I pesatori di anime

Cosa c'è di vero dietro alla credenza secondo cui il corpo perde peso al momento del trapasso?

  • In Articoli
  • 16-11-2006
  • di Andrea Albini
Il film di Alejandro Gonzáles Iñárritu 21 Grammi ha rilanciato, e molto probabilmente rinforzato, le voci che circolavano riguardo a una accertata e ben definita perdita di peso che avviene nel momento della morte[1]. Nella presentazione del film questo sorprendente fatto è presentato senza rivelarne la fonte; che deve essere di tipo scientifico vista la precisione con cui è quantificata la riduzione di peso. I potenziali spettatori del film sono quindi invitati a chiedersi se, per caso, questi ventuno grammi non costituiscano l’anima del dipartito.

Intervistato dal quotidiano britannico TheGuardian dopo l’uscita di 21 Grammi, il patologo Robert Stern, dell’Università della California, ha dichiarato che dopo aver avuto professionalmente a che fare con la morte per quarantacinque anni, può affermare che non c’è nulla di vero in questa storia; aggiungendo che è comunque noto che i cadaveri perdono di peso nel tempo attraverso l’azione di particolari enzimi, che rompono le strutture cellulari producendo gas e liquidi [2].
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Quello del peso dell’anima sembrerebbe un classico caso di leggenda urbana del genere raccapricciante, ma l’episodio che ha dato origine a questa credenza - e a una serie di speculazioni, emulazioni, tentativi di replica, scherzi e ispirazioni letterarie [3] - è reale: all’inizio del Novecento un medico statunitense pesò con una bilancia alcuni pazienti che stavano per trapassare e poi paragonò le loro variazioni di peso con quelle che avvenivano al momento della morte in animali sacrificati allo scopo [4]. Questo medico si chiamava Duncan MacDougall ed esercitava la professione presso il piccolo ospedale municipale di Haverhill nel Massachusetts. Allo scopo di determinare se l’anima avesse delle caratteristiche materiali, come quella di occupare uno spazio fisico con un proprio peso e quindi una massa, MacDougall aveva adattato ad una comune bilancia Fairbanks un telaio di legno su cui era posto un letto. In una lettera al collega Richard Hodgson del 10 novembre 1901 egli spiegò come, il 10 aprile dello stesso anno, aveva avuto l’opportunità di provare questo dispositivo su un giovane di colore che stava morendo per deperimento in seguito a una grave forma tubercolare. Il paziente - avrebbe più tardi sostenuto MacDougall con un certo disagio - era consenziente e sapeva che l’esperimento non gli avrebbe causato sofferenze aggiuntive. Nelle sue ultime tre ore di vita egli diminuì costantemente di peso a un ritmo di circa un oncia (28,35 grammi) all’ora [5]. MacDougall attribuì correttamente questa diminuzione all’evaporazione dovuta alla perspirazione cutanea e alla respirazione.

Quando MacDougall effettuò questo macabro esperimento, la misurazione con una bilancia delle variazioni di peso corporeo - tenendo conto dei cibi e dei liquidi assunti e delle secrezioni solide e liquide - era una tecnica che aveva ormai quasi quattrocento anni. Nel 1614, Santorio Santorio, medico e professore all’Università di Padova, aveva esposto in un libro di aforismi intitolato De Statica Medicina (la medicina fondata sulla pesatura) le sue conclusioni sull’importanza per la salute della “perspirazione insensibile” che avveniva attraverso la pelle e i polmoni. Lavorando per trent’anni su centinaia di soggetti seduti su un’apposita sedia-bilancia (tra cui anche l’amico Galileo Galilei) Santorio aveva inaugurato l’applicazione dei principi della meccanica nello studio dei fenomeni biologici dell’organismo; ne aveva concluso che la medicina doveva tenere conto della perspirazione insensibile, «che di solito è assai più abbondante di tutte le escrezioni sensibili unite insieme», ad esempio per decidere il momento più adatto per assumere un farmaco: «se il cibo e le bevande di un solo giorno sono di otto libbre di peso (2620 grammi), la traspirazione insensibile ammonta a circa cinque libbre (1637 grammi)» [6]. Le indicazioni più recenti dicono che un soggetto in condizioni di riposo a letto, in clima temperato e senza febbre elimina nelle ventiquattro ore da 400 a 600 millilitri di acqua attraverso la cute e 400 millilitri attraverso i polmoni, per un totale di 800-1000 millilitri al giorno [7].
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Ma il medico americano notò anche qualcosa di sorprendente: alle 9,10 della sera, mentre il paziente esalava l’ultimo respiro, contemporaneamente alla mancanza di movimenti respiratori e facciali, la barra della bilancia era caduta al suo limite inferiore, «come se un peso fosse stato levato dal letto» ed era tornata in equilibrio solo ponendo sul piatto due monete d’argento da un dollaro, ossia tre quarti di oncia. Tenendo conto che la bilancia di MacDougall aveva una sensibilità di un decimo di oncia (2,83 grammi), tre quarti di oncia equivalgono a 21,26 grammi: quasi esattamente il valore citato nel passaparola sul presunto peso dell’anima che ha probabilmente ispirato gli sceneggiatori del film di Iñárritu.

Nel periodo che intercorse fino al 22 maggio 1902, MacDougall utilizzò la sua bilancia su quattro altri sfortunati pazienti che stavano morendo di tubercolosi, più una quinta donna in coma diabetico. La loro estrema debolezza, ragionava il medico, avrebbe impedito nel momento della morte ogni movimento muscolare tale da perturbare la delicata misurazione. Il risultato iniziale non riuscì però ad essere riprodotto; inoltre, questi macabri esperimenti avevano allarmato il personale dell’ospedale presso cui MacDougall lavorava: alcuni oppositori causarono, nelle parole del medico, «un bel po’ di interferenze» mentre egli cercava di pesare una donna in coma diabetico [8]. Forse a causa dell’inaffidabilità dei risultati, o forse perché temeva le reazioni del pubblico, MacDougall aspettò cinque anni prima di pubblicare i suoi risultati sia sull’American Journal of Psychical Research sia sul numero di luglio 1907 della rivista American Medicine [9]. L’11 marzo il New York Times aveva infatti ormai resi pubblici i suoi esperimenti con un articolo dal titolo: “Un medico pensa che l’anima abbia un peso” [10].

Il primo soggetto presentato nell’articolo di MacDougall era quello di cui abbiamo già parlato e che avrebbe avviato il mito dei 21 grammi. Il secondo soggetto «morì molto gradualmente» rendendo problematico determinarne il momento esatto: dopo l’arresto respiratorio, i movimenti convulsivi del volto durarono 15 minuti; quando questi si conclusero la bilancia calò di mezza oncia (14,17 grammi). Solo allora il dottor Sproull, che assisteva MacDougall, constatò l’arresto cardiaco; una nuova misurazione registrò un calo equivalente a 45,76 grammi. Il terzo soggetto registrò anch’esso la perdita di mezza oncia al momento della morte, ma a questa si aggiunse una perdita supplementare di un’altra oncia alcuni minuti dopo... Nel quarto soggetto la morte sopravvenne quanto gli sperimentatori erano impreparati, anche a causa delle “interferenze” degli oppositori. Nel quinto soggetto fu registrato alla morte un “calo inspiegabile” di tre ottavi di oncia (10,63 grammi), ma solo transitoriamente: dopo aver prima riequilibrato il contrappeso con pesi aggiuntivi e averli successivamente rimossi, il braccio non ricadde che dopo quindici minuti [11]. Il sesto e ultimo soggetto pesato da MacDougall morì cinque minuti dopo essere stato posto sul letto, prima che gli sperimentatori avessero messo a punto la bilancia.

Al di là delle valutazioni di opportunità etica e di utilità per esperimenti di questo genere, la mancanza di uno stretto protocollo e le difficoltà nel definire e nell’accertare l’esatto momento della morte [12], la problematicità dei risultati è evidente: su sei prove, due furono scartate; due mostrarono un calo progressivo di peso misurato in due momenti diversi; un’altra mostrò un “recupero” del peso perduto e una successiva perdita graduale; mentre solo una - quella dei 21 grammi - fu dichiarata stabile.

Ma gli esperimenti di MacDougall non si fermarono qui: nel tentativo di verificare la sua teoria sul peso dell’anima, egli confrontò i dati precedenti con un gruppo di “controllo” composto da 15 cani. Non avendo a disposizione cani moribondi, il medico narcotizzò e - presumibilmente - avvelenò gli animali in quello che l’autrice Mary Roach ha definito “un esperimento di teologia biologica”: l’ipotesi sottostante era infatti che i cani, in quanto animali, non avrebbero dovuto avere un’anima [13]. Trascurando il fatto che religioni differenti prevedono la presenza di un’entità equivalente all’anima non solo per l’uomo ma anche per altri tipi di creature viventi, in questo caso il medico americano ritenne di non avere riscontrato alcun calo di peso da considerarsi anomalo.

Le conclusioni dell’articolo di MacDougall furono caute ma possibiliste: la sostanza che andava persa al momento della morte poteva essere l’anima oppure no; a parere dell’autore essa non sembrava dissiparsi attraverso le modalità conosciute; il fatto che questo fenomeno si verificava nell’uomo ma non nei cani poteva anche essere dovuto a differenze fisiologiche peculiari a loro «e agli altri animali». Per capirlo era necessario eseguire una grande quantità di esperimenti dopo di che - concludeva ottimisticamente il medico - tutte le questioni teologiche e metafisiche sarebbero state pragmaticamente risolte.

L’articolo di MacDougall suscitò un’ondata di lettere ad American Medicine, che si protrassero perlomeno fino alla fine dell’anno. Mary Roach cita un certo dottor Augustus P. Clarke il quale sostenne che il collega non aveva considerato come, al momento della morte, il sangue cessa di essere ossigenato dai polmoni e si ha un aumento di temperatura corporea, che nell’uomo provoca una traspirazione e una perdita di peso. Questo non poteva avvenire nel cane che - come è noto - non suda ma elimina il calore con la respirazione. MacDougall ribatté che la mancanza di circolazione sanguigna non avrebbe potuto trasportare il calore [14].

L’articolo di MacDougall sull’American Journal of Psychical Research suscitò commenti di tenore differente: Hereward Carrington, un membro della American Society of Psychical Research elencò alcuni casi di variazioni anomale di peso in individui posti a dieta o a digiuno; mentre James H. Hyslop, presidente della medesima associazione parapsicologica, commentò che esperimenti come quelli di MacDougall non provavano che la perdita inesplicabile di peso fosse dovuta all’anima e non a qualche forma di “energia vitale” [15].

Il dibattito sulla “pesatura dell’anima” trovò molta eco anche nella stampa americana più prestigiosa, come il New York Times e il Washington Post, presso cui apparvero articoli dai titoli suggestivi come “Gli animali non hanno anima”, oppure “Programma per pesare le anime: un medico propone esperimenti con la sedia elettrica” [16]. Anche se il diretto interessato se ne mostrò infastidito, l’attenzione della stampa aveva reso famoso MacDougall nonostante i suoi esperimenti fossero tutt’altro che perfetti. Recentemente, in un editoriale sul British Journal of Sports Medicine, P. McCrory ha osservato che il lavoro del medico americano sarebbe finito nel dimenticatoio se non fosse stato per il New York Times. Al contrario, questa notorietà certamente contribuì alla nascita della leggenda metropolitana dei 21 grammi. L’insegnamento che se ne può trarre, ha sostenuto McCrory, è che spesso la cattiva scienza viene pubblicata a patto che faccia scalpore, mentre non è assolutamente vero il contrario [17].

Dopo gli esperimenti con la bilancia, MacDougall non rinunciò a cercare un metodo per rilevare fisicamente l’anima: nell’estate del 1911 sempre il New York Times pubblicò un’intervista all’ormai celebre medico, «che aveva molto sperimentato nell’osservazione della morte». In essa egli dichiarava di aver eseguito una dozzina di esperimenti su persone morenti in cui la sostanza che componeva l’anima rilasciava una luce simile all’“etere interstellare”; al momento del trapasso questa materia diventava talmente “agitata” da poter essere osservata ai raggi X. L’articolo si concludeva ricordando, come fosse un fatto accertato, che MacDougall aveva determinato che il peso dell’anima variava da mezza oncia a quasi un’oncia e un quarto [18].

Se MacDougall al termine della sua carriera era scivolato verso la più classica pseudoscienza, non sembra che nessun altro abbia cercato di ripetere i suoi impressionanti esperimenti con gli esseri umani. Attorno al 1915, però, Harry La Verne Twining, un insegnante di Los Angeles che era stato un pioniere della radiofonia e dell’aeronautica, fece esperimenti su alcune cavie. I risultati furono esposti in un libro - The Physical Theory of the Soul - in cui l’autore si prefiggeva di presentare «i fenomeni paranormali dal punto di vista fisico e scientifico, allo scopo di formare una teoria logica e probabile sulla costituzione dell’anima» [19]}. Sperimentando su topi posti in condizioni di stabilità su entrambi i piatti di una bilancia, Twining osservò che quando questi morivano in trenta secondi per avvelenamento da cianuro di potassio, il piatto della bilancia su cui erano posti si alzava come se avessero perso di peso; quando però gli animali morivano crudelmente per asfissia all’interno di una provetta ermeticamente sigillata, la bilancia non si muoveva neanche dopo parecchie ore. Twining concluse che le variazioni di peso al momento della morte erano dovute a una rapida evaporazione corporea che non poteva sfuggire nell’ambiente esterno ma restava nella provetta chiusa [20].

Complessivamente Twining progettò e ripeté una trentina di esperimenti diversi per verificare questa ipotesi, confermando in una lettera del 13 settembre 1933 indirizzata a Hereward Carrington che non aveva trovato alcuna perdita inspiegabile di peso. In particolare egli scoprì che non si avevano variazioni di peso se i topi morivano per annegamento in una provetta aperta e anche se la provetta era lasciata parzialmente aperta (inserendo tubicini di vetro nei tappi) ma con al suo interno del cloruro di calcio in grado di assorbire l’umidità [21]. Qualsiasi “energia vitale” che non riuscisse a penetrare le pareti di vetro senza essere il prodotto della traspirazione avrebbe potuto così uscire; i risultati, però, furono negativi.

Il fisico di origine australiana Len Fisher, dell’Università di Bristol, ha recentemente proposto una soluzione alternativa per i risultati di MacDougall e Twining rispetto a quella della traspirazione insensibile: a causa del raffreddamento corporeo dovuto alla morte, forse i piatti della bilancia si sono trovati a temperature differenti, causando correnti convettive che hanno perturbato il delicato equilibrio meccanico [22].

Sempre recentemente, Lewis E. Hollander, Jr., un ricercatore indipendente di Redmond (Oregon), ha pubblicato un esperimento simile a quello di MacDougall e Twining, compiuto su un caprone, sei pecore, un agnello e una capra destinati all’abbattimento, utilizzando una bilancia elettronica con una sensibilità di 5 grammi [23]. Sotto controllo veterinario, gli animali furono narcotizzati e quindi soppressi per asfissia, «con la massima preoccupazione per il benessere degli animali». Lo sperimentatore constatò una perdita di acqua dovuta alla respirazione e alla evaporazione variabile da 50 a 200 milligrammi al secondo; che si riduceva a 30-40 milligrammi al secondo in prossimità della morte. Hollander osservò in sette animali un aumento transitorio di peso, avvenuto da 10 a 200 secondi dopo che questi avevano esalato l’ultimo respiro e non mostravano alcun movimento visibile; in un caso, un aumento di 74 grammi per 6 secondi coincise con la cessazione del segnale cardiaco. Non fu invece registrata alcuna perdita istantanea di peso per un valore determinato e Hollander ha sostenuto che anche l’aumento transitorio della misura può essere dovuto a un artefatto strumentale oppure avere una spiegazione fisiologica [24].

In conclusione, tutti gli esperimenti noti effettuati per determinare se, al momento della morte, avvenga una diminuzione costante ed improvvisa di peso corporeo da associare a una presunta dipartita dell’anima non hanno dato esiti conclusivi. Viene da domandarsi se ne valesse la pena di compierli. La “teologia sperimentale” sembra una contraddizione in termini e misurazioni come quelle di MacDougall non possono convincere gli increduli né rassicurare i credenti, che hanno comunque sempre la possibilità di considerare l’anima un’entità immateriale.

Andrea Albini Collaboratore tecnico presso l’Università di Pavia dove si occupa di didattica e dello studio di materiali per l’ingegneria elettrica

Note


1) 21 Grammi. Il peso dell’anima (Stati Uniti, 2003). Regia di Alejandro Gonzáles Iñárritu. Con Sean Penn, Benicio del Toro, Naomi Watts, Charlotte Gainsbourg, Melissa Leo.
2) Sample I., “Is there lightness after death?”, The Guardian, 19 febbraio 2004.
3) Tra chi ha tratto ispirazione dagli imitatori del dio egizio Anubi, c’è sicuramente lo scrittore francese André Maurois, autore nel 1931 di un racconto fantastico intitolato Il pesatore di anime. Scritto sotto la forma del racconto-confessione, quest’opera colpisce ancora oggi per la sua verosimiglianza. Tra gli scherzi, segnaliamo un articolo comparso il 14 marzo 1989 sul tabloid americano Weekley World News in cui si segnalava che alcuni ricercatori dell’allora Germania Orientale avevano pesato l’anima e trovato che valeva la tremillesima parte di un’oncia. Tra i voli di fantasia, alcune speculazioni di Daedalus (alias David Jones) sul settimanale New Scientist del 17 e 24 novembre 1977 e su Nature del 2 e 9 dicembre 1993. Jones, in particolare, ha ipotizzato che per identificare univocamente ogni anima, questa dovrebbe portare con sé fino a 220 bit di informazione, corrispondenti in un sistema chimico ad almeno 10-18 Joule di energia e 10-32 grammi di massa.
4) L’identificazione dell’origine di questa voce, da cui il film ha tratto ispirazione, è stata molto rapida. Vedi, ad esempio, Barbara e David P. Mikkelson, “Soul Man”, in Urban Legends Reference Pages, www.snopes.com/religion/soulweight.asp (27 ottobre 2003); vedi anche Sample I., cit.
5) Fisher L. (2004), Weighing the Soul. Scientific Discoveries from the Brilliant to the Bizzarre, New York: Arcade Publishing, pp. 6-7.
6) Santorio S. (2001), La Medicina Statica, Firenze: Giunti, p. 55.
7) Ibid. Introduzione di Giuseppe Ongaro. pp. 31-32.
8) Pare, infatti, che MacDougall non avesse discusso i suoi progetti con le autorità del centro medico di Boston da cui dipendeva. Vedi Milbourne C. (1979), Search for the Soul, New York: T.Y. Crowell, p. 34.
9) MacDougall D., “The soul: Hypothesis concerning soul substance together with experimental evidence of the existence of such substance”, American Medicine, 1907, vol. 13, pp. 240-3. Una trascrizione di questo articolo si trova su www.ghostweb.com/soul.html.
10) “Soul has weight, physician thinks”, The New York Times, 11 marzo 1907, p. 5. Cit. in Mikkelson (2003). MacDougall non era consapevole del concetto di equivalenza tra massa e energia, formulato da Einstein due anni prima. Al contrario, speculò, per poi respingerla, sull’ipotesi che l’anima fosse composta da etere.
11) Compatibile con gli effetti dell’evaporazione cutanea.
12) È noto che la mancanza di funzioni vitali come l’arresto della respirazione e quello cardiaco non sono fenomeni irreversibili, mentre la morte cerebrale non era accertabile con precisione ai tempi di MacDougall (il primo EEG su un uomo fu effettuato nel 1924 dal medico tedesco Hans Berger).
13) Roach M. (2003), Stiff. The Curious Lives of Human Cadavers, New York: Norton, p. 174. (Trad. it. 2005, Stecchiti, Torino: Einaudi, p. 136).
14) Ibid. pp. 173-174.
15) Christopher, cit. p. 38.
16) Fisher, cit. p. 12.
17) McCrory P. (2004), “Blinded by the light”, British Journal of Sports Medicine, vol. 38, p. 381.
18) “As to picturing the soul”, The New York Times, 24 luglio 1911, p. 1. Cit. in Mikkelson (2003).
19) La Verne Twining H. (1915), The Physical Theory of the Soul, Westgate, CA: Press of the Pacific Veterans.
20) Fisher, cit. pp. 14-15. Twining compì il suo primo esperimento utilizzando una bilancia a doppio piatto contenente, per ogni piatto, una beuta in vetro con all’interno un topolino e una zolletta di cianuro di potassio posta all’esterno della beuta. Una volta ottenuto l’equilibrio, Twining lasciò cadere la zolletta dall’interno di una beuta, ottenendo la morte dell’animale in 30 secondi. Il cianuro di potassio è altamente tossico per ingestione e può essere assorbito per inalazione o attraverso la pelle. Considerando che la sua evaporazione a 20 gradi centigradi è trascurabile (anche se è facile ottenere una concentrazione aerea di particelle pericolose), e che l’ingestione da parte degli animali è improbabile, è possibile che per ottenere l’effetto desiderato una parte della sostanza sia stata trasformata in acido cianidrico gassoso, ad esempio aggiungendo alcune gocce di acido cloridrico. In questo caso, una parte del composto può essere evaporato, contribuendo a sbilanciare la pesatura. Purtroppo il volume di Twining è estremamente raro e non mi è stato possibile verificare l’esatta procedura sperimentale usata (se indicata), il peso perso e il momento della morte delle cavie, la sensibilità della bilancia usata e altro ancora. Anche Len Fisher ha fatto riferimento su fonti secondarie per riferire l’esperimento di Twining (Fischer, comunicazione personale, 19 ottobre 2005). Ringrazio Luigi Garlaschelli e Paolo Boschetti per la consulenza chimica.
21) Christopher, cit. pp. 39-40.
22) Ibid. pp. 18-19. Bisogna però considerare che la differenza tra la temperatura ambiente e quella corporea è modesta e il raffreddamento non è istantaneo, anche per la presenza di materiali termicamente isolati.
23) Hollander Jr Lewis E. (2001), “Unexplained weight gain transient at the moment of death”, Journal of Scientific Exploration, vol. 15, n. 4, pp. 495-500.
24) Ibid. p. 500.




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