L'evoluzione è ovunque; Homo sapiens; Sotto controllo; Vedere, guardare; Apriti scienza; La scienza in vetta


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L’evoluzione è ovunque
Marco Ferrari
Codice edizioni, 2015
pp. 220, € 16


Recensione di Anna Rita Longo

Quello della perfezione del corpo umano – la “macchina meravigliosa” – è un luogo comune diffuso dalla notte dei tempi, dal canone che guidava gli artisti greci al corpo «meglio di un computer» della serie televisiva che sul finire degli anni Ottanta insegnava ai bambini come siamo fatti. Difficile, però, restarne convinti quando al mattino fatichiamo ad alzarci dal letto per il mal di schiena, oppure quando le partite di calcetto si traducono in dolori alle ginocchia. Per non parlare delle difficoltà sperimentate dalle donne al momento del parto, legate alle dimensioni dell’apertura del bacino, attraverso la quale la testa del bambino passa a malapena, in passato causa della morte di tante partorienti. «Se voi doveste progettare una femmina umana, non avreste deviato il tratto riproduttivo in modo da farlo sfociare all’esterno direttamente dall’addome inferiore invece che attraverso il bacino? Immaginate quanto sarebbe più facile il parto!», scriveva Jerry Coyne nel suo Perché l’evoluzione è vera, aggiungendo, poco più avanti: «Secondo voi poi il promotore del disegno intelligente avrebbe progettato nelle donne lo spazio ridottissimo che separa l’ovaia dalla tuba di Falloppio, un passaggio che l’ovulo deve superare prima di spostarsi attraverso la tuba per potersi impiantare nell’utero? Occasionalmente un ovulo fecondato sbaglia strada e può impiantarsi nell’addome dando luogo a una gravidanza extrauterina quasi sempre fatale per il bambino e, senza ricorso alla chirurgia, anche per la madre».

Persino l’occhio umano, che può sembrare a prima vista uno straordinario congegno di precisione, perde gran parte della sua “perfezione” se consideriamo la sua intrinseca fragilità, a partire dalla retina che rischia il distacco in seguito a un piccolo trauma. Da questo punto di vista i polpi ci danno dei punti, con la loro retina robustamente ancorata e a prova di colpi.

Sono solo pochi esempi, ma che bastano a dare l’idea di quanto ingannevole possa essere guardare al mondo con gli occhiali del reverendo Paley, che invitava a riconoscere nella presunta perfezione della natura il segno dell’ “orologiaio” che avrebbe progettato ogni cosa.

Molto meglio, ricorda Marco Ferrari nel suo libro recentemente uscito per i tipi di Codice, affidarsi agli occhiali di Charles Darwin. Forse dapprincipio la storia ci apparirà più prosaica rispetto alla prospettiva di rappresentare l’esito della volontà di un essere trascendente, poi le tessere del puzzle inizieranno a ricomporsi e tutto comincerà ad acquistare senso. L’ernia del disco così come la nostra intelligenza; il tortuoso, assurdo percorso del nervo laringeo ricorrente e l’elegante andatura bipede che caratterizza la nostra specie. Per arrivare, di organismo in organismo, alle «infinite forme bellissime» che costituiscono l’universo dei viventi, una specie di immenso catalogo, in continuo aggiornamento.

L’evoluzione è ovunque parte dalla considerazione, che fu di Dobzhansky, dell’importanza strutturale della teoria dell’evoluzione nella comprensione dei meccanismi biologici. Eppure questa teoria così importante è spesso fraintesa o spiegata male. Manuali scolastici e testi divulgativi cadono di frequente nel finalismo (che è quanto di meno “evoluzionistico” possa esserci), oppure si limitano a fornire una versione ridotta e scorretta. Questo perché, come giustamente rileva l’autore, ci sono aspetti della teoria dell’evoluzione che sono fortemente controintuitivi e mettono a dura prova il senso comune. Marco Ferrari raccoglie la sfida di provare a fornire al lettore i lineamenti di questa teoria, senza commettere l’errore di semplificare troppo, eppure conservando un’ammirevole chiarezza che è certamente il frutto della lunga esperienza dell’autore nella comunicazione della scienza.

Tra i pregi del saggio si può annoverare lo stile, mai pedante o didascalico: si percepisce tra le righe la passione che l’autore nutre per l’argomento. Il contagio, inevitabile, passa al lettore. Dopo i principi base, Ferrari amplia il discorso e illustra il profondo lascito scientifico e culturale della teoria dell’evoluzione, dalla medicina all’ecologia, dall’agricoltura all’economia, passando per arte, letteratura, religione. Apprezzabile, in questi capitoli, l’attenzione riservata a evitare salti logici e l’indebita estensione di principi a contesti ai quali non si possono applicare. Perché le “just so stories” saranno affascinanti, ma chiaramente non rispecchiano la realtà.

Opportuna anche la scelta di rispondere ad alcune delle argomentazioni di punta dell’antidarwinismo (più di oggi che di ieri), tra cui la questione della “nuova informazione” e del rapporto tra micro e macroevoluzione.

Da segnalare anche un apparato di note ricco di consigli di lettura che spaziano dalla divulgazione di base a quella “alta”, i quali contribui- ranno ad arricchire la biblioteca del lettore curioso di saperne di più. Perché questo è uno degli effetti collaterali delle letture stimolanti.

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Homo sapiens
Claudio Tuniz
Patrizia Tiberi Vipraio
Carocci, 2015
136 pp., € 14


Recensione di Elisa Frei

Tuniz, fisico nucleare a Trieste, ha voluto scrivere, insieme all’economista Patrizia Tiberi Vipraio, un “piccolo viaggio nella storia dell’evoluzione umana”, cercando di spiegare anche a un pubblico non specializzato che tipo di vita avessero i nostri antenati. Procedendo nella lettura di questo volume si avverte una sensazione di comunanza e familiarità con i nostri antenati, uomini e donne che avevano una vita sì breve, ma intensa e contraddistinta da emozioni non troppo diverse dalle nostre. Gli autori hanno scelto di concentrarsi sulla “storia umana” dei nostri progenitori, avvalendosi dei contributi di paleoantropologia, medicina, fisica, biologia, ma anche psicologia, sociologia, economia e demografia. Soprattutto la seconda parte è quella che dà all’opera un valore aggiunto, perché anche chi non è uno scienziato si appassionerà scoprendo qualcosa di più sui propri antenati, visti da questa prospettiva così insolita. Homo sapiens non fu solo: convisse infatti con altre specie appartenenti all’albero filogenetico umano, che probabilmente incontrò nel corso delle sue peregrinazioni al di fuori dell’Africa in seguito a catastrofi climatiche e naturali. Nella sua lotta per la sopravvivenza, adottò delle “soluzioni di successo”: come quando si dotò di pietre con margini taglienti per raschiare le pelli degli animali e cacciarli o quando imparò a padroneggiare il fuoco. I sapiens, inoltre, a differenza degli altri ominini, già migliaia di anni fa (ben prima della Rivoluzione industriale) alterarono l’ambiente: lo incendiarono massicciamente, fecero estinguere specie animali e vegetali che prima prosperavano (per esempio la tigre dai denti a sciabola nelle Americhe) o, al contrario, portarono al sovra-sviluppo di altre specie che prima non erano così diffuse (l’eucalipto in Australia). Anche i Neanderthal (che peraltro è assolutamente sbagliato rappresentare come esseri rozzi e primitivi come talvolta li si immagina) ne fecero le spese, scomparendo gradualmente in seguito all’incontro con i sapiens: perché questi ultimi si impadronirono delle risorse o per una connaturata tendenza dei sapiens alla violenza? Quest’ultima sembra purtroppo in effetti, uno degli elementi distintivi di Homo sapiens, dal quale si fatica ancor oggi ad affrancarsi, come la storia insegna. Ma disastri ambientali e stermini permetteranno la nostra sopravvivenza ancora a lungo? La storia di Homo sapiens dovrebbe essere un monito a cercare forme di vita più rispettose di tutti gli esseri viventi e dell’ambiente.

L’essere umano si è distinto dagli altri animali per una serie di modificazioni anche fisiche: prima fra tutte la posizione eretta che, sebbene da un lato renda instabili e sia realizzabile non immediatamente dopo la nascita, ha anche degli indubbi vantaggi come “la possibilità di correre più veloci, di consumare meno energie, di vedere più lontano, di percorrere spazi aperti, di liberare gli arti superiori”. Anche la graduale scomparsa del pelo (l’uomo è l’unica scimmia antropomorfa a non averlo) ha più spiegazioni: miglior raffreddamento del corpo accompagnato dall’uso dello strato di grasso per riscaldarsi, minor attecchimento dei parassiti etc. A un certo punto abbiamo anche iniziato a vestirci: per ripararci, certamente, ma anche per creare un “personaggio di fantasia” attraverso cui auto-rappresentarci. Il libro si sofferma anche sull’alimentazione dei nostri avi e sui riflessi del loro stile di vita sui problemi di salute dell’uomo di oggi, che rivelano radici antichissime. Gli autori tentano, poi, di ipotizzare alcune risposte a domande sulla vita quotidiana degli uomini preistorici. Avevano del tempo libero? Sì, soprattutto nel periodo dell’infanzia. Come lo utilizzavano? Suonavano, dipingevano, raccontavano storie. Bevevano alcolici? Già 10 milioni di anni fa l’antenato che abbiamo in comune con scimpanzé e gorilla aveva sviluppato un enzima che metabolizza l’etanolo. Erano monogami o poligami? Difficile dirlo: le ipotesi, al riguardo, sono diverse, spaziando dalla monogamia, alla poligamia di stampo patriarcale o matriarcale, fino alle “comuni” ante litteram, dove paternità e maternità sarebbero state un fatto collettivo.

Il ruolo chiave dell’immaginazione nello sviluppo umano fa sì che essa sia protagonista di un avvincente capitolo. Curiosamente il cervello, nell’evoluzione umana, ebbe un ruolo fondamentale ma quasi casuale. Possiamo pensare che sia successo un po’ come con le piume per alcuni dinosauri: adoperate dapprima per migliorare l’isolamento, si sono rivelate poi fondamentali per il volo. Il nostro cervello “non era cresciuto per sviluppare il pensiero simbolico. Eppure a un certo punto è stato in grado di farlo”.

Gli ultimi capitoli sono un’originale analisi dei nostri antenati dal punto di vista del “comportamento economico”: nel corso dei millenni siamo riusciti ad aumentare notevolmente la produzione pur lavorando di meno, grazie alla divisione dei compiti. Al giorno d’oggi nessuno sarebbe più in grado di fare nulla da solo e quindi viviamo in un regime di scambio continuo. Quando troviamo traccia dei primi comportamenti economici? In Africa, circa 77mila anni fa, dove sono state rinvenute conchiglie accuratamente perforate e tenute insieme da una corda. Al giorno d’oggi però la moneta è perlopiù virtuale e un giorno i futuri archeologi faranno davvero fatica a capire come funzionava! Nell’ultimo capitolo, gli autori lanciano un appello a una sorta di ripensamento delle attuali dinamiche sociali ed economiche, che stanno prendendo delle pieghe non più sostenibili. Essi auspicano un nuovo e meno impattante Antropocene, una “rivoluzione culturale”, facendo affidamento sulla capacità rappresentativa che, nel bene e nel male, ha sempre contraddistinto il sapiens. Come non condividere le loro speranze?

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Sotto controllo
Cristina Da Rold
Il Pensiero Scientifico Editore, 2015
136 pp., € 12


Recensione e intervista di Pasquale Supino

Non è certo un mistero che viviamo in un periodo storico caratterizzato da una forte crisi economica e nel quale la parola d’ordine è “risparmiare”, tagliando soprattutto gli stanziamenti per quei settori più onerosi per lo stato, tra i quali primeggia quello sanitario. Sembrerebbe assurdo, in questo contesto, affrontare un argomento dal sapore avveniristico come il costante sviluppo di avanzate tecnologie informatiche, al fine di ottenere cure e prestazioni mediche migliori e più moderne.

Eppure, come ci spiega bene Cristina Da Rold nel libro Sotto controllo. La salute ai tempi dell’e-health, il potenziamento di tali infrastrutture multimediali – che si stanno consolidando un po’ a macchia di leopardo, ma che a breve amplieranno il proprio campo di azione – si tradurrebbe non solo in un forte miglioramento di accesso alle cure per persone più bisognose, ma anche in un notevole risparmio economico per la sanità pubblica. Il libro ha l’indubbio merito di affrontare un argomento sconosciuto ai più con un linguaggio chiaro e con uno stile narrativo che fanno sì che un saggio scientificamente accurato si legga con la scorrevolezza di un romanzo. Approfittiamo della disponibilità dell’autrice per affrontare con lei alcuni argomenti trattati nel libro.

D.: Ciao Cristina, parto col chiederti delucidazioni su un termine presente nel sottotitolo del libro: e-health. Non avendo ancora ampia diffusione nel linguaggio comune, puoi chiarirci cosa indica?

R.: In realtà non esiste una definizione unica e universalmente riconosciuta di e-health. Nel libro dico che qualsiasi informazione sanitaria che corra dentro i cavi concreti di un PC o quelli meno tangibili della rete è sanità elettronica. Ciò significa che tutto ciò che ha a che vedere con l’informatizzazione del sistema e del rapporto fra medico e paziente e fra un individuo e la propria salute, può essere annoverato sotto la parola e-health. Dalla telemedicina, cioè la possibilità di fare diagnosi a distanza, e nella migliore delle ipotesi di curare a distanza, all’utilizzo che facciamo delle app per monitorare i nostri parametri vitali, a quando ognuno di noi cerca informazioni in rete. Ma è e-health anche l’informatizzazione delle cartelle cliniche e dei fascicoli sanitari, dei sistemi di prenotazione delle visite e della tessera sanitaria.

È evidente sin dalla sua definizione che l’e-health è qualcosa di cui non possiamo non occuparci, come malati, in potenza o in atto, ma anche da sani, appunto quando utilizziamo una app per monitorare la nostra dieta o l’attività fisica che facciamo. Siamo completamente immersi in una realtà che in parte si sta digitalizzando, non ovunque con la stessa rapidità, evidentemente, e che in parte è già profondamente mutata.

Un sistema dove il paziente gioca un ruolo principe anzitutto come fornitore di dati, i propri dati.

Si tratta di qualcosa di profondamente nostro e per questo, a mio avviso, documentarsi, conoscere opportunità e rischi, è importantissimo per essere pazienti informati. Non dimentichiamo che l’informazione è il cuore della cura.

D.: È sempre più diffusa l’abitudine di inserire su un motore di ricerca i sintomi di un proprio malanno, al fine di formulare un’autodiagnosi. Mi viene in mente una vignetta satirica in cui il protagonista, nel cercare in internet le possibili cause e conseguenze di un banale mal di testa, esclama rassegnato: “Ok, mi restano ancora poche ora di vita”. Quella appena descritta è una pratica da biasimare o, al contrario, non deve essere per forza valutata negativamente, a patto che, dopo questa autoindagine, ci si metta comunque in contatto con il proprio medico?

R.: Il primo messaggio che abbiamo voluto comunicare con questo libro è che non dobbiamo avere paura a priori di usare il web, perché ci dà la possibilità di accedere facilmente all’informazione, anche in ambito sanitario, di fare rete, di “partecipare alla nostra salute”.

Certo, dipende dall’uso che si fa del mezzo. Su internet, come è noto, c’è il buono e il meno buono, e la vera sfida, che richiede un’adeguata “alfabetizzazione”, è saper distinguere l’uno dall’altro.

Quella che tu citi si chiama cybercondria, cioè l’ansia che nasce dal cercare il significato di un certo sintomo in rete, che il più delle volte ci fa pensare alle malattie più gravi.

È forse il rischio maggiore che si corre fidandosi del web come fosse un esperto. Anche chi si prodiga per diffondere la cultura dell’e-health sostiene a gran voce che internet non deve mai sostituire il medico, semmai arricchire il percorso di cura del paziente, rendendolo il più partecipativo e consapevole possibile. Inoltre, la chiave qui è sapere come scindere una fonte attendibile da una che non lo è, e nel libro cerchiamo di dare qualche suggerimento in proposito.

D.: Il web viene spesso utilizzato da persone con problemi di salute anche per un altro motivo: acquistare farmaci a prezzo ridotto (quasi sempre da siti stranieri e privi di qualsivoglia autorizzazione) o per eludere l’obbligo di prescrizione medica. Quanto è pericolosa questa pratica e che danni può causare agli improvvidi pazienti?

R.: Questa purtroppo è una pratica più comune di quanto si pensi. Secondo dati Censis, circa 100mila persone al mondo muoiono ogni anno a causa di farmaci contraffatti acquistati tramite siti internet non autorizzati. Una delle spinte principali all’acquisto dei farmaci in rete è certamente il prezzo.

In internet si trovano in vendita confezioni di farmaci all’apparenza identici agli originali, ma che costano molto meno, ma solo perché in molti casi sono contraffatti. Io penso che qui il problema sia ancora una volta la scarsa informazione che le persone hanno in media su questo tipo di pericoli: è su questo che bisogna puntare.

Pochi fra i non addetti ai lavori sanno per esempio quale sia e quanto sia complesso e lungo l’iter che porta alla messa in commercio di un farmaco, quanti trial deve superare per poter essere acquistato e le ragioni che si celano dietro alla mancata commercializzazione di un medicinale in un certo paese.

D: L’art. 32 della Costituzione recita, al secondo comma: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. A tal proposito, lo sviluppo della telemedicina pone un serio problema: la possibilità o meno per un paziente di rinunciare ad essere un e-patient, ovvero un malato 2.0 Si potrà, ad esempio, rifiutare di dare il consenso alla compilazione di una cartella clinica elettronica ed impedire che i propri dati anamnestici vengano inseriti in supporti informatici?

R.: Diciamo che siamo tutti e-patient che lo vogliamo oppure no, dal momento che siamo all’interno di un sistema che piano piano si sta digitalizzando. La ricetta elettronica, il fascicolo sanitario elettronico, la tessera sanitaria sono strumenti che valgono per tutti. Quello che ognuno di noi può scegliere è con chi condividere i propri dati di salute.

Nel libro si fa riferimento a un documento del Ministero della Salute molto preciso in questo senso, perché illustra, nel caso del fascicolo sanitario elettronico a seconda del tipo di dato (anagrafico, clinico, amministrativo...), chi fra il personale sanitario può leggere e chi può modificare, nel senso di arricchire, i nostri dati.

Per fare un esempio, possiamo decidere di non condividere i dati riguardanti i farmaci che assumiamo, al di fuori del nostro medico di famiglia. Lo possiamo fare, ma è bene sapere che è un’arma che può rivelarsi a doppio taglio, nel caso per esempio in cui ci trovassimo distesi a terra sul ciglio della strada dopo un incidente d’auto e la nostra vita dipendesse dal medico a noi sconosciuto che abbiamo davanti. Il mio personale parere dopo questo lavoro è che specie nel settore della salute, la libertà e la privacy sono un valore fluido, i cui contorni vanno storicizzati e riconsiderati a seconda delle carte in tavola.

Altra cosa è invece quando parliamo dei dati che ci riguardano che vengono raccolti dalle app che utilizziamo. Qui siamo in un contesto completamente differente e non si tratta (salvo alcuni casi limite) di salvarci o meno la vita, ma di scegliere a chi “regalare” i nostri dati, condividendoli in cloud con chi ha prodotto una certa app, che userà i nostri dati secondo le autorizzazioni che noi abbiamo fornito scaricandola, ma comunque per i propri interessi, il più delle volte commerciali.

D.: Affinché l’e-health inizi a operare a pieno regime, è necessario che il nostro Paese sviluppi adeguate infrastrutture informatiche, cosa che presuppone forti investimenti anche al fine di superare quello che viene definito il digital divide, il gap che separa chi ha accesso a dispositivi elettronici e internet e chi ne è escluso.

Ricordo che, pochi mesi fa, alla proposta del Governo di investire una cospicua somma per migliorare la rete internet italiana, un politico rispose che è immorale spendere soldi per permettere alla gente di perder tempo su Facebook. Al netto delle polemiche di bassa lega, quanto è arretrata, sul piano digitale, l’Italia e quanto sarebbe utile e produttivo investire in questo settore?

Su questo punto mi permetto di entrare in punta di piedi perché ci sono persone (quelle che ho intervistato per il libro) ben più titolate di me a parlare di questo. Nonostante lo scopo del libro non sia quello di discutere lo sviluppo del sistema dal punto di vista tecnico, essendo il libro pensato per il paziente e non per l’operatore sanitario, è comunque evidente che il nostro è un Paese a più velocità, sia per quanto riguarda i cittadini in genere, che il personale medico, spesso scarsamente “alfabetizzato” dal punto di vista delle nuove tecnologie.

Accanto ai Digital Champions troviamo un terzo della popolazione italiana che non usa internet (dato Istat). A un certo punto uso la metafora della classe scolastica: oggi parlare di e-health è come essere un insegnante in una classe di alunni di diverse nazionalità, che sa che non potrà parlare a tutti quanti alla stessa velocità, ma che ha l’arduo compito di spiegare a tutti opportunità e rischi dell’e-health.

Vi è poi il problema di che cosa si intenda con “informatizzare il sistema”. Nel libro lo spiega molto bene Mauro Moruzzi, di CUP 2000: non basta mettere su file quello che prima stava scritto su carta. La sanità elettronica è davvero tale solo se diventa interoperabile, se il sistema, cioè, è strutturato come una rete, dove i dati dei pazienti, ovviamente protetti a dovere, sono scambiati da istituzione a istituzione per creare servizi migliori perché integrati fra di loro.

D.: È di poco tempo fa la notizia di un noto sito di incontri hackerato, con conseguenze drammatiche: molti dati sensibili degli utenti – spinti a iscriversi soprattutto perché convinti della riservatezza e della sicurezza del sito – sono stati esposti alla mercé di tutti, provocando, sembra, anche alcuni suicidi. Dunque, per quanto un sito predisponga tutte le misure di sicurezza necessarie al fine di proteggere chi ne fruisce, non è mai sicuro da attacchi ed intrusioni esterne. Proviamo ora a capire cosa succederebbe se una cartella clinica elettronica, posizionata su un cloud (una sorta di hard-disk virtuale, cui è possibile accedere con una semplice connessione) e in cui sono archiviate tutte le informazioni sulla salute del paziente, venisse violata e resa pubblica in rete. Gli effetti, com’è facile immaginare, potrebbero essere devastanti.

Per evitare questi problemi, sono stati predisposti severi standard di sicurezza, visto che la fallacia non riguarda solo i siti, ma anche le applicazioni dei telefonini e, in generale, tutti gli strumenti dei quali la telemedicina si serve o si servirà?

R.: Non è certo un mistero che esista un mercato nero per le cartelle cliniche elettroniche. I dati sanitari sono una miniera preziosissima di informazioni, perché ci dicono di che cosa hanno bisogno le persone, sia in termini di servizi che di prodotti. Così come è altrettanto noto che, sebbene esistano protocolli di sicurezza validi, non esiste una fortezza inespugnabile dal punto di vista dell’hackeraggio.

Questo è oggi uno dei maggiori rischi “pratici” non solo della sanità elettronica, ma di internet in genere. L’unica cosa che noi cittadini che non siamo certo hacker possiamo fare è prestare più attenzione possibile alle condizioni d’uso delle app che scarichiamo.

D.: Nel libro dimostri come uno degli aspetti positivi della telemedicina sia quello di permettere ai pazienti di essere curati a distanza o comunque di ottenere una diagnosi pur non essendo fisicamente presenti nella stanza del medico.

Sembra, a prima vista, una cosa di poco conto, che ci eviterà di percorrere quei pochi metri che separano la nostra abitazione dallo studio medico, ma la realtà è ben diversa: basta pensare che cosa rivoluzionaria potrebbe rappresentare il curare un paziente di un paese in cui la medicina non è all’avanguardia, semplicemente utilizzando internet per trasmettere analisi e dati anamnestici a uno o più medici seduti comodamente nel loro studi, a decine di migliaia di chilometri di distanza. Tutto ciò accade già ora o richiede ancora dei protocolli da mettere a punto? Esistono problemi (ad esempio legali e deontologici) che potrebbero impedire lo sviluppo di queste tecniche?

R.: Come abbiamo raccontato citando la storia di Jimuel, l’associazione calabrese che dal 2006 ha messo in piedi un sistema di telemedicina fra l’Italia e le Filippine, o l’esperienza del dottor Fabio Capello che opera nell’ospedale di Chiulo, in Angola, la telemedicina, specie come telediagnostica, rappresenta una possibilità di cura eccezionale, che non vuole certo sostituirsi all’ “arte medica” tradizionale, al contatto fisico con il paziente.

Nel libro si raccontano molte storie, molte vere, altre verosimili e rimaneggiate a partire da spunti che mi sono stati raccontati, e sentire come una semplice videoconferenza via Skype o una fotografia mandata a uno specialista dall’altra parte del mondo abbia effettivamente salvato delle vite, come è accaduto al dottor Capello con la ragazzina di 12 anni con problemi neurologici di cui raccontiamo la storia, fa davvero impressione.

I problemi però non mancano e, prima ancora che etici, sono di carattere pratico e il più delle volte banalissimi: mancanza di una connessione internet, una tempesta di sabbia che mette fuori uso l’unico PC presente nella struttura, l’impossibilità di dialogare con il malato perché non si è in grado di capire il suo dialetto o la semplice difficoltà di far ritornare una persona per una seconda visita, solo perché non si è in grado di rintracciarla perché non ha un indirizzo, un numero di telefono.

Al di là dei tecnicismi che ho appreso, il messaggio più importante che mi hanno fatto capire le persone straordinarie che ho intervistato, e che ho voluto (spero) trasmettere in questo libro è che la sfida dell’e-health, della sanità elettronica, non si gioca sul terreno della tecnologia. Si tratta di un fenomeno sociale, economico, antropologico, dove il punto cruciale non è essere in rete, ma fare rete.

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Vedere, guardare
Piero Bianucci
UTET, 2015
377 pp., € 15


Recensione di Anna Rita Longo

In su verso altezze siderali e poi in basso, negli abissi marini avvolti dall'oscurità. Nell’immensità dello spazio e nel piccolo, ma complesso, universo di una cellula. Se leggere un libro è sempre un po’ come viaggiare, accostarsi al saggio di Piero Bianucci vuol dire prepararsi alla vertigine di tanti cambiamenti di prospettiva, per lanciarsi in un’avventura che risucchia il lettore in un vortice dal quale si emerge sopraffatti ma felici.

Il 2015 è stato proclamato dalle Nazioni Unite “Anno Internazionale della Luce e delle tecnologie basate sulla luce”, con lo scopo di accrescere la sensibilità verso la luce come fonte di energia, progresso, benessere.

Una scelta certamente condivisibile, in sintonia con l’assegnazione del Nobel per la Fisica del 2014 agli ideatori dell’importante innovazione tecnologica che ha permesso di produrre LED blu. In linea con l’attenzione riservata a questa tematica, l’autore ci accompagna in un tour affascinante attraverso i molteplici ambiti nei quali la luce riveste un ruolo fondamentale, alla scoperta di fenomeni con cui abbiamo quotidianamente a che fare, ma che spesso non siamo in grado di comprendere appieno.

Le informazioni che il lettore potrà trarre da questo libro straordinariamente denso sono davvero tante, eppure la lettura scorre piacevole e veloce: merito della penna felice di Piero Bianucci, forgiata dalla sua lunga esperienza nella comunicazione della scienza nei più svariati contesti divulgativi. La scelta dell’autore è quella di ancorare ogni concetto a un esempio concreto, a un piacevole racconto, a un’immagine a effetto. Il funzionamento della visione è introdotto dall’esperimento della camera oscura, che consente di “vedere all’interno dell’occhio”; la parte sul microscopio è accompagnata dall’interessante narrazione delle vicende che portarono Leeuwenhoek a idearlo; i paradossi della meccanica quantistica vengono collegati a teletrasporto e universi paralleli e così via.

Si chiude il libro consapevoli di aver accresciuto il proprio bagaglio di conoscenze e di aver acuito la propria capacità di osservazione. Un bel paio di occhiali nuovi, per “vedere” e “guardare” il mondo, che l’autore ci ha messo sul naso.

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Apriti scienza
Sergio Scamozzi, Giuseppe Tipaldo (a cura di)
Società Editrice il Mulino, 2015
pp. 288, € 23


Recensione di Anna Rita Longo

DI CHE COSA SI PARLA: Il libro è una raccolta di saggi che prendono in esame i più variegati aspetti della comunicazione della scienza in Italia ed è l’esito di un progetto a cura del Centro Interuniversitario “Agorà Scienza”, dell’Università di Torino, dell’INFN e del CNR.
La focalizzazione è, in particolare, sul ruolo degli scienziati come comunicatori della scienza e si mette in evidenza l’evoluzione degli stili e mezzi adoperati in tal senso.

PERCHÉ LEGGERLO: Per acquisire la consapevolezza dell’importante ruolo rivestito dalla comunicazione della scienza, nelle sue diverse declinazioni e con le sue specifiche criticità, così da avere un’idea di quelle che saranno le sfide della divulgazione scientifica del futuro. Ma anche per constatare come il mondo degli umanisti e quello degli scienziati, come sottolineano gli autori, abbiano più punti di contatto di quanto ci si attenderebbe.

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La scienza in vetta
Jacopo Pasotti
Codice edizioni, 2015
pp. 196, € 16


Recensione di Anna Rita Longo

DI CHE COSA SI PARLA: Si tratta di un’introduzione, ricca di spunti per l’esplorazione personale, alla scienza dell’ambiente montano, che si sofferma sugli aspetti geologici, ecologici e sulle curiosità scientifiche.

PERCHÉ LEGGERLO: Avvicinarsi ai principi della geologia accresce la capacità di lettura del territorio e la sensibilità ecologica. Gli spunti per l’osservazione dell’ambiente contribuiranno a rendere più piacevole e formativa una vacanza in alta montagna, per adulti e bambini.