza tra uomo e Satana.
Le possessioni sono state da sempre uno spauracchio per l’uomo: l’idea di avere all’interno di sé un parassita che costringe il corpo a compiere azioni che vanno al di là della volontà personale è difficile da accettare. L’idea di possessione trova terreno fertile in determinate culture religiose assumendo il carattere di una superstizione che, però, spesso non è condannata dal credo cui afferisce.
Dal marasma delle pellicole e dei libri dedicati alle possessioni, emerge sempre una situazione di possibilismo, se non di certezza, relativamente a tale fenomeno, con scene che mostrano la scienza impotente dinanzi alla potenza del demonio.
Armando De Vincentiis, psicoterapeuta e coordinatore del CICAP Puglia, la pensa in maniera diversa e nel suo ultimo lavoro letterario intitolato L’indemoniata analizza, attraverso un racconto e un approfondimento scientifico, l’idea di possessione dal punto di vista della psicologia. Evitando anticipazioni per non rovinare il gusto della scoperta al lettore, si può definire il libro insieme sconvolgente, avvincente e illuminante. Ci trasporta in un mondo fatto di cieco bigottismo, incomprensioni e coincidenze, che trasformano una ragazza alle prese con le normali pulsioni sessuali tipiche della sua età in un’indemoniata da cui estirpare il Male attraverso un esorcismo, imprigionandola in un circolo vizioso capace di annullarne ogni dignità in nome di una superstizione.
Per quanto si possa ricercare, l’opera di De Vincentiis rappresenta un’eccezione nell’ambito della letteratura che riguarda le possessioni, in quanto, discostandosi dalla moda imperante, l’autore punta il dito su quello che è l’aspetto psicopatologico di una situazione che, se non corretta, può portare a seri danni per l’equilibrio psichico del presunto posseduto. L’intervento del professor Garlaschelli arricchisce il libro che già di per sé rappresenta una summa della psicologia legata al paranormale religioso. In breve, si tratta di un libro che si legge come un normale racconto, ma caratterizzato da un rigore scientifico che lo rende unico nel suo genere.

==La falsa donazione di Costantino
Lorenzo Valla
Rizzoli,
1994, pp. 200, € 9,40
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Recensione di Anna Rita Longo

Il grande imperatore Costantino aveva contratto la lebbra, malattia a quel tempo assai temuta. I sacerdoti pagani lo invitarono a bagnarsi per guarire - quasi fosse una Erzsébet Báthory ante litteram - nel sangue di innocenti fanciulli che sarebbero stati per lui sacrificati. Ma il giusto sovrano inorridì al pensiero di commettere un simile abominio e decise di affidarsi, invece, a papa Silvestro I, che gli indicò una fonte miracolosa, bagnandosi alla quale fu completamente risanato. Colmo di gratitudine per il miracolo, Costantino si affrettò a ripagare Silvestro redigendo un documento con il quale legittimava il potere temporale del pontefice e la signoria sui cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme), su Roma e la Pars Occidentalis dell’impero. Questo inverosimile racconto faceva parte delle narrazioni agiografiche su San Silvestro, e la donazione di Costantino di cui si parla legittimò per lungo tempo le pretese della Santa Sede in termini di autorità temporale e di rapporti, di norma non idilliaci, con l’impero.
Tra dubbi e recriminazioni di vario tipo - già Ottone III (980-1002) manifestò il suo scetticismo verso un documento privo di sigillo - per tutto il Medioevo la Donazione fece sentire la sua pressante influenza, divenendo caposaldo della lotta per le investiture e baluardo della supremazia papale. Persino Dante, che non nutriva dubbi sulla sua autenticità, dedicò una parte della sua Monarchia a spiegare per quale motivo il documento non dovesse esser tenuto da conto, rappresentando un errore di Costantino, che avrebbe mal interpretato il volere divino.
Se Niccolò Cusano aveva già contribuito a dichiarare apocrifo il documento, fu però grazie a Lorenzo Valla che la questione fu esaminata e sviscerata in tutti i suoi aspetti, fino all’inevitabile conclusione: si trattava di un maldestro falso.
Ci stupiamo del fatto che, scritta nel 1440, La falsa donazione di Costantino, sia stata pubblicata solo nel 1517 (in ambito protestante) e messa all’indice nel 1559? Certamente no, vista la pericolosità, per il pontefice, delle tesi in essa sostenute. Ma perché leggere oggi l’opera di Lorenzo Valla?
Innanzitutto perché si tratta di una sorta di manifesto della libera ricerca, scevra da condizionamenti ideologici e politici. Ma anche per il rigore e la chiarezza delle argomentazioni, che costituiscono un modello di corretta divulgazione del sapere. Infine perché si tratta di uno straordinario esempio di debunking che nulla ha da invidiare a quelli dei moderni cacciatori di bufale.