La regola ferrea della scienza moderna

  • In Articoli
  • 22-06-2023
  • di Vincenzo Crupi
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La macchina della conoscenza
di Michael Strevens
Einaudi, Torino, 2021
pp. 368, euro 26,00


«I dati empirici sono l’unico contributo ammissibile in una discussione su ipotesi o teorie». Questa, secondo Strevens, è la “regola ferrea della spiegazione”, il principio fondamentale che ha permesso la nascita e gli sconvolgenti successi della “macchina della conoscenza”, vale a dire la scienza moderna. A prima vista, la “regola ferrea” di Strevens non sembra forse così illuminante, ma le apparenze possono ingannare. Guardiamola più da vicino. La regola si applica a studiosi e studiose che si confrontano su un tema di indagine di comune interesse. Non dice, però, come devono cercare nuove idee. Non dice a che cosa dovrebbero credere. E non dice nemmeno come dovrebbero ragionare. L’unica restrizione si riferisce a ciò che scienziati e scienziate possono presentare come loro contributo a un dibattito. Se tale contributo non riguarda dati stabiliti empiricamente, è escluso e viene considerato irrilevante. Il libro di Strevens presenta una ricca collezione di argomenti per dimostrare l’importanza cruciale dell’austero contenuto di questa unica e specifica prescrizione.

Per prima cosa, nota l’autore, gli scienziati e le scienziate, che pure la seguono, non ne sono consapevoli. Se si chiede loro di spiegare come funziona la scienza e perché ha successo, le risposte normalmente saranno parziali o confuse, o entrambe le cose. Qualcuno dirà che il motore della scienza è l’esperimento, trascurando il fatto che in molte scienze sviluppate (come l’astronomia o la climatologia) la manipolazione sperimentale è assente perché praticamente impossibile. Qualcun altro dirà che il fondamento della scienza è un’adeguata struttura matematica; eppure una delle opere scientifiche più dirompenti, L’origine delle specie di Darwin, non contiene neppure una formula.

Ma anche i suoi colleghi filosofi, secondo Strevens, non hanno visto con chiarezza il ruolo della regola ferrea. Strevens si concentra sulle due figure più note e influenti della riflessione filosofica sulla scienza nel Novecento, Popper e Kuhn, descrivendo il loro punto di vista in modo chiaro e coinvolgente. Nonostante le loro profonde divergenze nel “grande dibattito sul metodo”, Popper e Kuhn non hanno risolto in modo soddisfacente i problemi che si erano posti a causa di un comune errore di prospettiva. Entrambi, infatti, in maniere diverse, avrebbero cercato l’essenza della scienza negli schemi di ragionamento di scienziati e scienziate, un dominio che – come abbiamo visto – è completamente estraneo alla giurisdizione della regola ferrea.

I ricorrenti fallimenti non devono stupire, comunque: anche questo punto fa parte del percorso argomentativo di Strevens. Se presa alla lettera, infatti, la regola ferrea è molto strana, anzi sembra proprio irrazionale. (A ciò in effetti allude il sottotitolo del libro: “Come l’irrazionalità ha creato la scienza moderna”.) In ogni tempo e in tutte le parti del mondo, chi volesse progettare o teorizzare un’indagine razionale della realtà seguirebbe intuitivamente un percorso all’incirca opposto rispetto alla regola ferrea. Cercherebbe di integrare tutte le fonti di informazione potenzialmente rilevanti (compresi i dati empirici, certo, ma senza dogmatiche restrizioni) e darebbe la massima attenzione alle forme del ragionamento e dell’argomentazione. Grandi pensatori di ogni epoca e cultura, da Aristotele a Cartesio e oltre, hanno seguito questa strada naturale e plausibile. Ne sono emersi contributi di pensiero profondi ed eleganti, non c’è dubbio. Ma senza la «strategica irrazionalità» della regola ferrea della spiegazione la macchina della conoscenza non poteva mettersi in moto. Solo la regola ferrea, sostiene Strevens, può motivare «esseri umani litigiosi a effettuare misurazioni noiose ed esperimenti lunghi e costosi che altrimenti non sarebbero interessati a realizzare». È la bruta forza dell’accumulazione di dati che ne consegue a produrre la convergenza verso il consenso scientifico e la conoscenza, a dispetto di tutte le preferenze, le resistenze e le conflittualità.

La scienza moderna sarebbe quindi un fenomeno culturale sostanzialmente anomalo che nasce da «un esercizio di deliberato impoverimento intellettuale», generando una sorprendente esplosione di conoscenza. Ciò spiegherebbe perché la scienza sia arrivata così tardi, quando molte espressioni della civiltà avevano trovato pieno sviluppo in una varietà di culture per altri versi molto avanzate. Secondo Strevens, la combinazione di fattori che hanno prodotto la straordinaria anomalia della scienza comprende un’epoca di profondi conflitti e frammentazione (il XVII secolo in Europa) e alcune figure intellettualmente peculiari, fra cui spicca quella di Newton. Nell’ambiziosa narrazione di Strevens non mancano le questioni che restano aperte, ma la freschezza della sua scrittura è rara, tenuto conto dei temi trattati. È un libro avvincente da cui si può imparare molto.
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