200 anni di omeopatia; Il paradosso della stupidità; Misteri svelati

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  • 12-12-2017
  • a cura di Anna Rita Longo

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200 anni di omeopatia: storia di un equivoco?
Paola Panciroli
C1V Edizioni, 2017
pp. 240, € 15,00


Recensione di Simone Raho

I rimedi omeopatici sono tornati di recente al centro del dibattito in Italia, e il tragico caso del bambino di sette anni deceduto a causa di un’otite curata esclusivamente con l’omeopatia è solo l’ultimo di una lunga serie.

Riuscire a capire come funzioni il mercato dell’omeopatia in Italia è però meno semplice di quel che sembra poiché molto dipende sia dal periodo che si prende in considerazione sia dalle fonti che si consultano. Secondo Omeoimprese, associazione che raggruppa diverse aziende del settore, si può parlare di una leggera crescita: ad esempio, essa afferma che nel 2012 il 16,2% degli adulti ha fatto uso di almeno un rimedio omeopatico, cifra che è aumentata sino al 16,5% nel 2015. L’ISTAT invece, secondo le indagini che conduce con regolarità, mostra una situazione ben differente: una riduzione progressiva e costante a partire dal termine degli anni Novanta del secolo scorso fino al primo decennio del 2000. In particolare, un drastico calo dal 7% al 4,1% se si considerano gli anni che vanno dal 2005 al 2013.

Indipendentemente dai numeri, in ogni caso il giro economico che ruota attorno all’omeopatia non è di scarso rilievo, considerato che parliamo di stime attorno alle centinaia di milioni di euro; il che potrebbe essere sorprendente visto che facciamo sempre riferimento a rimedi (chiamarli farmaci sarebbe eccessivo e inappropriato) privi di alcuna efficacia scientifica comprovata, o perlomeno con un’efficacia non superiore a quella dell’effetto placebo.

Viste le premesse, considerate le dimensioni del fenomeno omeopatia, e poiché essa rappresenta una delle medicine alternative più di moda, appare pertanto estremamente interessante riuscire a capire come i dettami introdotti circa duecento anni fa dal medico tedesco Hahnemann siano stati importati e diffusi nel nostro Paese. Ed è proprio qui che entra in gioco l’ottimo libro scritto da Paola Panciroli: partendo da uno sguardo introduttivo sulla nascita dell’omeopatia in Germania, inquadrata all’interno del contesto della medicina del XIX secolo, l’autrice ci spiega chiaramente in che modo la “medicina dei simili” sia stata introdotta in Italia. Il testo, infatti, ricostruisce nei dettagli il percorso che, all’inizio dell’Ottocento, ha portato l’omeopatia dalla Germania in Italia, senza tralasciare di contestualizzare le cause che hanno portato alla sua diffusione all’interno del panorama culturale, sociale e scientifico del nostro Paese.

Dal punto di vista storico, l’autrice, fonti alla mano, spiega molto bene come l’origine della sua diffusione in Italia possa essere fatta risalire alla presenza dell’esercito austriaco a Napoli, durante il regno di Ferdinando I, sovrano del Regno delle Due Sicilie. Da qui all’espansione nel resto dello Stivale il passo fu breve. Inoltre Paola Panciroli chiarisce in maniera dettagliata come una serie di altri fattori contribuirono al definitivo successo della pratica creata da Hahnemann: lo scoppio di una serie di epidemie di colera a partire dalla seconda metà del XIX secolo, il diffondersi delle prime sperimentazioni non controllate che si basarono su statistiche inaffidabili e il tardivo intervento della medicina tradizionale, associato alla scarsa affidabilità dei rimedi proposti dai medici dell’Ottocento. Bisogna ricordare, infatti, che questo era ancora il secolo in cui la pratica più comune per la maggior parte dei mali era costituita dai salassi, l’anestesia era lungi dall’essere utilizzata e gran parte dei trattamenti in vigore erano quantomeno dolorosi se non addirittura rischiosi. All’interno di questo sconfortante quadro generale fu semplice per l’omeopatia trovare terreno fertile: per i pazienti era più facile adottare questa pratica piuttosto che sottoporsi a sfiancanti e penose sedute purganti o a salassi senza soluzione di continuità.

Di rilievo è anche l’analisi dell’autrice sulla relazione tra omeopatia e psichiatria, ad opera soprattutto di Cesare Lombroso sul finire del XIX secolo, così come anche i recenti sviluppi e le tappe che hanno portato alle regolamentazioni oggi in atto.

Libri sull’omeopatia ve ne sono tanti, di diverso taglio e approccio, ma devo dire che si sentiva la mancanza di un testo del genere. Il metodo adottato da Paola Panciroli è interessante e rigoroso allo stesso tempo e mescola in maniera sapiente il criterio scientifico con quello storico, senza che l’uno prevalga sull’altro. Anzi, entrambi si corroborano a vicenda, contribuendo a chiarire e far comprendere la nascita e lo sviluppo del fenomeno omeopatia e il suo diffondersi nel nostro Paese. Il risultato è senza ombra di dubbio originale e offre una lettura scorrevole e godibile che non mancherà di appassionare sia gli interessati alla storia della medicina che i lettori attratti dalle dinamiche e dagli sviluppi che hanno portato l’omeopatia a essere una delle più estese pratiche alternative, nonostante i dati sperimentali a oggi raccolti ne abbiano dimostrato l’assoluta inconsistenza scientifica. Al di là – è bene ribadirlo – di ogni ragionevole dubbio.

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Il paradosso della stupidità
Mats Alvesson - André Spicer
Raffaello Cortina editore, 2017
pp. 240, € 19,00


Recensione di Pasquale Supino

Esiste un segreto in grado di far prosperare le aziende e di renderle immuni alle crisi? Certo che sì, anzi sembra che ve ne sia più di uno. Entrando in una qualsiasi libreria, salta all’occhio la presenza di decine, se non centinaia di testi (la stima è al ribasso e si può verificarlo agevolmente anche su qualsiasi sito di e-commerce) che promettono di svelare strategie, piani e tecniche che ogni imprenditore dovrebbe mettere in atto. Questi libri molto spesso contengono gli stessi concetti, magari leggermente rielaborati (comportati come un leader, motiva i tuoi dipendenti, investi anche in tempi di recessione etc.), ma su un punto tutti sembrano concordare: è fondamentale circondarsi di persone con un alto grado di preparazione, elevato quoziente intellettivo e una conoscenza enciclopedica, pronte ad affrontare e risolvere qualsiasi difficoltà possa presentarsi. Un semplice sguardo al mercato del lavoro conferma che aziende di qualsiasi levatura applicano in pieno queste direttive, richiedendo agli aspiranti dipendenti titoli di studio sempre più elevati, esperienze di lavoro all’estero e conoscenza di più lingue straniere. E chi non soddisfa questi requisiti, ci dispiace, ha ben poche possibilità di essere assunto. Ma è vero che le aziende, sul piano pratico, valorizzano l’intelligenza e le competenze dei loro dipendenti? Non proprio. Infatti, se così fosse, non si spiegherebbe la catastrofica crisi economica del 2008, provocata da banchieri dalle straordinarie capacità che, sviluppando oscuri e complessi modelli, causarono il collasso del sistema finanziario. Né sarebbe comprensibile perché molte tra le più ricche società del pianeta si siano improvvisamente trovate immerse in una crisi inaspettata, che le ha costrette a dolorosi tagli di personale e a rivedere costantemente gli obiettivi al ribasso. Per fortuna due docenti universitari, che da anni si occupano di tematiche quali l’amministrazione di impresa e gli studi sul comportamento umano nell’organizzazione aziendale, hanno provato ad accendere un riflettore scientifico su questi delicati temi, pubblicando un libro, unico nel suo genere, che smonta una serie di miti che, nel corso del tempo, si sono autoalimentati. Tra questi, il fatto che nell’attuale mercato del lavoro sembri esserci spazio solo per i geni, per persone con un quoziente intellettivo superiore alla media o comunque con notevoli titoli di studio. Si tratta di un assunto sostanzialmente erroneo, in quanto, a differenza di quanto si crede comunemente, non sono solo le persone meno intelligenti e preparate a fare le cose più stupide o a causare disastri sui luoghi di lavoro. Alcune delle azioni più illogiche sono compiute anche da lavoratori intelligenti, che occupano ruoli apicali e hanno curricula invidiabili. Non solo: molti di questi comportamenti stupidi non vengono riconosciuti come tali, ma, anzi, vengono considerati normali e, in molti casi, anche elogiati, fino a quando le loro tragiche conseguenze emergono nel modo più drammatico. La tesi che fa da sfondo a ogni capitolo del libro è tanto semplice quanto spesso ignorata: molte organizzazioni sono intrappolate in quello che gli autori definiscono “paradosso della stupidità”, ovvero si impegnano nella ricerca spasmodica di personale intelligente, che poi, inevitabilmente, finirà col compiere azioni stupide sotto la spinta di fattori esterni difficilmente percepiti e controllati dal soggetto. Questo, secondo gli studiosi, produce buoni risultati nel breve termine, ma prepara la strada al disastro nel lungo periodo, visto che molti aspetti della vita organizzativa aziendale non riguardano il far funzionare le cose in modo più efficiente, ma la creazione della giusta immagine esterna e la soddisfazione delle aspettative, condivise dalla collettività, su come dovrebbe essere e agire un’organizzazione. Manager e dirigenti sono, infatti, spesso conformisti e tendono a fare quello che fanno tutti gli altri e a seguire le mode con lo stesso fervore di un adolescente. Tutto ciò accade per una serie di motivazioni, supportate da numerosi studi scientifici, analiticamente spiegate nel libro e che smontano tutti i falsi miti sulla gestione aziendale. Un esempio su tutti: il pensiero. Esso rappresenta una costante del posto di lavoro: prima di agire occorre pensare, si deve riflettere, non si deve operare meccanicamente. E un datore di lavoro che invitasse i suoi dipendenti ad agire senza pensare, sarebbe visto quantomeno con sospetto. E invece, in determinate circostanze, operare in modo automatico, senza farsi troppe domande sul compito che si sta eseguendo, potrebbe, nell’immediato, portare indubbi vantaggi. Il concetto che gli autori utilizzano per spiegare il perché di tutti questi atteggiamenti è quello di “stupidità funzionale”, ovvero l’agire secondo schemi precostituiti, essere riluttanti a richiedere o a fornire giustificazioni di determinati comportamenti e sviluppare una tendenza a ignorare i problemi, senza risolverli. Nella stupidità funzionale si nascondono, però, delle trappole che, se ignorate, possono trasformare un comportamento innocuo in un disastro nel lungo periodo.

Vi siete mai chiesti perché talvolta i risultati ottenuti sul lavoro rispondono poco alle aspettative? Se sì, non potete non leggere il testo di Spicer e Alvesson, che rappresenta un utile strumento non solo per provare a conseguire un miglioramento personale e professionale, ma soprattutto per imparare a evitare di compiere azioni che diamo per scontate ma che, alla prova dei fatti, si rivelano disastrose.

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Misteri svelati
Sonia Ciampoli
Quaderni del CICAP (Q24), 2017
pp. 212, € 9,90


Recensione e intervista di Elisa Frei

In Misteri svelati, Sonia Ciampoli riscrive i casi raccontati nella rubrica “A che punto è la notte?” di Query Online, versione telematica della nostra rivista. Tra il febbraio del 2015 e il dicembre del 2016 l’autrice aveva indagato su alcuni casi già smascherati e risolti da tempo ma che, per un caso tanto ironico quanto frequente, continuavano a circolare e venivano rispolverati periodicamente dagli appassionati di “mysteri” (à la Martin Mystère). Il saggio non pretende di essere esaustivo (sarebbe, del resto, impossibile) sulla moltitudine di interessantissimi episodi presi in esame, ma si propone piuttosto di fornire al lettore spunti per un approfondimento successivo. Se alcuni di questi “mysteri” sono piuttosto noti, altri lo sono molto di meno ed è sempre una piacevole scoperta verificare a che punto arrivino la fantasia e la paranoia delle persone nel fornire spiegazioni implausibili (e spesso ridicole) per fenomeni che, in realtà, avevano già ricevuto interpretazioni semplici e quasi banali. Soffermiamoci, quindi, con l’aiuto dell’autrice, su alcune delle curiosità stimolate dalla lettura del libro.

Nel capitolo 2 ti occupi, fra il resto, della “creduloneria” di Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes. La sofferenza per la morte in guerra del figlio e alcune fotografie con fotomontaggi alquanto goffi ai nostri occhi (fatine di carta che si muovono nello stesso ambiente delle bambine ritrattevi) lo avevano reso un convinto sostenitore dello spiritismo. Hai notato come in molti credano che il suo alter ego letterario fosse proprio il dottor Watson, e non l’arguto Sherlock: credi che, forse, Doyle sapesse inconsciamente quale fosse la “verità” ma non ritenesse incoerente, al tempo stesso, prestar fede alla spiegazione più “assurda” del fenomeno?

Personalmente sono sempre molto cauta quando si cerca di interpretare che cosa pensasse un autore, al di là di quello che è evidentemente possibile dedurre dalle sue opere e dalla sua vita. Ancora di più in questo caso, quindi, dove abbiamo una lunga serie di comportamenti e dichiarazioni di Conan Doyle stesso a dimostrare quanto intensamente credesse nel sovrannaturale e ricusasse chiunque cercasse di provare il contrario. Fu anche una delle cause che portarono alla rottura dell'amicizia con Houdini. Per cui no, credo che né Watson né Sherlock Holmes lo rispecchino in maniera particolare e che Doyle fosse un fervido e genuino credente, che non metteva in alcun modo in discussione la propria fede.

Come poi da tali premesse sia riuscito a dare vita a uno dei più straordinari eroi razionali di sempre, per me è un mistero assoluto.

Quella che è stata battezzata come “Roswellian syndrome” prevede che in seguito a un incidente si verifichino alcune fasi. Dapprima il fenomeno apparentemente misterioso viene spiegato razionalmente, poi finisce nel dimenticatoio proprio perché non più interessante; in un terzo momento, però, negli ambienti alternativi torna in auge e si ripresenta come alla fase iniziale. In un’epoca come la nostra, in cui le persone hanno libero accesso a internet, come è possibile che si ignori il debunking prima di procedere a nuove e incredibili interpretazioni?

È un po’ la domanda da un milione di dollari, questa: che bisogno c’è del debunking quando i dati sono a disposizione di tutti?

Non ho conoscenze di sociologia e psicologia tali da consentirmi di parlare con autorevolezza, ma basandomi sulla mia esperienza in questi anni, la sensazione è che un certo tipo di persone abbia bisogno di tre elementi: 1) un nemico; 2) sentirsi parte di un gruppo di minoranza; e 3) al contempo sentirsi eletti e migliori di tutti gli altri. Quindi non credono al debunking o a qualsiasi altra prova possa essere loro presentata perché proviene dal nemico (stato / governi / autorità / intellettuali / avversari…) e loro sono troppo intelligenti per farsi ingannare: anzi, a qualsiasi smentita faranno seguire un'ulteriore teoria alternativa, proprio per dire: “Ah-a, non mi avete fregato nemmeno stavolta!”.

Di conseguenza, si innesca un circolo vizioso dal quale è virtualmente impossibile uscire, a meno che una delle due parti in causa non cambi radicalmente la propria posizione, reazione da un lato impossibile per chi si basa su dati e fatti e vuole mantenere la propria onestà intellettuale, e che dall’altro costerebbe agli alternativisti un doloroso processo di presa di coscienza, che li costringerebbe a rigettare un intero sistema di valori e convinzioni. Rinnegare ciò per cui ci si è battuti fino a poco prima può far sentire sciocchi, vulnerabili e falliti, e forse è anche per questo che gli alternativisti a volte finiscono per aggrapparsi a ipotesi sempre più assurde e improbabili, per non ammettere di aver sbagliato.

Sempre a proposito di alieni: la supposta presenza di extraterrestri nelle opere d’arte (quadri, sculture etc.) ci insegna come soltanto gli specialisti abbiano gli strumenti per interpretare le fonti senza finire completamente fuori strada perché ingannati dalle proprie aspettative. Allo stesso modo si penserebbe che nessuno possa ricordare meglio un evento di chi vi è stato presente: eppure la storia è piena di testimoni oculari inaffidabili, come nel caso dell’omicidio di JFK. Al giorno d’oggi, con telecamere di sorveglianza ovunque, satelliti che ci spiano in ogni angolo e momento della nostra esistenza, sarà sempre più difficile per i “testimoni” mitomani (o effettivamente auto-suggestionati) portare avanti le loro cause alternativiste?

Come dicevamo anche prima, non sono le prove concrete a far cambiare idea a un certo tipo di “alternativisti”, altrimenti basterebbe il primo debunking per far scomparire dalla circolazione misteri e leggende metropolitane, cosa che come sappiamo non avviene affatto.

Ci sarà sempre chi proporrà una versione alternativa dei fatti, tanto più che decine di studi ed esperimenti hanno dimostrato la totale inaffidabilità dei testimoni oculari, come in quello (riprodotto anche anni fa in una puntata di Quark) in cui a un gruppo di persone fu chiesto di descrivere l'assassino appena visto in un filmato e di indicare poi chi fosse fra gli uomini ritratti in una serie di foto proposte: ciascuno dei partecipanti fornì risposte diverse, sia nella descrizione sia nella selezione della foto, e ben comprensibilmente, dal momento che nel video non era mai stato mostrato il volto del killer.

E ci sarà sempre chi preferirà quelle storie, perché di solito sono più affascinanti e poetiche della nuda e cruda realtà dei fatti. Quanto può essere deludente scoprire che non vi sono tracce della leggenda di Azzurrina di Montebello prima degli anni ’80 e che, anche ammesso sia esistita, con i materiali dell’epoca sarebbe stato pressoché impossibile che le venissero i capelli azzurri, ma al massimo marroncini? Molto più bella la leggenda del fantasma che vaga in un castello deserto cercando la mamma, è ovvio.

Senza contare tutti coloro che non hanno tempo, modo, strumenti e desiderio di dedicare più di un’occhiata a un mystero qualsiasi, ma sono ben felici di sentire una storia spaventosa o guardare una foto inspiegabile, per poi condividerla con gli amici e passare oltre. Come le leggende metropolitane, i mysteri circolano ininterrottamente perché sono belle storie da raccontare.

È molto interessante la sezione che dedichi alle fotografie di paura: al giorno d’oggi credi che grazie ai vari programmi di fotoritocco sia più semplice creare dei falsi? Oppure, al contrario, dal momento che ci sono strumenti sempre più sofisticati per rivelare cosa stia dietro a uno scatto diventerà praticamente impossibile spacciare per vere foto di mostri di Loch Ness, UFO che sorvolano le città, scheletri di giganti, precisissime mappe preistoriche della terra e simili?

Anche qui credo che le cose andranno di pari passo: si produrranno sempre più foto di mostri, UFO e fantasmi che verranno costantemente smontate. Qualche volta potrebbe volerci un po’ più di tempo, qualche altra servirà magari una coincidenza fortunata (come è successo nel caso del fantasma di Wem Town Hall), ma almeno nel caso dei falsi creati ad hoc credo si continuerà sempre a trovare una soluzione al mistero.

Diverso è il caso in cui le foto sono casuali, create da effetti ottici sorprendenti: nel libro è citato l’esempio del cavaliere di Tantallon Castle, che personalmente credo sia frutto di un gioco di luci su una persona di passaggio, in un effetto che non so se sarà mai possibile ricreare puntualmente, visto l’alto numero di variabili che hanno concorso a creare l’immagine.

Nel tuo libro mostri come ci siano alcuni luoghi che di per sé evocano sensazioni di mistero: ad esempio pozzi ritenuti porte dell’inferno, laghi profondissimi, zone del globo dove sono frequenti le tempeste. La sezione dedicata alla sparizione di navi e barche lascia, in effetti, molti casi in sospeso, perché non è possibile giungere a una spiegazione che metta la parola fine alla questione, vista l’immensità degli oceani. C’è un mystero a cui sei particolarmente affezionata ma di cui non hai potuto scrivere in questa sede?

In materia di mysteri acquatici no, ho potuto raccontare tutti i miei preferiti, ma per il resto devo confessare che ho dovuto prendere più di qualche decisione faticosa.

Per esempio, mi è dispiaciuto lasciare fuori il fantasma di Beatrice Cenci, che si dice continui a infestare il Ponte Sant’Angelo nei cui pressi venne eseguita la sua condanna a morte.

È stata la prima storia di fantasmi che mi sia mai stata raccontata, e da romana che ha passato l’infanzia e l’adolescenza nei giardini di Castel Sant’Angelo confesso di aver alzato più di qualche volta lo sguardo verso il camminamento preferito di Beatrice, nella speranza di vederla comparire a terrorizzare un po’ i malvagi nobili che l’hanno uccisa (per i romani non c’è dubbio che fosse innocente, ovviamente).

Per motivi di spazio e tempo non ho nemmeno potuto inserire il capitolo che mi sarebbe piaciuto dedicare ai misteri cinematografici, i film maledetti e gli attori che hanno subito morti misteriose, visto che il cinema è un po’ il secondo primo amore che non si scorda mai, ma magari sarà per il prossimo libro!

Quando racconti della nascita del Blair Witch Project, spieghi come si sia trattato, appunto, di un progetto, sostenuto da una campagna di marketing efficacissima per l’epoca e in grado di creare grande paura nel pubblico, soprattutto nei ragazzi della stessa età dei protagonisti del filmato. Casi come questi mostrano come l’essere umano sia in grado di creare, a tavolino, un riuscito mix di verità e fantasia, in questo caso con lo scopo di realizzare un’opera cinematografica. Allo stesso modo, il capitolo finale è, secondo me, uno dei più appassionanti proprio perché presenta dei cold cases effettivamente irrisolti e che lasciano il lettore con il desiderio di una spiegazione definitiva. Ma questo è impossibile, per mancanza di prove! Il fatto che scrittori della statura di Stephen King prendano ispirazione da questo tipo di episodi per scrivere romanzi mysteriosi e pieni di suspense ci mostra come, in effetti, sia vero che la realtà, spesso, supera la fantasia. Hai qualche altro romanzo da suggerire agli appassionati di cold cases?

Confesso che se da un lato sono un’avida lettrice di scienze e casi forensi, dall’altro non sono una grande fan della letteratura thriller, che mi lascia sempre una certa insoddisfazione sottopelle per il modo perfetto con cui si incastrano tutti i tasselli, cosa che nella realtà purtroppo non avviene sempre, lasciando appunto insolute decine di casi. Ho amato molto il Colorado Kid di Stephen King proprio perché non cade in questo meccanismo, ma ho trovato estremamente appassionante e istruttivo anche The Cases That Haunt Us di John Douglas, il profiler dell'FBI che ha ricostruito alcuni famosi casi mai risolti, tra cui quello di JonBenét Ramsey, alle cui indagini ha partecipato in prima persona.

Personalmente, sono un’assidua frequentatrice di molti forum di settore, dove sono condivisi e discussi tutti gli indizi e le teorie di cold case famosi e no: sono una miniera preziosissima per avere una visione il più completa possibile dei vari casi e per scoprire testi e fonti su cui approfondire.

Il mio preferito è sicuramente www.websleuths.com , ma ce ne sono per tutti i gusti: da quello interamente dedicato ai “ripperologi” (http://www.casebook.org/ ) a quelli che ne trattano di tutti i tipi come https://www.historicmysteries.com , a quelli più specifici, come https://www.defrostingcoldcases.com/ .