Il mistero della corda indiana

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Una rara immagine dell’esercizio dell’equilibro sul bastone che nella memoria dei testimoni si è trasformato nell’esperimento della corda indiana.
Un mago getta in aria l’estremità di una corda e questa si innalza verso il cielo fino ad assumere una posizione completamente verticale. Poi un bambino si arrampica sulla corda, fino in cima e scompare. Il mago ordina al ragazzino di scendere, ma non ottiene alcuna risposta. Allora, sale lui stesso sulla corda armato di pugnale e scompare a sua volta. Dopo pochi istanti, dall’alto cadono pezzi di cadavere. Il mago ridiscende, ritira la corda, copre i macabri resti con un telo e, come per incanto, da sotto il telo riappare il bambino, più vivo che mai.

«È un numero straordinario» dice Peter Lamont, storico della magia, ricercatore all’Università di Edimburgo e autore di un approfondito studio sul fenomeno. «Peccato solo che non sia vero. La prima volta che se ne scrive, infatti, è nel 1890, su un quotidiano americano, il Chicago Tribune. Prima di allora nessuno aveva mai sentito parlare del “gioco della corda indiana”. L’autore dell’articolo, John Elbert Wilkie, avrebbe in seguito rivelato che si era trattato di una di quelle bufale giornalistiche con cui si cerca di riempire i giornali in estate. Quello che Wilkie non si aspettava era che quell’antica fake-news diventasse tanto popolare».

L’articolo del Tribune, infatti, fu ripreso da tanti altri giornali americani e stranieri mentre la smentita, pubblicata dallo stesso giornale quattro mesi più tardi, fu ignorata. Nel 1904, si fece avanti il primo “testimone” che sosteneva di avere osservato di persona il trucco della corda indiana. Si chiamava Sebastian Burchett ma, interrogato dagli studiosi dell’inglese Society for Psychical Research, si rivelò un individuo dalla fantasia fin troppo fervida. L’ennesimo esempio, dissero gli studiosi, «dell’inaffidabilità della memoria riguardo a episodi di questo genere».

Ipnosi di massa


«Il fascino di questa leggenda, che dipingeva un’India ignota e misteriosa, proprio come la cultura occidentale e coloniale dell’epoca la voleva vedere, divenne così grande da non volersene più andare» spiega Lamont. «Alcuni cercarono di spiegare il gioco della corda sostenendo che si trattava di un fenomeno di “ipnosi di massa”. In altre parole, il mago ipnotizzava tutto il pubblico facendogli credere di vedere qualcosa che non c’era. Era una spiegazione più difficile da credere del numero stesso, anche perché iniziarono a comparire le prime fotografie, che sembravano così smentire l’ipotesi di una suggestione».

Fu la Strand Magazine, la stessa su cui uscivano le avventure di Sherlock Holmes, a pubblicare nel 1919 quella che fu presentata come «la prima fotografia della più celebre e discussa esibizione di giocoleria del mondo». A scattare la foto fu il tenente F. W. Holmes, militare pluridecorato e in nessun modo legato al celebre detective. Secondo Holmes, la corda era stata svolta, gettata in aria ed era rimasta rigida; un ragazzino era salito ed era rimasto in equilibrio: a quel punto lui aveva scattato la foto e subito dopo il bambino era sparito. «Non so darmene alcuna spiegazione» fu il suo commento.

Ossa di capra e fili sottili


Nel corso del Novecento furono proposte alcune possibili soluzioni per svelare l’enigma. Negli anni ‘30, un prestigiatore tedesco suggerì che la corda fosse truccata e composta da ossa di pecora che si incastravano l’una nell’altra formando una sorta di “palo” rigido su cui un ragazzino si poteva arrampicare. Negli anni ‘50, invece, la spiegazione più popolare sosteneva che il numero si svolgeva in un avvallamento. Un filo sottile come un capello ma resistentissimo era steso tra le due colline e la corda del mago, quando era lanciata in aria, si agganciava a questo filo grazie a un piccolo arpione nascosto a un’estremità. Il numero si svolgeva di sera, quando il ragazzino saliva la corda e, nascosto dal buio e dal fumo prodotto dai falò, sembrava scomparire. Il mago, avvolto in un ampio mantello, saliva poi anch’egli in cima alla corda e, al riparo dal fumo, toglieva da sotto il mantello gli arti amputati di una scimmia e li gettava a terra. Il ragazzino, infine, scendeva con lui, nascosto sotto il mantello, e alla fine del numero fingeva di ricomparire al posto degli arti amputati.

«Sono esempi di spiegazioni ancora più difficili da accettare del fenomeno stesso» commenta Lamont. «Chi può credere che le ossa di una pecora somiglino a una corda? E dove è mai esistito, in India o altrove, un filo sottile come un capello, che si possa tendere tra due colline e sia tanto resistente da sostenere il peso di due persone? In realtà, ci si sforzava di trovare una soluzione a un mistero che, semplicemente, non era mai esistito. Le fotografie, come quella di Holmes, ritraevano infatti un’esibizione ben diversa dal numero della corda indiana, cioè un esercizio di equilibrio su canne di bambù tutt’oggi rappresentato in certe parti dell’India».

Si tratta di un vero numero di giocoleria, eseguito nell’antichità tanto in India quanto in Cina, in cui un ragazzo sorregge, con una corda legata intorno alla vita, una robusta canna di bambù; su di essa sale poi un altro giovane che, arrivato in cima, vi resta in equilibrio per qualche istante e poi ridiscende.

Ricordi alterati


Dice Lamont: «Ciò che mi interessava, dunque, era capire come i vari testimoni oculari erano arrivati a scambiare un gioco di equilibrio per il ben più straordinario numero della corda indiana».

Così, con lo psicologo Richard Wiseman, Lamont ha ipotizzato che esistesse una correlazione diretta tra il sensazionalismo del racconto e il periodo di tempo intercorso tra il fatto osservato e il suo resoconto. In altre parole, i ricercatori pensavano che il racconto di un testimone si faceva più incredibile man mano che il tempo passava.

Hanno così raccolto tutte le testimonianze oculari esistenti, riportate in libri, saggi, articoli di giornali e riviste, accumulandone in totale 48. Di queste furono scartate le testimonianze indirette, le testimonianze in cui non era riportato l’anno dell’accaduto, quelle che non contenevano alcuna descrizione dell’accaduto o che riportavano dettagli insufficienti per la ricostruzione del numero. Rimasero 21 versioni dirette, sufficientemente dettagliate e comprensive dei dovuti riferimenti temporali, che furono poi suddivise in 5 categorie ordinate per grado di straordinarietà.

«La conclusione cui siamo giunti», conclude Lamont, «conferma la nostra ipotesi e dimostra una volta di più quanto sia poco affidabile la testimonianza oculare (vedi box). I testimoni in questione, infatti, avevano effettivamente visto il gioco di equilibrio sull’asta ma, con il passare degli anni, avevano arricchito le loro descrizioni con particolari di cui avevano solo letto o sentito raccontare. Significativo il fatto, poi, che dagli anni ‘30 in poi non si trovi più nessuno che dica di avere visto il numero di persona».

Il vero segreto del numero della corda indiana, dunque, sembra risiedere più che altro nella nostra mente e nel mondo in cui il cervello combina eventi reali cui ha assistito e leggende di cui ha solo sentito parlare, creando così una storia avvincente, mai accaduta in realtà, ma tanto affascinante.


Come si crea un falso ricordo


Leggete ad alta voce le seguenti parole: porta, vetro, abbaino, ombra, cornice, casa, aperta, tenda, infisso, veduta, brezza, telaio, schermo, serranda. Ora chiudete la rivista e provate a scrivere tutte quelle che ricordate in un foglio, senza rileggere l’elenco. Per caso, avete scritto la parola finestra? Se è così, vi abbiamo appena indotto un falso ricordo, dovuto al fatto che la “finestra” era in qualche modo collegata alle altre parole, ed è molto probabile che visualizzando alcune di esse sia comparsa, da qualche parte, anche lei. È un piccolo gioco che dimostra quanto fragile e suggestionabile sia la nostra memoria. «Di solito si pensa che qualsiasi cosa ricordiamo debba essere vera» dice Marsel Mesulam, direttore del Centro di malattie cognitive della Northwestern University a Chicago. «Ma la memoria non lavora come una videocamera ed è spesso soltanto una fragile ricostruzione fatta al momento. Per ricordare non abbiamo a disposizione nuovi neuroni. Essi codificano perciò i nuovi ricordi sopra a quelli vecchi, che conservano memorie in parte dimenticate, e nel cervello c’è un costante rimescolamento, per cui le memorie più lontane sono ridistribuite dalle nuove. E a poco a poco i vari aspetti della memoria si degradano per il normale logorio delle funzioni cerebrali».

Per saperne di più: Peter Lamont, La leggenda della corda e del bambino che scompare, Neri Pozza Editore.

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