Gli equilibri ecologici non si regolano con il fucile

Gli equilibri ecologici non si regolano con il fucile
Ridurre il numero di animali attraverso il prelievo venatorio equivale davvero a tutelare la specie o l’ecosistema in cui vive? Quando si presenta la caccia come uno strumento di protezione della fauna, questa idea viene spesso data per acquisita, anche se è tutt’altro che ovvia nella comunità scientifica. Eppure è il presupposto implicito su cui si basa il disegno di legge di riforma della normativa venatoria, approvato dal Senato il 23 giugno 2026, secondo cui la caccia, nei limiti stabiliti dalla legge, «concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema».

Gli studi di ecologia della conservazione – la disciplina che misura sul campo l’effetto reale degli interventi umani sulle popolazioni animali – dicono qualcosa di più articolato[1]. Non è l’atto di cacciare, di per sé, a determinare se una popolazione si mantiene stabile o declina, ma l’insieme di regole che ne definiscono tempi, metodi e quantità: quote di prelievo, periodi di divieto, controlli indipendenti. Tolta questa cornice, i dati raccolti in decine di studi mostrano che il prelievo venatorio tende a comportarsi come qualunque altra forma di sfruttamento di una risorsa naturale: se non è vincolato con rigore, danneggia la popolazione che dovrebbe gestire, invece di proteggerla.

Un fraintendimento centenario


All’inizio del Novecento, la caccia commerciale non regolamentata portò il bisonte americano (Bison bison) e diverse altre specie nordamericane sull’orlo dell’estinzione. Le popolazioni si ripresero, ma non perché si continuò a cacciare: si ripresero perché vennero introdotte quote di prelievo, limiti stagionali e restrizioni severe sui metodi di caccia. Fu la regolamentazione – non l’atto di cacciare in sé – a fermare il collasso.

Questa distinzione, apparentemente sottile, è al centro di un lavoro pubblicato nel 2018 su Conservation Biology da Adrian Treves, Kyle Artelle e Paul Paquet, che ha ricostruito come, nel tempo, l’interpretazione corretta si sia progressivamente rovesciata. Nella letteratura gestionale e in comunicazioni di organizzazioni influenti – inclusa, in alcuni casi, la stessa Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) – la caccia regolamentata è stata via via ridotta, nel linguaggio, alla semplice “caccia”, lasciando intendere che fosse l’attività venatoria in quanto tale, e non l’insieme di limiti e controlli che la accompagnano, a produrre benefici per le popolazioni cacciate1. È una scorciatoia linguistica dalle conseguenze concrete: se si crede che a funzionare sia la caccia in sé, si finisce per allentare proprio i controlli che, storicamente, hanno fatto la differenza.

Gli autori dello studio sono chiari nelle conclusioni: non risultano prove che la caccia, isolata dalla sua regolamentazione, abbia mai salvato una popolazione animale o una specie dall’estinzione. Sono state le restrizioni al prelievo, semmai, a impedire estinzioni ed estirpazioni locali. Il parallelo che propongono per rendere l’idea è efficace: sarebbe come se le autorità sanitarie promuovessero genericamente il “mangiare” come rimedio contro il cancro, anziché un’alimentazione controllata e bilanciata. Non è l’azione in sé a fare la differenza, ma la cornice di regole – scientificamente fondate, verificabili, indipendenti dagli interessi di chi pratica l’attività – che la accompagna. Tolta quella cornice, l’equazione “più caccia uguale più biodiversità” perde ogni fondamento empirico.

Il punto è cruciale per leggere correttamente anche il dibattito italiano, perché il nuovo testo di legge non si limita a ridefinire concettualmente la caccia: amplia contestualmente i poteri delle Regioni nella definizione dei calendari venatori, riducendo il peso vincolante dei pareri tecnici dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), finora riferimento scientifico principale. È esattamente la dinamica descritta da Treves e colleghi: più si insiste sulla caccia come valore in sé, più diventa naturale allentare proprio i controlli che la letteratura scientifica indica come decisivi.

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Nonostante il prelievo venatorio intenso, le popolazioni di cinghiali sono in costante aumento in Europa per via della loro alta fecondità e capacità di adattarsi a diversi ambienti. ©JMrocek/iStock


La favola del prelievo sostenibile


Il caso nordamericano di un secolo fa non è un episodio isolato. Diversi studi degli ultimi dieci anni mostrano, con dati alla mano, che il prelievo venatorio – quando eccede la sostenibilità biologica di una popolazione o non è accompagnato da un controllo scientifico rigoroso – è tra i principali motori del declino della fauna a livello globale, non un suo argine. Un’analisi pubblicata su Royal Society Open Science[2] ha esaminato le minacce che gravano su 301 specie di mammiferi terrestri, individuando nella caccia per carne e per il commercio uno dei fattori trainanti della crisi, insieme alla deforestazione e all’espansione agricola2. In un contesto molto diverso – le montagne dell’Annam, nel Sud-est asiatico – un altro studio ha confrontato l’impatto della sola degradazione dell’habitat con quello della caccia indiscriminata sulle comunità di vertebrati, tramite campagne di foto-trappolaggio: nei siti sottoposti a intensa pressione venatoria, la scomparsa funzionale delle specie risultava più marcata che nei siti semplicemente degradati[3]. Un lavoro su 308 specie di uccelli forestali del Sundaland arriva a una conclusione simile: quando alla perdita di habitat si somma lo sfruttamento commerciale, il numero di specie a rischio di estinzione quasi raddoppia[4].

Ciò che questi lavori hanno in comune non è tanto l’elenco delle specie coinvolte, quanto un meccanismo di fondo: la pressione venatoria e la perdita di habitat non si sommano in modo lineare, si moltiplicano. Un ambiente già frammentato o degradato tollera molto meno prelievo di un ambiente integro, perché le popolazioni hanno meno margine di ricambio e meno vie di fuga. È un dettaglio che riguarda direttamente l’Italia, uno dei paesi più densamente antropizzati d’Europa: le condizioni che rendono sostenibile un prelievo venatorio altrove – grandi estensioni protette, popolazioni numerose, corridoi ecologici funzionanti – qui sono strutturalmente più difficili da garantire, il che dovrebbe tradursi in una cautela maggiore, non minore, nel liberalizzare i criteri di prelievo.

Va detto, per onestà, che la letteratura non descrive un quadro univoco. Una rassegna pubblicata su One Earth[5] nel 2021 ha passato in rassegna la ricerca globale sulla caccia ricreativa, trovando effetti estremamente variabili a seconda della specie e del contesto: per alcune popolazioni gestite con rigore – in parte del Nord America, per esempio, dove la caccia ricreativa finanzia le agenzie statali per la conservazione tramite tasse su armi e munizioni – il prelievo regolamentato può coesistere con popolazioni stabili5. Ma la stessa rassegna segnala che per molte altre specie mancano prove solide di sostenibilità, e che i proventi economici della caccia non sempre si traducono in benefici concreti per la conservazione locale. Anche nel caso più favorevole spesso citato a sostegno della caccia come strumento gestionale – la caccia ai trofei dei grandi carnivori – la sostenibilità regge solo a condizioni molto specifiche: prelievo limitato ai maschi più anziani e assenza di altre fonti di mortalità di origine antropica, condizioni che in molti contesti reali, dove si sommano bracconaggio e uccisioni di ritorsione, semplicemente non si verificano. Il che riporta al punto di partenza: non è la caccia a fare la differenza, ma la qualità – spesso fragile, spesso disattesa – della regolamentazione che la accompagna.

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Per specie migratrici come i tordi, i primi giorni di febbraio rappresentano una fase critica del ciclo vitale, in cui il prelievo venatorio ha un impatto molto più pesante sulla sopravvivenza rispetto ad altri periodi dell’anno. ©CreativeNature_nl/iStock


Il paradosso del cinghiale


L’Italia offre un banco di prova per verificare quanto, nella pratica, la distinzione tra caccia e regolamentazione conti davvero. Il caso più citato a sostegno di un’intensificazione del prelievo è quello del cinghiale (Sus scrofa), le cui popolazioni sono cresciute in modo vistoso in molte regioni, causando danni ingenti all’agricoltura e un aumento degli incidenti stradali. Il ragionamento sembra lineare: più cinghiali, più caccia, meno cinghiali. I dati raccontano però una storia più complicata, che rovescia in parte l’intuizione di partenza.

Una revisione pubblicata su Pest Management Science[6] ha ricostruito i trend delle popolazioni di cinghiale in tutta Europa negli ultimi decenni, mostrando che, nonostante un prelievo venatorio intenso e diffuso, i numeri hanno continuato a crescere quasi ovunque, sostenuti da un’elevata fecondità della specie, dalla sua eccezionale capacità di adattarsi ad ambienti diversi e, in diverse aree, da un calo parallelo del numero di cacciatori attivi6. La caccia da sola, concludono gli autori, non basta a contenere la crescita della popolazione.

C’è un ulteriore livello, di natura più propriamente biologica, che spiega perché in certi casi il prelievo possa perfino risultare controproducente. I cinghiali vivono in gruppi familiari a struttura matriarcale, guidati da femmine adulte con esperienza riproduttiva consolidata, che regolano attraverso gerarchie sociali il ciclo estrale delle femmine più giovani del gruppo, contenendone di fatto la fertilità. La forma di caccia più praticata in Italia, la braccata – che coinvolge squadre di cacciatori e cani su ampie porzioni di territorio – tende a colpire questi gruppi in modo indiscriminato, senza distinguere per età o ruolo sociale, e a disgregarli. Quando la struttura matriarcale viene destrutturata dall’abbattimento di alcuni individui, il controllo sociale sulla riproduzione delle femmine più giovani viene meno: diversi studi su popolazioni di suidi sottoposte a mortalità intensa documentano, in queste condizioni, risposte compensative che anticipano la maturità sessuale e aumentano la fertilità delle femmine superstiti. In altre parole, un prelievo che disgrega il gruppo sociale invece di limitarsi a ridurne il numero può accelerare, anziché frenare, la crescita della popolazione: un effetto esattamente opposto a quello dichiarato come obiettivo del controllo faunistico. A questo si aggiunge la pressione della frammentazione degli habitat: l’espansione agricola e urbana spinge i cinghiali verso le aree periferiche e i centri abitati, dove trovano cibo facilmente disponibile – colture, rifiuti – che ne sostiene ulteriormente il successo riproduttivo, indipendentemente dalla pressione venatoria.

Non è un’ipotesi puramente teorica: le regioni italiane con il maggiore sforzo venatorio sul cinghiale, come Toscana ed Emilia–Romagna, continuano a registrare tra le densità più elevate della specie e i danni più consistenti alle coltivazioni. È un dato che, da solo, dovrebbe indurre a una certa prudenza prima di presentare l’intensificazione della caccia come soluzione lineare a un problema che ha radici in gran parte sociali ed ecologiche, non solo numeriche.

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(c)Estellez/iStock


Uccelli migratori


Se il cinghiale mostra come un prelievo mal calibrato possa produrre l’effetto opposto a quello atteso, gli uccelli migratori mostrano quanto conti, in questi equilibri, il fattore tempo – ed è forse il fronte più delicato del nuovo impianto normativo, anche per la posizione dell’Italia lungo alcune delle rotte migratorie più importanti d’Europa. Il testo approvato al Senato amplia i poteri delle Regioni nella definizione dei calendari venatori, consentendo flessibilità sia in apertura sia in chiusura oltre i tradizionali primi dieci giorni di febbraio, a condizione che le decisioni siano motivate da fonti scientifiche anche di provenienza europea, non necessariamente dai pareri di ISPRA.

Il problema non è astratto, ma legato alla biologia stessa delle specie coinvolte. I primi giorni di febbraio segnano l’inizio della migrazione pre–riproduttiva per molte popolazioni di anatre, oche e passeriformi come i tordi: un periodo in cui gli individui sono spesso in condizioni fisiche precarie dopo l’inverno, con riserve energetiche ridotte, e si preparano al lungo spostamento verso i siti di nidificazione. Non tutti i momenti dell’anno sono biologicamente equivalenti per una popolazione: un prelievo della stessa entità numerica ha un impatto molto diverso a seconda che avvenga in un periodo di relativa stabilità o in una fase critica del ciclo vitale. È per questo che la direttiva europea “Uccelli” (2009/147/CE) vieta esplicitamente la caccia durante il periodo riproduttivo e le fasi di ritorno al sito di nidificazione: non per un principio genericamente precauzionale, ma perché la letteratura ornitologica associa il prelievo in queste finestre temporali a un impatto sproporzionato sulla sopravvivenza e sul successo riproduttivo dell’anno successivo, rispetto allo stesso numero di individui prelevati in altri momenti.

I rapporti tecnici pubblicati periodicamente da ISPRA sul monitoraggio dell’avifauna segnalano da anni pressioni cumulative sulle popolazioni migratrici europee, di cui il prelievo venatorio rappresenta un fattore aggiuntivo che si somma – non si sostituisce – alla perdita di habitat lungo le rotte di sosta. A livello internazionale, l’Accordo sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori afro-euroasiatici (AEWA) pubblica periodicamente indicazioni tecniche sui livelli di prelievo sostenibile proprio per evitare che la somma dei prelievi nei diversi paesi lungo la stessa rotta superi la capacità delle popolazioni di rigenerarsi: un singolo individuo abbattuto in una regione italiana, in questo senso, non è una perdita locale, ma è sottratto a un bilancio che riguarda un’intera popolazione europea.

Spostare la decisione sui tempi del prelievo da un organo tecnico centralizzato, con competenze specifiche di monitoraggio a lungo termine, a una pluralità di amministrazioni regionali con margini di discrezionalità più ampi introduce quindi un rischio che va ben oltre l’aggiustamento amministrativo con cui viene presentato: rende più difficile garantire che il prelievo eviti sistematicamente le finestre temporali più delicate, proprio nel momento in cui la biologia delle specie coinvolte rende quelle finestre le più sensibili dell’intero ciclo annuale.

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All'inizio del Novecento, il bisonte americano rischiò l’estinzione per via della caccia non regolamentata. La ripresa fu possibile solo grazie all’introduzione di severe quote di prelievo e restrizioni stagionali. (c)Banu R/iStock


Il nodo resta la regola


Nessuno degli studi citati sostiene che la caccia sia incompatibile in assoluto con la tutela della fauna, né che i cacciatori non possano contribuire, in contesti specifici e ben monitorati, al finanziamento della conservazione o alla raccolta di dati utili al monitoraggio delle popolazioni. Il punto sollevato dalla ricerca è più preciso, e proprio per questo più facile da perdere in uno slogan: a fare la differenza tra un prelievo che non danneggia una popolazione e uno che ne accelera il declino non è l’atto di cacciare, ma l’esistenza di una cornice di regole scientificamente fondate, verificabili nel tempo e capaci di adattarsi ai dati – non alle convenienze di chi quelle regole dovrebbe rispettare.

È qui che il caso italiano diventa un esempio istruttivo per chiunque si occupi di analizzare come nascono e si diffondono le pseudo-evidenze: non servono affermazioni palesemente false per distorcere una discussione pubblica, basta una parola – “gestione” al posto di “protezione”, “caccia” al posto di “caccia regolamentata” – capace di spostare silenziosamente l’onere della prova. La biodiversità italiana, in un paese già segnato da una densità antropica tra le più alte del continente, non ha probabilmente bisogno di uno slogan più efficace. Ha bisogno di regole che la scienza continui a poter verificare, e di istituzioni tecniche messe nelle condizioni di farlo fino in fondo.

Note

1) Treves, A., Artelle, K. & Paquet, P. 2019. “Differentiating between regulation and hunting as conservation interventions”. In Conservation Biology, vol. 33, n. 2, pp.472-475
2) Ripple, W. J. et al. 2016. “Bushmeat hunting and extinction risk to the world’s mammals”. In Royal Society Open Science, vol. 3, n. 10
3) Tilker, A. et al. 2019. “Habitat degradation and indiscriminate hunting differentially impact tropical terrestrial mammals and birds”. In Communications Biology, vol. 2, n. 396
4) Symes, W. S. et al. 2018. “Combined impacts of deforestation and wildlife trade on tropical biodiversity are severely underestimated”. In Nature Communications, vol. 9, n. 4052
5) Di Minin, E. et al. 2021. “Consequences of recreational hunting for biodiversity conservation and livelihoods”. In One Earth, vol. 4, n. 2, pp. 238-253
6) Massei, G. et al. 2015. “Wild boar populations up, numbers of hunters down? A review of trends and implications for Europe”. In Pest Management Science, vol. 71, n. 4, pp. 492-500

MARTA ABBÀ è giornalista freelance e fisica dell’ambiente specializzata in diritti umani, climatici e digitali. Dà voce a sfide sociali e ambientali come crisi climatica, migrazioni, conservazione della biodiversità, sfruttamento delle risorse, diritti delle minoranze e pregiudizi tecnologici.