Febbre; Filosofia dell’ingegneria; Happycracy; Le grandi epidemie; Incanto; tre recensioni "lunari"

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Febbre
di Ling Ma
Codice Edizioni, 2019
pp. 348, € 19,00


Recensione di Gabriele Vozza

“Il tempo libero: il problema della vita moderna era la carenza di tempo libero. E alla fine ci voleva una causa di forza maggiore per interrompere la nostra routine.” (Candace Chen)

Febbre è il primo romanzo di Ling Ma, insegnante di scrittura creativa all’Università di Chicago, vincitrice del Kirkus Prize 2018 e scrittrice di un libro noioso, almeno per me. Ma andiamo con ordine: il romanzo viene presentato come “Uno straordinario debutto letterario che parla di capitalismo, immigrazione e zombie”. Ora, non prendiamoci in giro se siete dei nerd come me, il romanzo non lo leggerete per la sua raffinata critica sociale, ma per gli zombie. Gli zombie piacciono a tutti: tutto è più bello con gli zombie. Pensateci: se una trama è noiosa, basta mettere degli zombie e diventa subito divertente, pensate a tutti i film, serie TV e videogiochi che sono diventati famosi utilizzando gli zombie... Ecco, Febbre non diventerà famoso per gli zombie, perché l’autrice li usa per portare avanti la sua critica sociale senza dar loro un ruolo attivo nella storia, come d’altra parte fa anche con gli altri personaggi. Lo zombie di Ling Ma è un essere umano che, a causa di un’infezione micotica, si ammala di quella che viene chiamata “Febbre di Shen”; quindi nel libro più che di febbre si dovrebbe parlare di micosi, ma capisco benissimo che micosi può far pensare più a un’infezione contratta nelle docce della piscina comunale che a una malattia da apocalisse zombie. La micosi porta gli ammalati a rimanere intrappolati nelle loro routine quotidiane, molto spesso legate al lavoro che svolgevano prima di ammalarsi, fino alla morte naturale per mancanza di cibo, acqua, cura personale etc. Lo zombie di Ling Ma diventa, quindi, un mezzo per criticare la società moderna che ci “zombifica” intrappolandoci in routine casa-lavoro. Per Ling Ma, probabilmente, siamo tutti zombie inconsapevoli, solo che ancora non lo sappiamo perché non siamo stati contagiati dalla micosi di Shen, che diventa il punto di arrivo di un processo che dura da quando entriamo nel mondo del lavoro.

Trovo molto sensata la riflessione dell’autrice, e tutto sommato si affianca alla critica al consumismo che aveva fatto a suo tempo George Romero con i suoi film di zombie, solo che gli zombie di Romero nella storia avevano una parte attiva, inseguivano e uccidevano i personaggi rendendo la storia movimentata e suscitando terrore e coinvolgimento emotivo nello spettatore. Gli zombie da infezione micotica dell’autrice, invece, sono del tutto passivi e pacifici, non fanno nulla, si limitano a svolgere le loro routine e a morire o per cause naturali o per un colpo di pistola alla testa di qualche personaggio convinto, da una strana logica pseudo-religiosa, che sia un comportamento misericordioso uccidere una persona malata. E non sono solo gli zombie a essere passivi, ma lo sono anche gli altri personaggi, prima fra tutti la protagonista Candace Chen, editrice di bibbie in subappalto prima dell’apocalisse (lavoro spiegato minuziosamente dall’autrice), che per tutto il libro subisce la storia, più che portarla avanti. Perfino alla fine, quando sarebbe richiesto alla protagonista di trovare attivamente una soluzione per la sua condizione, la storia si risolve quasi da sola senza che nessuno dei personaggi faccia realmente qualcosa. Oltre a una storia che si porta avanti da sola e non vede l’intervento dei sopravvissuti, c’è un’altra cosa che mi ha fatto storcere il naso in quanto amante della letteratura sugli zombie, e cioè il fatto di non specificare bene come le persone vengano zombificate. Certo, c’è la spiegazione più scientifica e ufficiale, ma durante la storia la protagonista avanza un’ulteriore ipotesi, che sembra essere anche sensata, ma che viene tutto sommato lasciata cadere nel vuoto dall’autrice. Questo non sapere davvero come nascano gli zombie è un po’ frustante per il lettore che vuole particolari di quella specifica apocalisse zombie.

Concludendo, il più grande problema di questo Febbre è che, a fronte di riflessioni giuste e condivisibili, ha una storia fiacca e noiosa, costantemente subita dai personaggi. Sembra che l’autrice abbia ideato il romanzo solo per esprimere determinate critiche verso la società. Intento condivisibile, ma un romanzo non è un saggio e dovrebbe anche saper divertire con la storia che racconta e in questo l’autrice pecca. Un libro, insomma, che si dimentica facilmente. Se siete appassionati di zombie e critica sociale c’è sicuramente di meglio in giro, a partire dai lavori del già citato Romero.

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Filosofia dell’ingegneria
di Enrico Terrone
il Mulino, 2019
pp. 222, € 20,00


Recensione di Gabriele Vozza

«Quale che sia la verità sull’origine dell’universo, una sua minuscola regione è impreziosita dalle azioni di una genia di divinità minori, gli ingegneri…» (Enrico Terrone)

Che cosa hanno in comune la filosofia e l’ingegneria? Per alcuni le due discipline hanno davvero poco cui spartire, per altri, invece, l’ingegneria può essere molto filosofica. Tra questi ultimi c’è Enrico Terrone che, con una laurea in ingegneria e un dottorato in filosofia (attualmente Terrone è ricercatore in Filosofia alla Universitat de Barcelona), cerca con questo libro di riavvicinare le due discipline non solo dal punto di vista teorico ma anche, come lui stesso dice, a livello “biografico”.

L’autore, per realizzare il fine prefissato, utilizza il metodo dello “spacchettamento”, che si traduce in un libro composto di quattro macro-parti. Nella prima parte, Terrone, sia attraverso una definizione bicondizionale che con una definizione a grappolo, spiega che cosa sia l’ingegneria e individua le sue tre caratteristiche fondamentali: è un’attività portata avanti da persone, in cui si applica la scienza teorica e che consiste nella progettazione e produzione di opere. Una volta individuate queste tre dimensioni dell’ingegneria, inizia l’operazione vera e propria di “spacchettamento”, in cui l’autore parla dei rapporti dell’ingegneria con la scienza, gli stati mentali che guidano gli ingegneri e le opere ingegneristiche vere e proprie. Con queste premesse il testo continua con una seconda parte dedicata alla scienza e alla filosofia della scienza; una terza parte in cui l’autore spiega come intenzionalità e normatività siano alla base della creatività dell’ingegnere e una quarta parte in cui si affrontano argomenti strettamente legati all’ingegneria, come la progettazione delle macchine, il regno degli individui artificiali, la metafisica dell’ingegneria e la creazione del mondo e nel mondo.

Senza svelare troppo circa le argomentazioni storiche e filosofiche portate dall’autore a sostegno delle proprie tesi, posso dire che il testo, con ancora più forza e chiarezza rispetto a quanto fatto da Roma Agrawal in Costruire (precedentemente recensito sul 138), ha l’enorme pregio di definire in maniera piuttosto netta e precisa cosa sia l’ingegneria e chi sia l’ingegnere. Terrone ci parla di una disciplina con una “doppia cittadinanza”, a metà tra scienza e arte. L’ingegneria, infatti, più che essere una scienza pura, utilizza la scienza per la creazione delle proprie opere. In questo senso, la figura dell’ingegnere è molto vicina a quella dell’artista, ma a differenza dell’artista gli ingegneri, per creare le proprie opere, invece di usare pennello e scalpello, utilizzano leggi e teorie, il che li rende capaci di prevedere con un buon margine di sicurezza come le proprie opere si comporteranno. Ma l’ingegnere, nonostante utilizzi la scienza e a volte sia anche costretto a creare da solo le proprie teorie per far funzionare le proprie macchine (si parla in tal caso di “scienza ingegneristica”), non è uno scienziato: mentre lo scienziato preferisce studiare quello che già esiste, l’ingegnere preferisce dedicare le proprie energie allo studio di oggetti che ancora non esistono e che in ultima analisi sarà proprio l’ingegnere a creare, magari per la prima volta. Il mondo in cui vive uno scienziato è quindi un mondo “dato”, in cui lo scienziato si muove con l’animo dell’esploratore; il mondo dell’ingegnere è invece un mondo incompleto, pronto, però, per essere arricchito da nuovi “individui artificiali” di sua creazione. L’ingegneria, quindi, diventa non solo una professione ma anche un’attitudine, che si traduce in una certa visione del mondo. E la doppia natura dell’ingegneria – scienza da una parte e arte dall’altra – trasforma l’ingegnere nel più scientifico degli artisti o nel più creativo degli scienziati.

In definitiva, ritengo il libro molto interessante e, come si sarà capito, molto ispirante; per chiara intenzione dell’autore è scritto in maniera da essere accessibile a tutte le persone che si vorranno interessare dell’argomento e quindi non solo a filosofi e a ingegneri. Nonostante questo, però, lo ritengo un libro rivolto a persone davvero interessate, insomma non un libro per lettori affascinati dagli argomenti solo superficialmente. Il testo, infatti, per quanto cerchi di rendere semplici determinati concetti, non lesina sull’approfondimento di determinate tematiche e, di conseguenza, necessita di tempo e concentrazione. Il ritmo della lettura è, probabilmente per scelta dell’autore, un po’ lento; si tratta di un ritmo utile alla riflessione; dopo tutto, per quanto parli di ingegneria, rimane un libro di filosofia. E se siete ingegneri, così come il libro della Agrawal potrà donarvi un cuore, quello di Terrone potrà donarvi un’anima. Questo non vi renderà dei progettisti migliori, ma vi farà essere più consapevoli della natura della vostra disciplina.

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Happycracy
di Edgar Cabanas, Eva Illouz
Codice Edizioni, 2019
pp. 207, € 20,00


Recensione di Marco Giorgerini

Non ne sono certo, ma in un paio di occasioni temo di aver invitato i lettori a prendere la mira e a spararmi alla testa qualora, parlando di un libro, avessi mai usato l’aggettivo «urgente». Il problema è che Happycracy, di Edgar Cabanas e Eva Illouz, è uno dei rarissimi casi in cui quell’aggettivo non solo può essere usato ma deve essere usato.

Quali sono per voi le aberrazioni mentali più dannose, i mali più deleteri di questi miseri anni in cui ci troviamo a vivere? Sicuramente i venti di intolleranza neofascistoide che soffiano un po’ ovunque; o ancora la crisi economica e la devastazione ambientale cui assistiamo impotenti, o quasi, ogni giorno. Tutto vero, naturalmente, ma il ritornello del «se puoi sognarlo puoi farlo» e i deliri sulle good vibes a ogni costo non sono meno nocivi e dissennati. Basta leggere questo libro per convincersene.

Possiamo provare a riassumere così le riflessioni dei due autori: è attiva un’inquietante tendenza che porta a responsabilizzare completamente l’individuo per ogni suo successo e per ogni fallimento. In altre parole, tutto dipende dal soggetto che, dunque, non può lamentarsi per ciò che ha ottenuto nella sua vita. Se ha fallito, non ha avuto sufficiente determinazione, non ci ha creduto abbastanza (non lo sentite il coro degli alfieri della positività coatta? Nothing is impossibile, e in inglese è anche più cool!).

Tutto quanto è esterno a noi, alla nostra volontà, è brutalmente annullato con una colpevole semplificazione. Il contesto socioculturale, che con ogni evidenza incide massicciamente sulle nostre vite, è messo da parte. Il caso che ci governa (avete mai visto Match Point di Woody Allen?) è accantonato.

L’iper-responsabilizzazione dei singoli è il punto di partenza della cosiddetta «psicologia positiva», disciplina che si afferma a partire dai primi anni del ventunesimo secolo e che ha per padri fondatori figure quali Seligman e Peterson. A dirla tutta, non sembra essere così originale e, per molti aspetti, nasce vecchia: «A detta di molti, nulla di nuovo: una riformulazione in chiave positivista di alcune vecchie idee sull’automiglioramento, sulla felicità e sul potere dell’individuo di determinare il proprio destino» (p.16). E dunque, perché una pseudoscienza del genere («La psicologia positiva è una pseudoscienza, piena di assunti e deduzioni fallaci», p. 10) risulta essere così insidiosa? Colpevolizza le vittime, innanzitutto, e agisce come una sorta di narcotico in grado di spegnere ogni barlume di resistenza attiva. Se l’imperativo è cambiare se stessi e non il mondo (lasciamo stare Seneca, di grazia), perché sgualcirci la camicia per modificare l’ordine sociale?

In effetti, vi è una consonanza assoluta tra le enunciazioni di Seligman e compagni e l’ideologia neoliberista. La psicologia positiva è funzionale al neoliberismo e, ammantata come quest’ultimo di un’aura di scientificità neutrale (è stata persino formulata un’improbabile formula della felicità), veicola un messaggio fortemente ideologico: «La sua ipotetica imparzialità politica è ciò che la rende efficace come strumento ideologico» (p. 76). Il presupposto comune, il punto di partenza, è per l’appunto un individualismo assoluto.

Al di là delle tanto sbandierate promesse di felicità, i maestri del positive thinking si avvalgono di due nuove categorie per valutare il grado di salute mentale. Il discrimine non passa più tra salute e psicopatologia, dal momento che «solo i comportamenti che contribuiscono alla felicità sono funzionali e adattivi, mentre le emozioni, i pensieri e gli atteggiamenti che non la alimentano, o peggio la riducono, vengono dipinti come disadattivi e dannosi» (p. 143). La felicità, reificata e ritenuta oggettivamente misurabile, è un miraggio perverso che si sposta sempre qualche metro più in là. La sua incessante ricerca, per la quale si rende necessario ricorrere ai prodotti offerti dalla ricchissima industria della felicità (corsi, lezioni, manuali e quant’altro), implica una carenza che deve essere sanata. Naturalmente, l’autonomia e l’egocentrismo – valori modello del perfetto cittadino neoliberista – sono la bussola che dovrebbe indicare la stella polare della felicità, ma di fatto richiedono come prima mossa quella di inserirsi entro i limiti di un preciso modello socioeconomico, di aderire alla cultura d’impresa e di accettare (dis)valori quali l’eterna flessibilità sul mondo del lavoro, una competitività feroce e l’estrema incertezza economica (e non subendoli obtorto collo ma rivendicandoli, e questo è il tragico, come punti di forza). La psicologia positiva di fatto benedice le gerarchie esistenti e l’attuale status quo. E a ben vedere rappresenta anche la negazione di ogni forma di empatia: «Chi soffre, quindi, è costretto a sobbarcarsi il proprio fardello emotivo, aggravato dal senso di colpa perché non riesce a superare gli ostacoli della vita» (p. 163).

Sì, direi che è davvero un libro urgente, e i libri urgenti sono pochi e bisogna leggerli.

Va bene, ora potete prendere la mira e aprire il fuoco.

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Le grandi epidemie
di Barbara Gallavotti
Donzelli Editore, 2019
pp. 196, € 14,00


Recensione e intervista di Luca Menichelli

Occupandoci di scienza ricreativa, ci imbattiamo spesso in testi utili per spiegare, in maniera semplice e accessibile a tutti, argomenti che vengono generalmente considerati ostici. Come spesso diciamo, i testi che trattano argomenti pseudoscientifici sono di gran lunga più numerosi di quelli che seguono argomentazioni scientifiche. In questo pagliaio fatto di pseudoscienza ogni tanto amiamo trovare un ago che riporti alla ragione.

Un luminoso esempio è il libro di Barbara Gallavotti, divulgatrice scientifica e collaboratrice di Superquark, che affronta il tema, molto discusso, delle malattie infettive e delle epidemie, parlando di come si siano diffuse e evolute nella storia dell’umanità e di come, grazie alle scoperte scientifiche, si stia mettendo un freno alla loro diffusione. Il libro è scritto in uno stile interessante e accessibile a tutti e affronta gli argomenti in maniera approfondita e dettagliata, ma senza tecnicismi ostici che ne potrebbero minare la comprensione. La prefazione di Piero Angela arricchisce un libro già di per sé molto valido.

Query ha avuto modo di intervistare l'autrice, Barbara Gallavotti, proprio per parlare del suo libro e della sua attività divulgativa.

Tu ti occupi di divulgazione scientifica, sia attraverso libri che media più tecnologici. Quali sono le maggiori difficoltà che incontri in questo tuo lavoro divulgativo?

Si potrebbe pensare che nel raccontare la scienza la maggiore difficoltà sia rendere in modo chiaro ciò che è molto tecnico e specialistico. Eppure io non mi sono mai imbattuta in un tema che nella sua sostanza non potesse essere narrato in modo colloquiale e che non avesse angolature interessanti per una persona curiosa. Per me la difficoltà più grande sta nella correttezza del racconto e questa implica presentare ciò di cui si parla in modo completo. È relativamente facile leggere una ricerca, intervistare i suoi autori e riportare ciò che viene detto senza errori, ma un giornalista scientifico o un divulgatore che si rivolge al grande pubblico deve fare di più. Noi dobbiamo inserire quella ricerca in un quadro generale, in modo da metterne in luce la reale rilevanza, evidenziando eventuali studi concorrenti o anche risultati in apparente contraddizione. Tutte queste informazioni, però, non emergono da nessuna intervista. Sono il risultato di anni di approfondimenti personali che consentono di avere una sorta di “visione generale” su molti argomenti diversi. Il rischio di ignorare dettagli importanti però è sempre altissimo.

Quando hai iniziato ad occuparti di divulgazione?

Circa 25 anni fa, dopo la laurea in biologia. E oltre venti anni fa ho iniziato a collaborare come autrice di Ulisse prima, e poi di Superquark. Queste due collaborazioni, mai interrotte, hanno plasmato il mio modo di lavorare anche, ad esempio, quando sono stata responsabile della comunicazione per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Ora parliamo del tuo ultimo libro “Le grandi epidemie”. A quale categoria di lettori si rivolge e perché ritieni sia importante leggerlo?

Ho scritto Le grandi epidemie pensando alle persone che seguono Superquark e Ulisse, quindi persone interessate a scoprire qualcosa che non conoscono, esigenti, che apprezzano esempi ed episodi che aiutino a capire, ma che cercano anche un racconto divertente e d’intrattenimento. Ho immaginato che l’argomento potesse interessare chi vuole ascoltare il punto di vista della ricerca su temi come infezioni o vaccini, sui quali c’è al momento un rumore di fondo quasi assordante. Ho cercato di inquadrare storicamente le epidemie, riportando alla memoria ciò che esse hanno significato per la nostra specie. Le malattie infettive nel passato hanno fatto più vittime delle pur sanguinosissime guerre, eppure sono bastati pochi decenni di relativa sicurezza, dovuta soprattutto all’“invenzione” di vaccini e antibiotici, perché si verificasse una rimozione collettiva del loro potere distruttivo. Alcuni sono arrivati all’assurda percezione che “i microbini” siano “nostri amici”. Persino la recentissima epidemia di AIDS viene quasi ignorata, nonostante l’emergenza sia tutt’altro che finita e continuino a registrarsi casi con allarmante frequenza anche nei Paesi occidentali. D’altro canto, però, ho anche voluto raccontare che ne è stato degli agenti infettivi un tempo più temuti. Sono davvero scomparsi? E, soprattutto, i microbi potranno tornare a seminare morte come nell’antichità? E se ciò è possibile (e lo è), cosa si sta facendo nei laboratori di ricerca più avanzati al mondo per impedirlo?

E per chiudere: i tuoi progetti per il futuro?

Moltissimi. Credo che avere molti progetti sia una spinta fondamentale per approfondire nuovi argomenti. Certo, poi solo una piccola parte di questi progetti si realizza. Oltre alla mia attività di autrice televisiva, negli ultimi anni mi sono sempre più concentrata nella realizzazione di documentari e video. E poi, avrei un paio di libri che mi piacerebbe scrivere.

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Incanto
di Michele Bellone
Codice Edizioni, 2019
pp. 250, € 20,00


Recensione di Marco Giorgerini

C’è chi dichiara guerra per difendere un confine e chi dichiara guerra ai confini stessi e alla loro natura. Nella seconda categoria rientra il biologo e giornalista Michele Bellone. Naturalmente, non parlo di confini geografici, ma di quelli ancor più irragionevoli e illegittimi che separano l’ambito artistico da quello scientifico.

Incanto, libro prezioso fin dalla veste grafica (le numerose illustrazioni che lo valorizzano sono firmate Elisa Seitzinger), semina dinamite lungo la striscia di terra che divide la razionalità dalla creatività.

In realtà, come spesso accade, il contrasto è solo apparente. Bellone si limita a mostrare l’inconsistenza di un pensiero diffuso. Lo sanno benissimo gli scienziati che senza buone dosi di pensiero creativo non possono esserci rilevanti avanzamenti conoscitivi (a proposito, leggetevi Immagina di Jonah Lehrer); lo sanno benissimo gli scrittori più scaltri che se vogliono costruire un mondo narrativo efficace devono darsi regole precise, rispettarle e farle rispettare ai personaggi (Francesco Orlando ha indagato a lungo proprio sulle regole del soprannaturale letterario, si veda l’ottimo volume postumo curato da Brugnolo, Pellegrini e Sturli: Il soprannaturale letterario. Storia, logica e forme). Nel Faust Mefistofele non può uscire dalla porta da cui è entrato, se il protagonista non rimuove il piede d’elfe dalla soglia. La bambina vampiro protagonista di un bellissimo film di Alfredson (Lasciami entrare), invece, non può entrare se il ragazzino non la invita esplicitamente a farlo.

L’autore affronta l’argomento da varie angolazioni, e a prima vista chi legge può avere l’impressione di essere sul punto di perdersi, accompagnato com’è in mille territori diversi, tra rimandi di ogni tipo a saghe fantasy, fumetti, film, e innumerevoli chiavi di lettura su un universo vastissimo. Questo è, in realtà, un punto di forza: Bellone dimostra un’abilità affabulatoria capace di irretire il lettore e di dare al testo l’incanto (per l’appunto) vertiginoso di antichi lapidari e bestiari. Tentare un riassunto sarebbe impossibile, oltre che inutile.

Troviamo paragrafi dedicati agli animali e alle piante immaginari (le piante sono quanto di più “alieno” sia possibile trovare sulla terra), ipotesi sull’origine delle storie di vampiri e zombie, persino paragrafi sulla genetica e sulla teoria dell’evoluzione di Lamarck, in buona parte superata dagli studi di Darwin ma ben presente nel capolavoro di Tolkien, in cui vige l’ereditarietà dei caratteri acquisiti.

Talvolta l’intenzione è quella di rintracciare possibili elementi razionali all’origine di credenze o di invenzioni fantastiche. Scopriamo così che la credenza nei draghi, già presenti in qualità di simbolo del male (o del bene: tra i draghi occidentali e quelli orientali la differenza è notevole!), può essere stata rafforzata dai primi ritrovamenti di ossa di dinosauri. Seguono approfonditi excursus apparentemente degni di miglior causa. Il giornalista si pone infatti domande sul «combustibile draconico» e sui meccanismi di volo di questi esseri fantastici. Tuttavia, interrogativi del genere non devono stupire. Dopotutto, anche Borges e Calvino hanno a lungo frequentato la zoologia fantastica, e la criptozoologia (scienza, poi rapidamente scivolata nel regno delle pseudoscienze, delle creature mitologiche) ha un preciso anno di nascita e un suo fondatore: 1955, Bernard Heuvelmans.

Più spesso, però, l’approccio è più originale e di più ampio respiro. Di assoluto interesse, ad esempio, sono le pagine sulla teoria del caos e su un «universo deterministico, regolato dalle leggi fisiche ma predisposto all’imprevedibilità e al disordine» (p. 124). A dire che, in fondo, la dialettica tra ordine e caos è costitutiva della realtà stessa.

E la magia? Be’, a volte la differenza rispetto alla scienza non è neppure sostanziale ma è legata alla percezione dell’osservatore. Come scrisse Arthur Clarke nel 1973, «ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia». Insomma, la distanza – temporale o culturale che sia – tra chi utilizza una tecnologia e chi assiste stupito privo degli strumenti necessari per comprenderla può far apparire magico ciò che non lo è. È questo il caso delle misteriose tecnologie elfiche nel Signore degli anelli o di quelle dei Kiriath nella trilogia fantasy di Richard Morgan.

Nella realtà, la magia è stata anche una forma per indagare il mondo circostante, e sarebbe ingenuo farsene beffe. Lo hanno evidenziato a più riprese molti celeberrimi antropologi, da Frazer a Evans-Pritchard.

Edgar Morin, il «filosofo della complessità», si batte da sempre contro la parcellizzazione dei saperi e l’iperspecializzazione. Bellone, con un libro ricco di spunti e documentatissimo, si muove a suo modo in questo nobile solco. Citando Licia Troisi (scrittrice e autrice della prefazione), Incanto «è un atto di resistenza a un mondo che ci vuole monocordi e chiusi in una visione della realtà asfittica».

Recensioni di Elena Cartellino


“Mi fai sentire un poeta, anzi di più un profeta, che annuncia al mondo l’inizio di una nuova era”: non è difficile imbattersi in questa canzone di Jovanotti in radio, e non è affatto un caso che l’alter ego nel suo video sia proprio un astronauta. Certo il testo è dedicato a una ragazza e ha un intento amoroso, eppure non è la luna da sempre al centro delle espressioni più romantiche e sognatrici di artisti in ogni campo?

Già nell’antica Grecia, Selene (la Luna) è una fanciulla dalla pelle candida che illumina la notte con la sua luce soffusa.

“Folle è l’uomo che parla alla luna. Stolto chi non le presta ascolto”, scriveva William Shakespeare in Romeo e Giulietta. “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?”, chiedeva Giacomo Leopardi nel suo Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

E come non restare ammaliati dalla malinconica melodia della Sonata al Chiaro di Luna di Ludwig Van Beethoven, dedicata alla sua amata.

Sfondo perfetto di film di ogni genere, improbabile non ricordarla a illuminare il volo di E.T. in bici nel celebre film di Spielberg. Persino in uno dei cinecomic Marvel, in un mondo già di per sé fantastico, a Wolverine viene raccontata una leggenda sulla Luna...

Eppure, a guardarla cinicamente, altro non è che una landa desolata con condizioni ambientali sfavorevoli. Ma provate a osservarla almeno una volta con un telescopio: resterete incantati a contemplare la sua affascinante bellezza solitaria. Presentiamo di seguito tre libri che riguardano il nostro affascinante satellite e la storia della sua esplorazione da parte degli esseri umani.

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Stregati dalla Luna
Maria Giulia Andretta e Marco Ciardi
Carocci Editore, 2019
pp. 197, € 17


Uno splendido viaggio attraverso letteratura e scienza lungo un percorso fatto di immaginazione e tecnica, verso la meta che da sempre affascina l’uomo: la Luna.

Fantascienza e missilistica, da Verne e Wells a Oberth e von Braun, passando attraverso Walt Disney e Stanley Kubrick, un racconto avvincente dei protagonisti e degli avvenimenti che hanno reso possibile lo sbarco dell’uomo sul nostro satellite, abilmente calati nelle vicende relative alla seconda guerra mondiale e alla competizione tra USA e URSS per la corsa allo spazio.

Non mancano in diversi punti i riferimenti e le spiegazioni volti a confutare quelli che sono i più comuni dubbi sulla veridicità di quell’evento.

Un testo che invoglia a leggere tanto la letteratura scientifica quanto quella tecnica e che ci fa comprendere a fondo quanto il primo allunaggio sia stato davvero un avvenimento mediatico senza precedenti (come lo stesso Piero Angela scrive nella sua prefazione), uno degli avvenimenti che hanno segnato davvero l’inizio di una nuova era.

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Moon
Paolo Calcidese
Espress Edizioni, 2010
pp. 159, € 14


In molti ricordano solo Armstrong, Aldrin e Collins eppure altri astronauti statunitensi hanno toccato il suolo lunare, in ben altre 5 missioni del programma Apollo. Ma se escludiamo la Apollo 13 con le sue complicazioni, l’atmosfera che le ha caratterizzate è sempre stata più rilassata, meno adrenalinica di quella dell’Apollo 11, nonostante i molteplici eventi curiosi verificatisi in ciascuna, che il testo non manca di descrivere.

Nel volume le immagini hanno un ruolo fondamentale: accompagnano con continuità lo scritto catturando lo sguardo del lettore capitolo dopo capitolo.

Com’è nata la Luna? Da cosa è composta e quali sono le condizioni ambientali che la caratterizzano? Nella prima parte del libro, dedicato alla selenologia, cercando di rispondere in modo sintetico ed efficace a tali quesiti, la narrazione scorre con l’identificazione di mari, terre e crateri lunari attraverso una serie di incantevoli cartografie lunari.

Attraverso un vero e proprio servizio fotografico dei luoghi visitati, nei capitoli successivi l’autore descrive le varie missioni con particolare riguardo all’Apollo 1 che, pur essendo stata fallimentare (ricordiamo che i tre astronauti hanno perso la vita nel corso di operazioni di controllo prima del lancio), ha rappresentato l’incipit e le fondamenta per una maggiore sicurezza dei mezzi e delle procedure che avrebbero portato successivamente a compimento la Grande Avventura – così la definisce l’autore – dell’Apollo 11.

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Camminare sulla Luna
di Piero Bianucci
Giunti Editore, 2010
pp. 350, € 18


“In quali ottant’anni della storia avresti voluto vivere?”. Esordisce così Piero Bianucci, lasciandoci poi catturare dalle atmosfere sociali e culturali degli anni ’60 e dai pensieri che le menti di spicco di quel periodo generarono in favore o contro la corsa alla Luna.

Segue una descrizione delle missioni Apollo e degli accadimenti che le hanno caratterizzate: chissà che vite straordinarie avranno vissuto gli astronauti che ne sono stati i protagonisti e quali saranno state le caratteristiche ad accomunarli...

Nelle pagine di questo libro, il lettore scoprirà il lato più umano dei Moonwalkers, capaci di imprese incredibili ma pur sempre terrestri, ciascuno con il suo temperamento e le sue debolezze, in alcuni casi anche piuttosto stravaganti.

L’avventura alla scoperta della Luna cominciò con il lancio del satellite Sputnik da parte dei russi, in piena Guerra Fredda. Gli americani cercarono duramente di tenere il passo dei loro competitor ma si resero protagonisti di numerosi fallimenti in diretta TV, mentre eventuali insuccessi sovietici non sarebbero certo stati platealmente pubblicizzati. L’arrivo alla Casa Bianca del presidente Kennedy nel 1961 fu decisivo per la svolta a favore degli USA. Al programma Mercury venne affiancato il Gemini, il ponte che portò al successivo programma Apollo. Quest’ultimo, pur essendo il progetto celebre per il primo allunaggio con la missione Apollo 11, sarà macchiato indelebilmente dalla scomparsa di 3 astronauti proprio al suo esordio, con l’Apollo 1, durante un’esercitazione.

Seguirono altre missioni e, a dispetto di come era cominciata la corsa alla Luna, l’ultima spedizione americana (ufficiosamente la Apollo 18) celebrò l’inizio di un periodo di lunga collaborazione tra le due superpotenze con il congiungimento dell’astronave statunitense a una Soyuz russa.

Sebbene esista chi crede che nulla di tutto ciò sia avvenuto, è altrettanto vero che proprio quelle “anomalie” usate da chi nega le missioni lunari sono la prova che non vi fu nessun set cinematografico che vide protagonisti Armstrong ed Aldrin, e l’autore ne descrive nel dettaglio le ragioni.

Cosa abbiamo imparato da queste esplorazioni? Certamente abbiamo acquisito informazioni sulla composizione e sulle caratteristiche ambientali della Luna, ma molto altro c’è ancora da studiare e analizzare. Numerosi sono i progetti che i vari enti spaziali della Terra hanno in programma nei prossimi decenni: l’ultimo capitolo di questo testo ci presenta un interessante report non solo di tutti quelli già in essere ma soprattutto di quelli futuri, il cui scopo sarà la realizzazione di colonie lunari e lo sbarco su Marte. E certamente sarà ancora l’inizio di una nuova era.