Il mostro in cascina

Nello scorso mese di luglio, un insolito avvenimento ha improvvisamente riscaldato il già rovente clima estivo della campagna bresciana. Una testata locale, denominata Meridianodieci, ha aperto la prima pagina con un titolo a effetto: "Mummia rossa in un pollaio. Rossa come un marziano" (vedi foto a pag. 45). L'articolo riferisce di un fatto avvenuto appunto in un pollaio da tempo abbandonato, sito nel comune di Castelcovati, dove è stato rinvenuto "uno strano essere di colore rosso, lungo circa trenta centimetri". Il giornale prosegue informando i lettori sulle ipotesi circa la natura del reperto: si va da un "oggetto di plastica usato per riti satanici" a un "marziano sbarcato dal rosso pianeta Marte" fino a un "animale preistorico", e infine termina promettendo ulteriori indagini.

La cosa di per sé potrebbe non avere particolare rilevanza, dato che in fondo il notiziario ha una diffusione limitata ai comuni agricoli dell'Ovest bresciano. Ma pochi giorni dopo, il Giornale di Brescia, che risulta essere il quotidiano locale più letto in Italia, riprende ed amplifica la notizia con un pezzo a firma di Marco Bonari. L'articolo è di taglio tipicamente sensazionalistico e va oltre quanto inizialmente affermato da Meridianodieci, fornendo un esempio quasi da manuale su come le notizie di natura insolita vengono generalmente trattate dalla stampa. Infatti, oltre a riprendere le improbabili ipotesi già riferite, il giornalista informa che a Castelcovati "la maggior parte degli abitanti ritiene possa trattarsi di un essere extraterrestre". Ma se questo è il parere della maggioranza, non tranquillizza affatto l'opinione del resto della popolazione, la quale "interpretando vecchie leggende e credenze popolari", non vuole essere da meno e vede nel ritrovamento "un essere maledetto, satanico". Dall'articolo si direbbe che un intero paese sia in preda al terrore, e per la soluzione dell'inquietante mistero si rimanda agli esiti di una prossima (e improbabile) "ricognizione autoptica".

Cosa fare in un caso simile? Naturalmente occorre intervenire presso il Giornale di Brescia, in modo che i cittadini (che non hanno il privilegio di leggere Scienza & Paranormale) siano informati su qualcosa che a noi è noto già da tempo. Come si ricorderà, infatti, Luigi Garlaschelli e Franco Ramaccini avevano pubblicato nel n. 1, anno 4 (aprile 92) di S&P un articolo in cui rivela la vera natura di tali esseri. Si tratta infatti di una manipolazione eseguita ad arte su un particolare tipo di pesce, e precisamente una razza come la Raja Clavata, che tramite tagli e piegature viene modificata in modo da assumere un aspetto inquietante e vagamente umanoide. Risulta addirittura che un tale artefatto sia noto fin dal 1558, essendo già stato descritto come falso dal naturalista Konrad Gesner. Al presunto mostro è stato attribuito persino un nome e un cognome (Jenny Haniver), ma è conosciuto anche come pesce diavolo, basilisco, cucciolo di drago, pesce vescovo, e altro ancora.

Tornando all'articolo del G.d.B., un primo tentativo di contattare telefonicamente l'autore del pezzo non produce alcun risultato utile. Il centralino del giornale ha avuto l'ordine perentorio di non passare alla redazione alcuna telefonata sull'argomento, perché - come mi viene spiegato - "i redattori non ne possono più". Tento perciò un'altra strada, inviando immediatamente un breve fax che fornisce le informazioni in mio possesso e accenna alle finalità del CICAP, al quale allego un disegno speditomi a tempo di record da Garlaschelli. Naturalmente lascio il mio recapito e informo circa la disponibilità per un approfondimento. Risultato: nessun contatto.

Per i lettori del Giornale di Brescia, la soluzione arriva in un articolo pubblicato due giorni dopo. È lo stesso giornalista a svelare il mistero, riportando correttamente il fatto che l'essere sia in realtà un pesce e che l'aspetto diabolico sia stato ricavato artificialmente tramite una manipolazione. Tutto bene, quindi? Niente affatto, perché nonostante il buon inizio, i rimanenti tre quarti dell'articolo non fanno altro che rimarcare il dubbio circa l'origine assolutamente misteriosa dell'animale. Si cita a riprova un naturalista dilettante bresciano, Giuliano Mor, che dopo una lunga dissertazione conclude che "del pesce diavolo non sappiamo praticamente nulla, salvo la grande rassomiglianza con un figura (...) demoniaca e spettrale". L'essere viene poi accomunato a certi "fatti maledetti" quali le invasioni improvvise di lumache africane a Ceylon, le piogge di mosconi e ranocchi in Inghilterra e i "colleghi del mostro di Loch Ness" che abiterebbero i laghi siberiani. Infine, dopo avere escluso una possibile spiegazione rassicurante, come la possibilità di una burla, l'autore cita altre testimonianze che avvalorano piuttosto l'ipotesi dell'oggetto rituale fabbricato per scopi satanici, e portato probabilmente da un cane (chissà poi perché) nel famoso pollaio. La conclusione è inevitabile: il ritrovamento "rimarrà per sempre avvolto da un velo di mistero e addirittura "entrerà a far parte (...) della storia di Castelcovati".

Insomma: poco importa che l'oggetto sia artificiale e che non si tratti affatto di una creatura diabolica; l'importante è non deludere i lettori, togliendo loro quel senso di mistero che - a quanto pare - ogni buon giornalista ritiene oramai un indispensabile condimento per i propri pezzi.

A beneficio dei soli lettori di S&P, ecco invece una diversa conclusione. Recandomi direttamente sul posto ho potuto avere informazioni di prima mano, intervistando il proprietario di una edicola-emporio posta nella piazza principale di Castelcovati.

Questa persona, a conoscenza di alcuni fatti avvenuti in paese, mi ha gentilmente spiegato che il luogo da cui proviene lo strano essere era stato utilizzato come deposito di materiali ricavati dalla ristrutturazione di un palazzo di Milano, eseguita da operai del luogo. Il pesce diavolo era stato accantonato semplicemente perché non interessava a nessuno, e poi dimenticato. Però una signora che aveva abitato in quella casa lo ricordava benissimo, e dopo l'uscita dell'articolo su Meridianodieci aveva raccontato di non essere sorpresa dall'esistenza della "mummia", perché l'aveva già vista in occasione del trasporto dei materiali provenienti dal restauro. Ma queste cose non fanno notizia: rende di più gridare al marziano. Quanto poi alle convinzioni della popolazione circa le origini extraterrestri dell'essere, l'edicolante mi ha risposto eloquentemente con una sonora risata. Ma questo, chi legge il Giornale di Brescia non lo verrà mai a sapere.

Marco Morocutti

progettista elettronico,
componente del Gruppo Sperimentazioni CICAP

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