I mattoidi italiani; Terra; Il potere è nella mente; Il processo originale di Galileo Galilei; Enigmi e misteri della storia

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  • 11-04-2013
  • a cura di Anna Rita Longo

I mattoidi italiani
Paolo Albani
Quodlibet
2012, 348 pp., € 16,00

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di Andrea Albini

Antologizzare misconosciuti autori di teorie eccentriche nei vari campi del sapere era il sogno dello scrittore francese Raymond Queneau già dagli anni trenta del secolo scorso. Nel mondo francofono, quest’idea – che Queneau aveva solamente abbozzato nel romanzo Les Enfants du Limon – è stata portata a temine in modo enciclopedico dall’allievo André Blavier nell’edizione definitiva di Les fous littéraires (2000). Ora, con I mattoidi italiani, Paolo Albani include al repertorio il genio italico e ci presenta settanta autori nazionali con idee stravaganti, suddivisi in categorie che comprendono astronomia e fisica alternativa, invenzioni e teorie sulla quadratura del cerchio. Non mancano neppure i profeti e gli ideatori di nuove religioni, i creatori di lingue universali, i filosofi, gli idealisti fuori dalle righe, e chi ha messo su carta idee bislacche su argomenti medici, biologici, psicologici, sessuali e altro ancora.
Ad esempio, in Legge del sistema planetario (1902), il capitano di lungo corso Giuseppe Borredon nega la gravitazione universale di Newton e usa nozioni di ingegneria meccanica, elettricità, magnetismo e i concetti di caldo e freddo per spiegare i movimenti astronomici. Anche Giuseppe Casazza contrasta in un libro del 1883 la teoria newtoniana, affermando che i corpi non tendono al centro ma a una «posizione speciale» a loro naturale (Casazza è anche autore di Il teorema del parallelogrammo dimostrato falso). In La Terra non gira intorno al Sole (1952), invece, Silvio Corradi cerca di smontare l’astronomia copernicana, sostenendo che la Terra non ruota «intorno» al Sole ma «davanti a esso» e costruisce un planetario meccanico per dimostrarlo.
Sempre in campo astronomico, Michele Giordano delinea nelle Lettere cosmologiche (1872-75) una cosmologia di tipo industriale, capace di risolvere anche questioni scientifiche, sociali, politiche, religiose, morali e altro ancora. Non mancano poi gli autori che denunciano gli «errori di Einstein»; vedono nei resti fossili di grossi animali la prova dell’esistenza dei giganti; propongono corsi su come acquisire una «personalità magnetica»; o spiegano la telepatia in termini di «telefonia umana». Tra essi, qualcuno ha individuato le placche cutanee da cui partono le onde celebrali, mentre altri sostengono teorie vitalistiche, oppure abbozzano una «nuova teoria della creazione secondo la scienza spiritica».
Albani è uno specialista nella classificazione delle eccentricità: è stato coautore di un’interessante enciclopedia delle scienze bizzarre e sempre per Quodlibet ha curato un Dizionario degli istituti anomali nel mondo. Per i mattoidi italiani egli saggiamente adotta lo sguardo distaccato dell’antropologo: selezionando gli autori e presentandoli in ordine alfabetico senza irriderli o considerarli con supponenza o commiserazione.
Oltre a essere di piacevole lettura, il libro suscita qualche riflessione. Innanzitutto è importante capire che cosa si intenda con il termine “mattoide”, usato anche da Carlo Dossi nello scintillante I mattoidi al primo concorso pel monumento a Vittorio Emanuele II del 1884. Dossi dedicò il suo volumetto a Cesare Lombroso: il medico e alienista, creatore della pseudoscientifica antropologia criminale, che riteneva i mattoidi personalità al confine tra salute mentale e follia (al pari dei geni) le quali, rispetto agli alienati, conducevano vite apparentemente normali, se si escludeva un po’ di pedanteria. I mattoidi si dedicavano ad argomenti estranei al loro campo di competenze e procedevano servendosi di analogie, giochi di parole e immagini fantasiose. A queste caratteristiche si deve aggiungere che spesso il “mattoide letterario” pubblica a proprie spese, talvolta mostra una tendenza al profetismo, è un isolato senza maestri né discepoli, ed è anche conservatore, nel senso che propugna dottrine che guardano al passato rispetto alle idee correnti.
Per la singolarità della sua opera, normalmente il mattoide non consegue risultati pratici e rimane sconosciuto a tutti, abitando un mondo alternativo a quello “ufficiale”. Tipicamente, le sue idee – per quanto strampalate – mirano a costruire teorie di buon senso e a descrivere il mondo in modo più intuitivo e comprensibile.
Esaminando i testi raccolti da Albani si intuisce come la complessità scientifica (e in generale quella del mondo in cui viviamo) sia percepita con disagio da una parte della popolazione che “intende capire”. Negli autori irregolari tutto questo si traduce in una tangibile amarezza e in un senso di ingiustizia che spesso trapela dietro l’entusiasmo e l’ostinazione di persone che, erroneamente, ritengono di essere nel giusto. Per ovviare a questo, se sarà mai possibile, il lavoro della divulgazione è ancora arduo e impegnativo.

Terra
Marco Ciardi
Laterza
2013, pp. IX-145 pp., € 12,00

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di Silvano Fuso

Chi frequenta il CICAP ha imparato ad apprezzare Marco Ciardi ascoltando le sue brillanti relazioni tenute al convegno “I conti non tornano” di Torino del 2011 e al XII convegno nazionale di Volterra del 2012. Laureato in filosofia all’Università di Firenze con Paolo Rossi e dottore di ricerca in Storia della Scienza, Ciardi è attualmente professore associato di Storia della Scienza e delle Tecniche presso l’Università di Bologna. È un affermato storico e fa parte del Comitato Direttivo del Gruppo Nazionale di Fondamenti e Storia della Chimica, del Comitato di Redazione della rivista internazionale “Galilaeana. Journal of Galilean Studies”, della rivista della Società Chimica Italiana “CnS – La Chimica nella scuola” (per la quale è responsabile editoriale della sezione “Chimica e storia della scienza”). È inoltre membro di numerose autorevoli istituzioni che si occupano di storia della scienza.
Autore di numerose pubblicazioni, sia specialistiche che divulgative, ha dedicato la sua ultima fatica editoriale a un tema affascinante: la Terra, ovvero casa nostra.
L’introduzione al libro inizia con la citazione di una frase dell’astronauta americano Eugene Cernan, che partecipò alle missioni Apollo 10 e 17: «Siamo andati a esplorare la Luna ma, in realtà, abbiamo scoperto la Terra». Con le missioni lunari fu infatti possibile, per la prima volta nella storia dell’uomo, osservare la Terra dall’esterno e rendersi meglio conto della piccolezza del “condominio cosmico” in cui abitiamo e delle sue relazioni con l’intero universo. Non a caso, sulla copertina del libro compare la celebre Blue Marble, ovvero la fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall’equipaggio dell’Apollo 17.
Il volume si sviluppa attraverso otto capitoli: 1) La fine delle stelle fisse, 2) Gli elementi della materia, 3) Gli spazi della geografia, 4) Il tempo si allunga, 5) La natura è mobile, 6) Il posto dell’uomo nella natura, 7) La voce dei terremoti, 8) Quante risorse abbiamo? Completano l’opera una bibliografia, utile per approfondire i tanti temi affrontati nel testo, e un comodo indice dei nomi.
Terminata la lettura del libro si ha l’impressione di aver percorso un lungo viaggio attraverso l’intera storia del pensiero scientifico. Ogni capitolo, infatti, analizza i contributi allo sviluppo delle conoscenze relative al nostro pianeta forniti dalle diverse discipline: astronomia, fisica, chimica, geografia, geologia, biologia, geofisica, eccetera. Nonostante le dimensioni ridotte del volume, ne scaturisce un quadro estremamente preciso e chiaro che fa comprendere in modo impeccabile come funzioni la scienza e come si evolva. Appare inoltre chiaramente come il pensiero scientifico sia profondamente diverso dal cosiddetto senso comune che, quasi sempre, genera false credenze e pregiudizi contro i quali la scienza deve costantemente lottare. Ritengo che questo sia uno dei maggiori pregi del volume di Ciardi e che lo renda particolarmente utile anche come strumento didattico.
Da buon cicappino, Ciardi non dimentica di sottolineare che avere una mentalità scientifica non significa affatto non apprezzare la fantasia e la fantascienza. L’autore, ricordandoci che lo stesso Galileo, amava moltissimo «fate, draghi, ippogrifi e streghe», afferma testualmente: «Insomma, detto in termini più attuali, si può tranquillamente leggere Harry Potter oppure Il Signore degli anelli e contemporaneamente essere grandi scienziati, non c’è alcuna contraddizione tra le due cose. [...] Anzi, probabilmente leggendo opere fantastiche si diventa degli scienziati migliori». L’importante è distinguere la fantasia dalla realtà, cosa che Galileo e gli scienziati sanno generalmente fare molto bene. Gli esempi illustri non mancano.
Nella storia dell’idea di Terra i pregiudizi sono stati tanti, primo fra tutti l’antropocentrismo che ha caratterizzato, e continua ahimè ancora oggi a farlo, tante concezioni. A tale proposito, Ciardi cita un mirabile brano di un’operetta morale di Giacomo Leopardi, intitolata significativamente Il Copernico: «Soltanto il Sole che può guardare da lontano la Terra, ha l’esatta percezione del significato delle cose. «Perché, sai che è? il Sole che parla Io sono stanco di questo continuo andare attorno per far lume a quattro animaluzzi, che vivono su un pugno di fango, tanto piccino, che io, che ho buona vista, non lo arrivo a vedere». Ed è proprio così. La scienza ha oramai dimostrato (e la Blue Marble ce lo ricorda) che il nostro pianeta è proprio un «pugno di fango, tanto piccino» sperduto nel cosmo. Ma, visto che è casa nostra, dobbiamo averne la massima cura.
E al problema della “manutenzione” del nostro pianeta Ciardi dedica l’ultimo capitolo. Le risorse della Terra non sono illimitate e di questo dobbiamo prendere atto. Particolarmente pressante è il problema dell’approvvigionamento energetico, fondamentale per la nostra sopravvivenza e per la qualità della nostra vita. L’autore propone interessanti considerazioni e, da esperto storico della chimica, fa riferimento, tra l’altro, a quanto sosteneva, già agli inizi del Novecento, il grande chimico triestino Giacomo Ciamician che vedeva nell’energia del Sole una risorsa da sfruttare con maggiore convinzione e, soprattutto, con più investimenti per la ricerca. Si tratta di tematiche complesse alle quali, come lo stesso Ciardi sottolinea, è difficile dare una risposta semplice. Sicuramente però le risposte potranno essere date dalla scienza e dalla razionalità e non certo, per citare ancora Leopardi, dalla «vanità dei discorsi popolari» che tanto più sono «leggeri e stolti», quanto più trovano sostenitori.

Il potere è nella mente
Francesco Tesei
Rizzoli
2012, 288 pp., € 17,00

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di Anna Rita Longo

Fissa su di te il suo sguardo profondo, penetrante. Le sopracciglia alzate formano un angolo acuto con gli occhi, pronti a frugare nei lati più riposti della tua psiche, alla ricerca di segnali, indizi, cenni rivelatori, che non tarderanno a manifestarsi. E mentre legge nella tua mente come in un libro aperto, ignorando o, anzi, sfidando, ogni tuo tentativo di dissimulazione, le sue labbra sono piegate in un sorriso sardonico, inquietante come un ghigno. Ecco, ora puoi avvertire dentro di te una strana forza, che ti induce a compiere proprio una determinata azione e non altre, a prendere una specifica decisione, a fare una ben definita scelta. Puoi scommetterci: è stato lui. Nessun altro avrebbe il potere di determinare con tale precisione le scelte altrui, di insinuarsi nelle pieghe della coscienza per sostituirsi alla tua volontà. È il mentalista… o meglio, questa è la sua immagine quale ci viene presentata dalle serie televisive che sono state dedicate a questa figura (ricordiamo la fortunatissima Lie to me e The mentalist) o dalle performance teatrali e mediatiche di alcuni artisti.
Al grande pubblico, infatti, potrebbe sfuggire che il mentalismo rientra a pieno titolo nell’ambito di quell’arte degna del massimo rispetto denominata illusionismo e che, in ultima analisi, il mentalista è un prestigiatore specializzato nell’eseguire giochi che abbiano come scopo elettivo quello di simulare il possesso, da parte di chi li esegue, di poteri che vanno al di là delle capacità umane e delle leggi della fisica. In breve, il mentalista è un illusionista il quale, mediante la propria abilità tecnica e con l’ausilio di una buona conoscenza della psicologia (che si sposa, però, sempre con l’utilizzo di trucchi, come è normale nell’ambito della prestidigitazione) simula il possesso di doti paranormali. Tra le abilità imprescindibili per il buon mentalista vi è appunto quella di riuscire, attraverso un attento uso della misdirection (l’arte di sviare l’attenzione), a mettere in ombra le tecniche illusionistiche adoperate, indispensabili per la corretta riuscita dei giochi proposti. Utilizzo il termine “giochi” di proposito, proprio perché ho l’impressione che il fatto di denominarli, come è abitudine di alcuni mentalisti, “esperimenti” contribuisca a rafforzare l’idea che non prevedano l’uso di trucchi, ma siano semplicemente studiati per mettere in luce le reali potenzialità di chi li esegue.
Tra gli scaffali delle librerie è di recente apparso un libro a firma di un noto mentalista italiano, Francesco Tesei.
Tesei è un prestigiatore di talento, con indubbie doti comunicative, che si sposano a capacità tecniche di rilievo e, come tale, è stato seguito e apprezzato dal CICAP. Negli ultimi tempi ha deciso, però, per amplificare il senso di suggestione e di meraviglia nel corso delle sue esibizioni, di indurre lo spettatore a ritenere i confini dell’azione del mentalista molto più ampi rispetto a quelli effettivi, come sopra definiti. Nel suo libro, che porta il suggestivo titolo Il potere è nella mente è possibile individuare un’impostazione simile. L’intento sembrerebbe, infatti, quello di offrire al lettore una chiave d’accesso – tutto sommato piuttosto a buon mercato – per i segreti del mentalismo. Ma nello scorrere le pagine si ha, piuttosto, l’impressione di trovarsi di fronte a una scaltra operazione pubblicitaria che non offre quello che promette e, anzi, induce a credere quello che non è.
Cerchiamo, quindi, tirando le somme, di mettere in rilievo quelli che appaiono i limiti principali di un’opera destinata a stuzzicare il palato del grande pubblico.

1. Impianto fortemente autoreferenziale e autocelebrativo
Tesei sembra cogliere ogni occasione per spostare il discorso sulla propria persona e sul racconto della sua vita densa di esperienze e successi. L’impressione che se ne ricava è che l’intento pubblicitario sovrasti ogni altro scopo.
Per inciso, ho personalmente trovato fastidioso l’uso eccessivo di rimandi letterari e citazioni colte di scrittori, poeti, filosofi, il più delle volte pleonastici. Ai miei occhi appaiono come mero sfoggio di cultura (anche se in pillole da Baci Perugina), ma è questione di gusti. Talvolta, come nel capitolo 4 della prima parte, si respira un’aria di fascinazione New Age talmente forte da farci pensare che Tesei stia, per l’appunto, “facendo il mentalista” con il lettore. Tra massime moraleggianti e apologhi sufi, richiami alla responsabilità e precetti di vita, si viene a creare un’atmosfera spirituale suggestiva simile a quella creata da alcuni prestigiatori nel corso dei loro spettacoli, per comunicare meraviglia e sopire il senso critico.

2. Utilizzo discutibile di fonti anche buone
È innegabile che Tesei faccia riferimento a studi scientifici e divulgativi di buon livello, come le ricerche di Ekman sulle microespressioni, gli studi sulla psicologia della persuasione di Cialdini, quelli su inganni e autoinganni di Motterlini eccetera. Numerose sono anche le citazioni di menti scientifiche straordinarie, quali Heisenberg e Einstein. Questo contribuisce ad ammantare il suo saggio di una veste di rigore scientifico, che appare, però, ingiustificata. Le buone fonti si alternano, infatti, senza alcuna sistematicità, a testi della più varia natura. Il giallista Gianrico Carofiglio è citato allo scopo di sostenere una discutibile teoria psicologica; posizioni condivisibili sul piano scientifico sono seguite da proclami a favore della PNL e così via.
Nel bailamme delle citazioni appare, quindi, difficile, separare il grano dal loglio. Inoltre, non di rado accade che le affermazioni di studiosi rigorosi vengano assolutizzate fino a deformarne il senso e la portata. È il caso degli studi di Ekman, che vanno intesi solo nel senso di una probabilità percentuale e non costituiscono affatto, come vorrebbe Tesei, una chiave certa di lettura della mente.
Il risultato è un testo che non rende affatto giustizia alle fonti citate e, anzi, ne favorisce il fraintendimento.

3. Assenza di contributi originali
Peraltro, risulta difficile comprendere quale sia la reale portata del contributo dato da Tesei all’analisi e alla divulgazione del mentalismo, dal momento che sembra, più che altro, aver messo insieme un’acritica summa delle più disparate teorie in campo psicologico miscelata a un corpus eterogeneo di altre informazioni, tutte – a eccezione della narrazione di “edificanti” episodi di autoagiografia teseica – rigorosamente di seconda mano. Il che è operazione degnissima quando viene attuata in modo scoperto; lo è un po’ meno se deve accorgersene il lettore senza che nessuno lo avverta.

4. Presentazione del mentalismo per quello che non è, attraverso affermazioni pseudoscientifiche
Tesei afferma più volte con convinzione di riuscire a determinare, attraverso la propria azione, le scelte altrui. Nel già citato capitolo 4 (parte prima) afferma: «dimostrare che ho condizionato la scelta di uno spettatore è il mio modo provocatorio per domandare: sei sicuro di essere libero in tutte le tue scelte?».
In nessun punto si adombra la possibilità che la riuscita delle sue performance sia dovuta all’uso di tecniche illusionistiche. Anzi, il lettore è indotto continuamente a credere che il prestigiatore adoperi trucchi, mentre il mentalista – che è cosa ben diversa – manipoli davvero la mente altrui, attraverso tecniche di persuasione che, come Tesei afferma, «rimangono assolutamente invisibili». Così come i trucchi. Ma quelli non è bene nominarli.

5. Offerta al lettore di ingannevoli briciole in luogo della “torta”
Il lettore che, entrando in libreria, viene attirato dalla copertina del libro di Tesei si aspetta di trovarvi un’introduzione al mentalismo, un modo per apprendere i primi rudimenti di questa arte o, quanto meno, per comprenderne le ragioni. Non a caso la seconda parte del libro si intitola proprio “Mentalismo per tutti”.
Avrà, però, modo di accorgersi presto che qualcosa di fondamentale gli manca, che quanto appreso dal libro non gli consente di provare a realizzare neppure uno degli “esperimenti” che Tesei propone nel corso dei suoi spettacoli, nonostante l’autore sottolinei più volte che è proprio così che lui riesce a ottenere i suoi prodigiosi effetti. Manca, infatti, l’informazione fondamentale che al lettore, per onestà, spetterebbe, cioè il fatto che il mentalismo è una branca dell’illusionismo e, in quanto tale, per la buona riuscita dei vari giochi proposti, richiede l’impiego di trucchi. Tra l’altro, molti degli “esperimenti” proposti da Tesei fanno parte del repertorio classico dell’illusionismo, anche se sono presentati in modo decisamente suggestivo, il che costituisce uno dei punti di forza dell’arte di Tesei.
Questa fondamentale precisazione non è presente, anzi l’effetto viene esplicitamente attribuito all’uso di tecniche di persuasione. Chiariamo che è più che legittimo che Tesei usi dei trucchi e non intenda svelarli: quello che non ci sembra corretto è scrivere un testo che dovrebbe avvicinare al mentalismo e che proprio sulle tecniche e i principi di tale disciplina è non solo reticente ma del tutto fuorviante.

6. Atteggiamento sprezzante nei riguardi degli scettici
Nel capitolo 4 della seconda parte (per qualche ragione, probabilmente connessa con i misteri della numerologia e della Qabbalah, i capitoli 4 sembrano essere i più funesti) l’autore parla, con malcelata vanità, dell’esperimento che gli avrebbe consentito di far rimanere con un palmo di naso un giovane studente di ingegneria, uno “scettico”, in quanto iscritto a una facoltà scientifica (sic!). Questa inopportuna categoria di persone viene presentata come incapace di abbandonarsi alla magia del suo spettacolo, sempre tesa nel tentativo di smascherarne i trucchi. Nelle parole di Tesei, «è come se dimenticassero di trovarsi a teatro, per divertirsi a vedere uno show, e decidessero invece di indossare il camice dello scienziato chiamato a verificare qualche prova di laboratorio». Per fortuna, nel caso del futuro ingegnere, Tesei ha provveduto a sconfiggere l’incredulo, inducendolo a un provvidenziale bagno di umiltà.
Se mi è concesso, in quanto esponente dell’esecrata categoria degli scettici (nonché del mitologico, per Tesei, gruppo degli scettici che hanno frequentato facoltà umanistiche), mi permetto di proporre un’interpretazione alternativa. L’autore ha ragione sul fatto che è meglio godersi lo spettacolo invece di voler scoprire i trucchi a tutti i costi. Forse, però, in questi casi, ciò che infastidisce lo scettico e lo porta a non abbandonare le proprie resistenze è, per l’appunto, il fatto che Tesei voglia presentare a tutti i costi lo spettacolo come qualcosa di diverso da una performance di illusionismo. Da scettica, io rimango, infatti, tesa e guardinga solo quando noto un atteggiamento non intellettualmente onesto, mentre mi abbandono con gioia allo stupore quando il prestigiatore non nasconde di essere tale.

7. Singolari analogie con l’autodifesa di Gustavo Rol
Nel tentativo di anticipare le critiche dei propri detrattori, Gustavo Rol soleva prendersi gioco di coloro che tentavano di scoprire i suoi trucchi, sottolineando come sbagliassero totalmente a concentrarsi sul suo operato, dal momento che lui non era altro che la grondaia, il mezzo (parola che, guarda caso, in latino suona medium), attraverso il quale l’acqua – Dio – manifestava la sua potenza. Più senso avrebbe avuto, invece, bypassare il medium per concentrarsi su Dio.
È interessante notare come Tesei adoperi una strategia autoapologetica singolarmente simile. Queste le definizioni che dà della propria arte: «nel mio mentalismo, la tecnica è fondamentale, ma è contemporaneamente soltanto uno strumento al servizio di un disegno più ampio». Ancora: «Tutti i più grandi artisti sembrano condividere questo tipo di percezione del proprio ruolo: un canale aperto, che catalizza energie più grandi di sé» (cap. 5, parte prima). Così come nel caso di Gustavo Rol, sembra, quindi, che Tesei giudichi un inopportuno cambio di prospettiva ogni tentativo di guardare alla sua arte con spirito critico, perché sarebbe come diffidare di quelle “energie superiori” di cui egli sarebbe lo strumento. Difficile non guardare a queste argomentazioni come a suggestivi modi per aggirare il problema dello scetticismo.
In ultima analisi, a chi consiglierei il libro di Tesei? Certamente ai suoi fan ansiosi di leggerne l’autocelebrazione letteraria. Ritengo, invece, che difficilmente possa risultare interessante per chi desideri farsi un’idea della reale natura di tale disciplina.

Il processo originale di Galileo Galilei: Primo processo del 1616 e Secondo Processo del 1633
Domenico Berti
Edizioni Savine
ebook (formato EPUB e Mobipocket) € 3,99 cad.

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di Anna Rita Longo

La crisi economica che ha investito tutto il mondo e che ha tolto a molti italiani la possibilità di guardare al futuro con serenità e ottimismo è diventata quasi immediatamente anche crisi culturale. Tra i settori più colpiti vi è quello dell’editoria, con un progressivo impoverimento delle proposte editoriali di qualità, a fronte di un desolante fiorire di pubblicazioni finalizzate esclusivamente a realizzare facili introiti, assecondando i gusti del pubblico, addomesticati da giornali e TV. È per questa ragione che quando il panorama della piccola editoria si distingue per delle proposte che uniscono il piacere della lettura alla qualità dei contenuti non si può restare indifferenti.
Accogliamo, perciò, con grande piacere una nuova collana di ebook che ha preso il via presso le Edizioni Savine, editore che si muove tra la saggistica dei più disparati settori tecnico-scientifici e che ora si apre anche alla storia. Anzi, potremmo dire, alla storia del fare storia. Nella neonata collana dedicata alla “Santa” Inquisizione (le virgolette sono dell’editore e fungono già da discorso programmatico) si possono, infatti, trovare opere che presentano un duplice valore per lo studioso e l’appassionato di storia. Espongono, infatti, le luci e soprattutto le ombre di una tra le più discusse istituzioni ecclesiastiche, ma facendolo attraverso le opere di studiosi del passato, oggi, purtroppo, per lo più dimenticati.
A questa collana appartengono gli ebook dedicati ai due processi intentati dal Santo Uffizio al padre della scienza moderna e del metodo sperimentale: Galileo Galilei. Autore delle due monografie è Domenico Berti, uomo politico di un certo rilievo nell’Italia postunitaria, ministro nei governi La Marmora, Ricasoli e Depretis, oltre che studioso e saggista. L’opera del Nostro sui processi di Galileo Galilei si basa sugli atti originali depositati presso gli archivi vaticani e, nonostante l’oggettivo rigore metodologico, ha il merito di non apparire una fredda ricostruzione cronachistica, ma una vera e propria indagine del Galileo uomo oltre che del Galileo scienziato. Senza indulgere ai toni melodrammatici tipici delle opere del suo tempo, Berti dipinge davanti ai nostri occhi il ritratto di un uomo fondamentalmente molto solo, perché circondato da chi non comprendeva – e quindi temeva – il suo genio.
Fa da corollario all’ottima proposta editoriale la grande cura riservata alla struttura degli ebook (a cura di Simona Gilberti): l’edizione elettronica è dotata, infatti, di un’introduzione e di link diretti alle risorse internet per l’approfondimento.

Enigmi e misteri della storia
Massimo Polidoro
Piemme
2013, 322 pp., € 16,50

di Anna Rita Longo

Una vera e propria enciclopedia compatta del mistero quella che Massimo Polidoro mette oggi sul piatto per i suoi lettori affezionati – che magari hanno già letto I grandi enigmi della storia e Grandi misteri della storia – oppure per chi si è appena avvicinato allo studio critico degli enigmi più affascinanti di tutti i tempi. Perché lo studio di ciò che è misterioso non è solo adatto ai cosiddetti “creduloni” pronti a bersi le più inverosimili teorie che propinano loro gli show televisivi o la sempre nutrita saggistica a tema.
Una vulgata diffusa quanto scorretta tende, infatti, a contrapporre la passione per l’insolito e la razionalità. Nell’introduzione alla sua affascinante miscellanea Massimo Polidoro spiega, invece, chiaramente che non c’è nulla di più falso di un simile assunto. Non c’è cultore più appassionato dell’ignoto che l’uomo di scienza, che proprio dalla constatazione socratica di “non sapere” riceve la spinta verso l’indagine critica, che lo condurrà alla soddisfazione della sua curiosità. Sarebbe anzi ben triste se il mistero restasse appannaggio dei cultori delle pseudoscienze e della fanta-archeologia, quando si tratta, invece, della più efficace palestra per il senso critico, come i quasi 25 anni di azione del CICAP ci hanno dimostrato.
Dell’ultimo libro di Massimo Polidoro risulta apprezzabile, tra le altre caratteristiche, la struttura sistematica, che ripartisce le diverse questioni affrontate in macrocategorie: civiltà perdute, archeomisteri, personaggi leggendari, paranormale, maledizioni e profezie, creature misteriose, falsi storici. Ai grandi classici del mistero, come la ricerca di Atlantide, gli zombie o gli UFO, si affiancano indagini su fenomeni meno noti, come il mistero dei lampioni che si spengono o quello dei quadri “incendiari”. Tra i contributi più interessanti vi sono quelli che indagano figure sospese tra storia e leggenda, come Robin Hood e Guglielmo Tell, oppure quelli che si interrogano sulla ragione del nascere di alcune storie rimaste particolarmente vivide nell’immaginario collettivo. È questo il caso della fiaba del pifferaio di Hamelin, che, spogliata delle sovrastrutture del mito, rivela un fondo di verità storica, per individuare il quale è stato necessario passare attraverso una serie di ipotesi rivelatesi nel tempo erronee. Si tratta anche in questo caso di una chiara rappresentazione del metodo adoperato dall’uomo di scienza, che procede attraverso l’elaborazione di ipotesi, sottoposte, poi, a rigorosa verifica, rimpiazzate, quindi, da nuove teorie nel caso in cui si dimostrassero infondate. Anche solo per questo motivo, si tratta, dunque, di un testo che merita un posto nella biblioteca del cultore della scepsi.