Il vero Sherlock Holmes

Il dottor Joseph Bell cui faceva riferimento Doyle era un celebre chirurgo, suo ex professore all'Università di Edimburgo. «Se ne stava seduto nella sala d'attesa con quella faccia da pellerossa, e faceva le diagnosi delle persone che entravano prima ancora che queste avessero aperto bocca. Non solo diceva loro i sintomi che avevano ma specificava persino alcuni dettagli del loro passato, e raramente si sbagliava»

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«Certo, lei è un militare, e più precisamente un sottufficiale» disse l’uomo dal profilo aquilino.
«È così signore» rispose l’altro stupito.
«Faceva parte del reggimento delle Highland e ha prestato servizio alle Barbados. Da poco è in congedo».
Sempre più sbalordito, l’uomo annuì. «Ma come fa a sapere queste cose? Io non ho ancora parlato.»
«È molto semplice. Lei è entrato nella stanza senza togliersi il cappello, come se entrasse in fureria, e ne ho dedotto che era un militare. L’aria leggermente autoritaria, abbinata all’età, mi ha fatto capire che era un sottufficiale. Inoltre, l’eruzione cutanea sulla fronte mi ha indicato che era stato alle Barbados perché quel tipo di infezione della pelle colpisce solo laggiù».
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Può sembrare l’inizio di un’avventura di Sherlock Holmes, ma si tratta invece di un momento di una lezione di diagnostica del professor John Bell, docente di medicina all’Università di Edimburgo. In effetti, fu proprio lui l’uomo che ispirò il personaggio del detective infallibile a uno dei suoi studenti, Arthur Conan Doyle.

Una figura immortale


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La figura di Sherlock Holmes è una delle più straordinarie e longeve creazioni della fantasia letteraria. Il detective privato che lavora per il piacere di risolvere gli enigmi più impossibili, che possiede una straordinaria capacità di osservazione e deduzione, freddo, logico e riservato ma anche pronto a scattare in azione e che al suo amico e collega dr. Watson ama definirsi come «un cervello, tutto il resto è un’appendice» non smette mai di stimolare nuove produzioni che a lui si ispirano.
Ponderosi saggi che tra il serio e il faceto lo trattano come fosse una persona realmente vissuta, sempre nuove raccolte di avventure apocrife, documentari, fiction e film escono di continuo per un pubblico che non sembra mai sazio. Eppure, quando più di cento anni fa il giovane medico scozzese che esercitava a Southsea, nei pressi di Portsmouth, in Inghilterra, occupava il tempo che i pazienti gli lasciavano libero (praticamente tutta la giornata) scrivendo racconti polizieschi, tutto poteva pensare fuorché di creare un mito immortale.

Sherlock al cinema


Sono centinaia gli attori che si sono cimentati con la figura di Sherlock Holmes. Come per l’Amleto, il ruolo del detective di Baker Street sembra essere uno dei più ambiti. Sono entrati nella parte gli attori più diversi, come Roger Moore, Michael Caine, Gene Wilder, Charlton Heston, Jerry Lewis, Cristopher Lee, Peter Cushing e anche il nostro Nando Gazzolo. Ma quelli che più di tutti sono stati identificati interamente con Holmes sono stati due. Basil Rathbone, ingaggiato nel 1939 per Il mastino dei Baskerville, interpretò 14 pellicole ispirate a Holmes, insieme a Nigel Bruce nei panni di un Watson molto più tonto di quello letterario. La sua immagine rimase per decenni così legata a Holmes che anche la Disney, quando decise di realizzare una versione a cartoni animati di Sherlock Holmes nel 1986, chiamò il protagonista, un topo-detective, “Basil” in onore dell’attore. Fu Jeremy Brett, però, a dare l’interpretazione più autentica interpretando ben 41 delle 65 avventure scritte da Doyle. A differenza dei predecessori, l’Holmes di Brett non solo ricalcava in maniera perfetta l’originale ma lo rendeva finalmente credibile. L’attore morì nel 1995, a 61 anni, prima di completare l’interpretazione dell’intero Canone di avventure holmesiane.

Le deduzioni del medico


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«Leggendo alcune storie poliziesche fui colpito dal fatto che quasi sempre i risultati erano raggiunti fortuitamente» scrisse Doyle nelle sue memorie. «Gaboriau mi affascinava per lo svolgersi pulito delle sue trame, e l’eccezionale detective di Edgar Allan Poe, Monsieur Dupin, era stato uno dei miei eroi sin dall’infanzia. Ma potevo aggiungere anch’io qualcosa di nuovo?
Pensai di cimentarmi in una storia in cui il protagonista trattasse il crimine come il dottor Bell trattava le malattie e in cui la scienza si sostituisse al caso. Il risultato fu Sherlock Holmes».
Il dottor Joseph Bell cui faceva riferimento Doyle era un celebre chirurgo, suo ex professore all’Università di Edimburgo. «Se ne stava seduto nella sala d’attesa con quella faccia da pellerossa, e faceva le diagnosi delle persone che entravano prima ancora che queste avessero aperto bocca. Non solo diceva loro i sintomi che avevano ma specificava persino alcuni dettagli del loro passato, e raramente si sbagliava».
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Un altro celebre esempio di questa abilità, poi quasi ripreso parola per parola da Doyle nell’Avventura dei cinque semi d’arancia, vede Bell dare il benvenuto in classe a una donna con un bambino in braccio.
«Come ha fatto il viaggio da Bruntisland?»
«In carrozza».
«E poi è andata a piedi per Inverleith Row?»
«Sì».
«E a chi ha lasciato l’altro bambino?»
«Con mia sorella, a Leith».
«E pensa di tornare a lavorare alla fabbrica di linoleum?»
«Certo».
«Vedete signori» disse poi Bell rivolto alla classe. «Quando la signora mi ha salutato al suo ingresso ho notato il suo accento di Fife, che come sapete è vicina a Burntisland. Noterete poi la terra rossa sulle suole delle scarpe, e l’unica terra di quel tipo entro venti miglia da Edimburgo si trova ai Giardini botanici. Inverleith Row è la strada più comoda per chi arriva da Leith ed è l’unica strada che costeggia i giardini. Osserverete poi che il cappottino che ha sul braccio è troppo grande per il bimbo che tiene in grembo, dunque era uscita di casa con due bambini. Infine, noterete una dermatite sulle dita della mano destra, tipica di chi lavora nelle fabbriche di linoleum di Burntisland».
Ma al di là di queste dimostrazioni così spettacolari, che comunque servivano a Bell per enfatizzare ai suoi studenti l’importanza di un esame dettagliato durante le diagnosi, è possibile che anche altri aspetti della vita del medico abbiano ispirato Doyle. Joseph Bell, infatti, fu talvolta consultato dalla polizia in occasione di alcuni crimini, proprio come un altro suo collega, il medico legale Henry Little-John.
Secondo alcuni studiosi, durante i sanguinosi omicidi di Jack lo Squartatore nell’estate del 1888, sia Little-John che Bell furono consultati dalla Metropolitan Police di Londra. Entrambi esaminarono il fascicolo della polizia, dove si evidenziavano quattro sospetti, ed entrambi giunsero alla stessa conclusione sulla possibile identità dell’assassino. Quale fosse, però, nessuno lo sa, poiché la valutazione dei due medici (se mai è esistita) è oggi irreperibile.
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Sir Arthur Conan Doyle


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Doyle finì per detestare Sherlock Holmes, quando si accorse che la popolarità del personaggio rischiava di schiacciare ogni altro suo lavoro, al punto da decidere di ucciderlo dopo solo 25 avventure.
Fu poi unicamente per l’enorme pressione del pubblico e degli editori, disposti a pagargli una fortuna perché lo riportasse in vita, che accettò di raccontare altre avventure del geniale detective. Ma Doyle era certo che sarebbero stati i suoi romanzi storici a restare nella memoria.
Il suo Brigadiere Gérard, il suo Sir Nigel, così come i suoi racconti medici o la sua produzione esoterica e spiritista.
Non fu così. Però, oltre a Holmes, Doyle è padre anche di un altro personaggio memorabile, il professor Challenger, protagonista tra l’altro de Il mondo perduto, straordinaria avventura nella quale una spedizione di esploratori scopre una terra in cui sopravvivono animali preistorici.
Quando 80 anni dopo Michael Crichton scriverà Jurassic Park, si ricorderà di riconoscere l’ispirazione dovuta a Doyle intitolando il seguito del suo romanzo allo stesso modo del suo predecessore: The Lost World. A testimonianza del fatto che anche la grande letteratura fantastica moderna spesso si regge sulle spalle di giganti del passato.

Ritratto di un detective


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Sherringford Holmes. All’inizio questo doveva essere il nome del detective. «Non sapevo come chiamarlo» ricordava Doyle. «Ho ancora dei fogli di taccuino con sopra segnati molti dei nomi che mi vennero in mente. Mi ribellavo all’idea di ricorrere al banale espediente di usare un nome che suggerisse l’identità del personaggio, come Mr Sharps (Signor Sveglietti) o Mr Ferrets (Signor Indagini). Il primo nome che scelsi fu Sherringford Holmes, che in seguito modificai in Sherlock Holmes».
Per il nome, Doyle si ispirò quasi certamente a un compagno di classe, Patrick Sherlock, poco brillante a scuola ma appassionato di recitazione, proprio come il detective che spesso amava indagare in incognito assumendo identità diverse. “Holmes”, invece, è un tributo allo scrittore e anatomista americano Oliver Wendell Holmes, che Doyle ammirava sia come giurista che come pioniere della medicina. Le sue monografie, la sua profonda conoscenza dei tabacchi e la sua mente analitica erano tutti elementi che sarebbero stati poi assorbiti dal segugio di Baker Street.
Memore della figura del narratore nei racconti di Poe incentrati su Auguste Dupin, ma anche del poco brillante socio di Lecoq, Absinthe, Doyle era convinto che il suo detective avesse bisogno di una spalla. «Siccome Holmes non poteva raccontare egli stesso le sue avventure, era necessario ideare un personaggio che gli fosse compagno abituale, un uomo d’azione, colto, il quale partecipasse ai fatti per poi narrarli. Ci voleva un nome corrente, senza ostentazione, “Watson” era adatto».
E, forse, il fatto che un altro medico noto di Edimburgo a quei tempi si chiamasse proprio Patrick Heron Watson può avere contribuito a questa scelta. Da notare che negli appunti relativi alla prima storia, Uno studio in rosso, il personaggio si chiamava Oliver Sacker.
Quanto all’aspetto fisico del suo detective, ancora una volta Doyle si ispirò al suo vecchio docente. Il naso aquilino, lo sguardo penetrante, le dita lunghe e affusolate sono tutti tratti tipici di Holmes “rubati” a Joseph Bell.
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Tuttavia, quando la rivista The Strand, su cui uscivano i racconti di Sherlock Holmes, decise di illustrare le storie, un imprevisto fece sì che il volto di Holmes venisse per sempre identificato non con quello di Bell, ma di un celebre disegnatore del tempo, Walter Paget. Era a lui che il direttore dello Strand aveva pensato come illustratore delle storie, ma per un errore l’incarico fu affidato al fratello Sidney. Il quale scelse proprio il volto affilato e aquilino di Walter come modello su cui ricalcare Holmes.
Pipa ritorta, cappellino da caccia a due tese e mantellina in Principe di Galles, invece, sono tutte invenzioni di Hollywood. Così come la celebre frase «Elementare, Watson!», che non compare in nessuno dei romanzi.
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Una pratica rischiosa


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Quando Doyle pubblicò la prima raccolta antologica di avventure di Holmes, nel 1892, fece in modo che nel frontespizio del libro comparisse la dedica: «Al Dr Joseph Bell».
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E tanto nelle interviste, così come nell’unico filmato sonoro esistente di Doyle, lo scrittore sottolineò sempre in maniera esplicita chi fu il vero ispiratore del celebre detective. Allo stesso Bell, Doyle scrisse il 4 maggio 1892: «È a lei che debbo Sherlock Holmes e, sebbene nelle storie io abbia il vantaggio di fargli vivere ogni tipo di situazione drammatica, non credo che il suo lavoro analitico sia un’esagerazione di alcuni effetti che l’ho vista produrre sui nostri pazienti».
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Da parte sua, Bell sembrava gradire l’attenzione e la riconoscenza del suo ex studente. Di lui scrisse che lo reputava un “narratore nato”: «Il suo successo è ben meritato, il nome del suo eroe è amato dai ragazzi di questo paese per la meravigliosa astuzia dei suoi metodi. Vi dimostra come sia facile, se solo osservate, scoprire tante cose circa il lavoro e la personalità dei vostri ignari amici e, allo stesso modo, smascherare i criminali e scoprire le loro trame».
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Tuttavia, Bell, che non amava la pubblicità e anche quando aveva aiutato la polizia in alcuni casi aveva sempre chiesto che il suo nome non fosse citato, in privato sembra esprimesse giudizi meno entusiasti.
Secondo la biografa Jessie Saxby, che pubblicò un libro su Bell due anni dopo la sua morte, il medico reputava le storie di Holmes un’«accozzaglia di ciance». Inoltre, affermava: «Sono sicuro che Doyle non immaginava la quantità di sciocchezze che mi sarebbero piovute sul capo come conseguenza delle sue storie».
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Se quest’opinione di Bell nei confronti di Sherlock Holmes è autentica, è possibile che essa dipenda dal rigore scientifico del medico. Bell, infatti, cercava sempre durante le sue lezioni di far capire agli studenti quanto fosse importante osservare i dettagli nei pazienti, ma allo stesso tempo quanto fosse indispensabile verificare ogni supposizione.
A differenza di Sherlock Holmes, infatti, Bell era ben consapevole dei rischi insiti in una diagnosi fatta solo attraverso l’osservazione, senza cercare altri elementi che confermassero le deduzioni. A questo proposito, raccontava sempre di quando fece visita a un paziente costretto a letto:
«Lei suona in una banda, non è vero?»
«Sì» ammise il malato.
Quindi, voltandosi verso gli studenti che lo accompagnavano spiegò: «Vedete, è molto semplice. Quest’uomo ha una paralisi dei muscoli della guancia, prodotta dal troppo soffiare in uno strumento a fiato. Non ci resta che chiedere per avere conferma. Che strumento suona, buon uomo?»
«La grancassa» fu la risposta.

Per saperne di più


- Alan Mackaill e Dawn Kemp, Conan Doyle & Joseph Bell: The Real Sherlock Holmes, Royal College of Surgeons of Edinburgh.
- Arthur Conan Doyle, Ucciderò Sherlock Holmes, Fabbri, 2002.

Per le pagine online


“Sherlock Holmes – The True Story of Dr. Joseph Bell”: Un documentario (un po’ romanzato) sulla vita del dottor Bell disponibile interamente online (in inglese): https://bit.ly/2Tu6E4x