Quando la scienza è malata

Alle origini della "scienza patologica"

  • In Articoli
  • 07-12-2004
  • di Massimo Biondi

Nell'estate del 1879 il più noto biologo della University College di Londra, Edwin Ray Lankester, accompagnato dal suo assistente di laboratorio Horatio Bryan Donkin, si trovava a Parigi per un viaggio scientifico. Nella capitale francese i due approfittarono di una giornata libera per andare ad assistere, all'ospedale della Salpêtrière, a una lezione del grande e già celebre psichiatra Jean-Martin Charcot.

Costui, spesso di fronte a gruppi di curiosi, effettuava dimostrazioni pratiche di come fosse possibile scatenare le crisi isteriche mediante l'uso di un magnete o di un conduttore metallico, nel quale circolava una debole corrente elettrica prodotta da una batteria chimica, che era tenuto in mano dalla paziente (i soggetti di Charcot erano soprattutto donne, in omaggio alla convinzione che di isteria potessero esser vittime solo le appartenenti al gentil sesso). In pratica, dopo avere dato a una malata tutto sommato tranquilla e quasi in stato di sopore un bastoncino metallico collegato alla batteria, il circuito elettrico veniva chiuso e si assisteva subito dopo a una crisi isterica tipica, con tremori, convulsioni, movimenti scomposti, irrigidimento degli arti e cadute a terra.

Quando Lankester e Donkin arrivarono alla Salpêtrière, la dimostrazione di Charcot era già iniziata. Se ne stettero in un canto ad osservare quel che accadeva nell'ampio teatro anatomico dell'ospedale e rimasero in aula mentre, al termine della mattinata, Charcot e i suoi assistenti si recavano altrove per una breve pausa. Inesperti di medicina, i due erano tutt'altro che sprovveduti in fisiologia e sulla base di quanto avevano visto si erano convinti che l'elettricità, nella comparsa della crisi isterica, non c'entrasse proprio niente. Con fare un po' dispettoso, allora, e cercando di non essere visto, Lankester armeggiò sull'apparecchiatura togliendo dalla batteria l'acido che produceva la corrente elettrica; poi tornò silenziosamente al suo posto. La manomissione non era visibile e fu per questo che, una volta ripresa la lezione, Charcot ricominciò in tutta tranquillità le sue esperienze.

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Una lezione di Charcot alla Salpetrière sui sintomi dell'isteria (Mary Evans Picture Library).

Fece portare in aula una paziente semi-assopita, le dette da reggere lo strumento, poi accese il circuito elettrico annunciando con enfasi che cosa sarebbe successo. E in effetti, non appena si udì lo scatto dell'interruttore la paziente cominciò ad agitarsi, a contorcersi, a lamentarsi; insomma, ad avere una crisi isterica in piena regola. Charcot confermò soddisfatto ai presenti lo straordinario potere della corrente sull'attività cerebrale della paziente.

Terminata la dimostrazione, comunque, Lankester si avvicinò al professore e gli rivelò, con una certa ansia, lo "scherzo" che gli aveva giocato e che aveva in pochi minuti mandato in pezzi la teoria di Charcot sull'efficacia della corrente elettrica. Lo psichiatra ascoltò attentamente l'interlocutore. Girò lo sguardo verso lo strumento utilizzato. Parve riflettere un attimo. Poi, con enorme sorpresa di Lankester, gli afferrò la mano ed esclamò "Bien fait, monsieur!", ben fatto signore. Lieto di essere stato smentito in maniera tanto elegante su quella che era evidentemente una falsa convinzione, Charcot divenne grande amico ed estimatore di Lankester, che avrebbe in seguito ospitato più volte a casa sua. E abbandonò per sempre le esperienze sull'isterismo con il conduttore metallico.

Il caso dei Raggi "N"

Una vicenda analoga, ma con un epilogo completamente diverso, sarebbe accaduta venticinque anni dopo in un altro laboratorio francese, ad opera del fisico americano Robert Wood. Questi nel 1904 si era recato a Nancy per verificare le scoperte annunciate da René Blondot, uno sperimentatore di grande prestigio in Francia, che l'anno prima aveva annunciato di aver scoperto un nuovo genere di energia radiante, i cosiddetti Raggi "N".

Si trattava, secondo lui, di una singolare irradiazione che sembrava fuoriuscire dai materiali opachi e dai corpi umani, che poteva essere immagazzinata ovunque, per esempio in un mattone, e che poteva infine venir rilasciata negli ambienti oscurati. Al buio, Blondot scorgeva una leggera luminosità se avvicinava un foglio di carta al mattone "caricato" con i raggi N e sosteneva di poter deflettere e scomporre questi raggi mediante un prisma di alluminio, in maniera analoga a quanto avveniva con i fasci di luce visibile indirizzati in un prisma di cristallo. Da un po' lo scienziato francese aveva preso a pubblicare i risultati dei suoi lavori nelle riviste specialistiche ed era stato emulato da molti colleghi, ansiosi non tanto di confermare i suoi dati quanto di conquistarsi senza fatica un posto nella storia delle scoperte scientifiche.

Giunto da Blondot, Wood si disse desideroso di assistere personalmente ai lavori e in effetti rimase alcune ore in silenzio ad osservare l'operato del collega, ovvero la deflessione con il prisma di alluminio dei raggi N, diretti verso un oggetto scuro. Ad ogni ripetizione dell'esperienza Blondot e il suo assistente affermavano di scorgere la debole luminosità dei raggi, malgrado l'americano non riuscisse a distinguere niente. Approfittando del buio Wood escogitò allora un modo per mettere alla prova i risultati dichiarati dai due francesi e, senza farsi scoprire, tolse dall'apparato sperimentale il prisma di alluminio. Quando, poco dopo, Blondot replicò l'esperienza e affermò che il prisma come sempre aveva spostato di lato i raggi N, Wood non ribatté ma cercò di rimettere a posto l'elemento che aveva sottratto. Questa volta però fece rumore e i suoi due ospiti se ne accorsero. Sicuri della mancanza del prisma dall'apparecchio, i ricercatori francesi decisero di andare avanti ugualmente nel programma di esperimenti annunciato e dopo un po' affermarono che adesso non si notava più alcuna deflessione, che i raggi N proseguivano ben dritti nella loro traiettoria. In realtà, il prisma era di nuovo al suo posto e il dispositivo sperimentale di Blondot era tornato alla condizione di lavoro iniziale. I raggi N, se fossero stati un fenomeno naturale e non una suggestione, avrebbero dovuto piegarsi di lato anche questa volta.

Wood non ebbe il coraggio di rivelare a Blondot l'inganno perpetrato, però tornando al suo laboratorio della Johns Hopkins University preparò un articolo nel quale raccontava l'accaduto e smentiva senza possibilità di appello la "scoperta" di Nancy. Inviato alla rivista Nature, il lavoro venne regolarmente pubblicato. Quando lo lesse, il ricercatore francese si infuriò, protestò, preparò una replica da opporre all'inganno subito; ma era talmente convinto della bontà di ciò che faceva che continuò imperterrito i suoi studi per un altro anno e mezzo. Poi, contraddetto perfino dai suoi risultati, oltre che dalle esperienze di colleghi che sempre più numerosi stavano prendendo le distanze da lui, Blondot cadde in una profonda depressione, abbandonò il lavoro e 1930 finì i suoi giorni senza essersi ripreso da una grave turba mentale che lo aveva colpito nel frattempo.

La scienza patologica

Ricordando quanto era accaduto a Nancy, molti anni più tardi Wood fornì al premio Nobel per la chimica Irving Langmuir diversi dati utili a definire meglio quella storia, ma soprattutto gli dette lo spunto per riflettere su un fenomeno di tipo più generale connesso allo sviluppo della ricerca scientifica: quello dell'attività di indagine che a prima vista si presenta sotto un aspetto di ordinaria credibilità, ma che a "guardarci dentro" si rivela una costruzione soggettiva e senza fondamento. Una costruzione eretta in totale buona fede, ma quasi soltanto sulle attese, sugli entusiasmi, gli equivoci e le speranze di ricercatori convinti di aver compiuto una scoperta rilevante su fenomeni di frontiera o sfuggiti ai colleghi, e che si ostinano a sostenerla malgrado l'esistenza di indicazioni sufficienti a denunciarne l'inconsistenza.

I sintomi della scienza patologica

  1. Il massimo effetto osservato è dovuto a una causa di intensità appena individuabile e l'entità dell'effetto è in larga misura indipendente dall'entità della causa.
  2. La dimensione dell'effetto resta prossima al limite dell'individuabilità ed è necessario ripetere molte misurazioni a motivo dell'esigua significatività statistica dei risultati.
  3. I responsabili della ricerca asseriscono di effettuare lavori di elevata accuratezza .
  4. I responsabili della ricerca propongono teorie fantasiose, contrarie all'esperienza ordinaria.
  5. Le critiche vengono controbattute con scuse ad hoc, formulate seduta stante.
  6. Il rapporto tra sostenitori e critici della ricerca cresce fin quasi al livello del 50%, per poi cadere gradualmente nell'oblio.

Langmuir, che era uno scienziato e un tecnologo di successo, raccolse lo stimolo di Wood e per molto tempo continuò ad aggirarsi nel territorio delle false scoperte. Forte della sua competenza specifica, ma sfruttando anche i molti rapporti personali che stabiliva nel mondo accademico americano, in circa venticinque anni mise assieme diversi esempi di quella che chiamò scienza patologica, di cui arrivò perfino a formulare i criteri fondamentali (vedi box a fianco).

Poi, il 18 dicembre del 1953 tenne presso il Knolls Atomic Power Laboratory della General Electric una lunga conferenza nella quale illustrava alcuni casi eclatanti di scienza patologica. Ripercorse l'avventura di Wood presso Blondot. Descrisse le straordinarie ed evanescenti interferenze tra particelle alfa ed elettroni "ottenute" da Barnes e Davis, due fisici della Columbia University. Citò la "scoperta" del biologo russo Gurwitsch dei raggi mitogenetici, ovvero radiazioni emesse dalle cellule che sarebbero in grado di indurre la divisione nei tessuti vicini. E delineò il lavoro di Fred Allison, un fisico del Politecnico dell'Alabama, relativo a un nuovo elemento chimico identificato con un metodo del tutto sbagliato. Tra l'altro Langmuir parlò anche di ufologia e degli studi sperimentali che lo psicologo J.B. Rhine stava conducendo a Durham, nel North Carolina, nel Laboratorio di parapsicologia della Duke University.

Nel 1934 Langmuir aveva incontrato Rhine e i due avevano parlato degli straordinari successi che sembravano essere stati ottenuti con le famose carte Zener. Rhine aveva detto al suo interlocutore di avere raccolto in lavori tardivi molti risultati che azzeravano gli eccezionali riscontri delle fasi iniziali, ma che riteneva di non dover rendere noti questi dati perché il programma di ricerca non prevedeva che venissero sommati ai precedenti.

A differenza di moltissime altre conferenze e interventi pubblici, Langmuir non preparò il testo scritto della sua relazione sulla scienza patologica. Al momento le sue parole vennero soltanto registrate su nastro e poco tempo dopo riversate nei solchi di un disco di vinile - ritenuto all'epoca la tecnologia più sicura per conservare le tracce sonore - del quale si persero subito le tracce. Langmuir morì nell'agosto del 1957, senza essere più tornato sull'argomento, e probabilmente nessuno, a parte i presenti alla conferenza, si ricordò più della questione.

Molto tempo più tardi, nel 1966, Robert Hall, un suo vecchio collega, ritrovò casualmente il disco. Era deteriorato e alcune parti assai poco comprensibili, ma a forza di sentirlo e risentirlo Hall riuscì a trascrivere una versione sufficientemente coerente della vecchia conferenza. Il documento circolò per anni all'interno della General Electric sotto forma di un semplice rapporto informale; poi Hall ne ripulì meglio lo stile, ci aggiunse un paragrafo di conclusioni e qualche nota bibliografica, e in questa forma il testo venne finalmente pubblicato, dapprima in un journal accademico, poi, nell'ottobre del 1989, in una rivista divulgativa di fisica. Fu a quel punto che in molti presero coscienza dell'esistenza della scienza patologica identificata da Langmuir, anche se ben pochi si sentirono spinti ad occuparsene, magari approfondendone lo studio.

Un dubbio rimane ancora, tuttavia, in quanti sono venuti a conoscenza di questa "scoperta" di Langmuir. Perché mai uno scienziato tanto prolifico, ascoltato e brillante come lui non si è dato la pena di pubblicare nemmeno una riga su una questione per la quale avrebbe certamente potuto vantare diritti di priorità? Le risposte ragionevoli possono essere varie, ma una si impone su tutte: perché verificando quanto pochi fossero, dopo 25 anni, i suoi casi di scienza patologica, Langmuir si rese conto dell'importanza assolutamente marginale del suo lavoro e che proclamare una "scoperta" in questo campo non sarebbe stato altro che fare... scienza patologica.

Massimo Biondi
Giornalista scientifico, Roma