Come è nato il progetto Future Fiction e con quali motivazioni?
Tutto è iniziato perché, da lettore, ero stanco di trovare sullo scaffale della fantascienza delle librerie quasi sempre lo stesso tipo di libro, scritto da un autore bianco, della classe media e di lingua inglese. Mi mancava una parte enorme della rappresentatività del mondo. Ho capito che la missione era quella di raccogliere e promuovere le “voci mancanti” della fantascienza mondiale; alcuni potrebbero definirla una ricerca di “biodiversità”, ma poi mi sono chiesto: «Diverso da chi?», e sono tornato a monte, al privilegio cioè della cultura anglofona. Così ora tendo a chiamare questa ricerca Sense of Wander, Senso del Vagamondare, cioè vagare in giro per il mondo alla ricerca di innovazioni autoctone e alla scoperta di futuri ignorati, in quanto scritti in lingue diverse da quella inglese. Come sarebbe il mondo se ci fosse una sola voce a raccontare il futuro? E una sola religione, una sola economia, o un solo stile di vita a rappresentarlo? Credo che il futuro non si possa più declinare al singolare quanto piuttosto vada gestito e proposto al plurale. Per cui, con molta pazienza e l’aiuto di un socio, Francesco Mantovani, di un amico, Vito Buda, di un editor, Alda Teodorani, e di mia moglie, Elena Volkova, sono riuscito ad aprire Future Fiction, a cui nel tempo si sono affiancate molte altre persone. Future Fiction si è quindi sviluppato più come progetto indipendente che come editore commerciale e adesso – grazie a una squadra di traduttrici e traduttori – abbiamo pubblicato oltre 80 libri da 14 lingue diverse, 20 fumetti e 60 audiolibri in collaborazione con Audible.
Cosa distingue il progetto da altre realtà che si occupano di fantascienza e futuri possibili?
Esclusa una sparuta minoranza di autori e autrici locali, i libri di fantascienza sono tradotti ovunque quasi esclusivamente dall’inglese. In alcuni paesi del Nord Europa si arriva al paradosso che i lettori leggono direttamente in inglese, marginalizzando gli autori autoctoni. Per cui il primo ostacolo che gli autori di qualsiasi paese si trovano a fronteggiare è la rimozione di quello strato di immaginario proveniente dalle narrazioni egemoni e colonizzatrici, dalle strutture di pensiero occidentali, dalle forme hollywoodiane di storytelling, dalle preferenze dei responsabili dei grandi gruppi editoriali che impongono standard e tendenze di mercato a cui il resto del mondo dovrebbe attenersi, se non addirittura seguire ciecamente, per non essere escluso in quanto “non conforme” ai gusti dei lettori medi americani.
Ciò che differenzia la mia ricerca è quindi il tentativo, spero riuscito, di rimuovere l’infrastruttura culturale dominante che vorrebbe rappresentare narrazioni altrui pur conservando standard occidentali. Chi non può permettersi il lusso di un agente a New York o a Londra, chi non può permettersi il privilegio di un anno sabbatico per fare ricerca e scrivere, chi non ha accesso ad agenzie letterarie capaci di promuovere negli ambienti “giusti”, deve per forza adeguarsi, inseguire, e sperare di essere scelto… cosa che non avviene quasi mai, a meno di non fornire il testo in inglese e quindi pagare di tasca propria la traduzione.
I futuri che ho trovato in Cina, India, Perù, Brasile, Nigeria, Ghana e Sudafrica parlano di come l’immaginazione locale, i miti e le leggende autoctone debbano essere preservati, rispettati, ascoltati perché il futuro non è uno, e anzi è solo dalla molteplicità di visioni che emerge un panorama verosimile e plausibile rispetto a quanto succede su questo pianeta. La reductio ad unum (oggi va di moda parlare di “singolarità”) che l’industria editoriale e culturale angloamericana promuove da circa 50 anni si scontra con le narrazioni cicliche e ricorsive dell’Asia e del Sud America, con la spiritualità inscindibile dal tessuto culturale africano. Esistono tanti modi di produrre innovazione, tecnologia e design (la differenza tra elementi scintillanti, futuribili e moderni, e quelli sporchi, “vernacolari”, e arretrati) ma nel primo caso si parla di progresso mentre nel secondo di sottosviluppo. Quindi chi è che decide quale tipo di futuro andrebbe considerato “il” futuro? Spesso mi chiedono di cosa parlano la fantascienza africana, turca, greca o indiana, come se fossero fenomeni bizzarri, alieni alla nostra realtà ma nessuno chiede mai di che cosa parla la fantascienza americana o inglese. Perché gli “altri” devono avere qualcosa di diverso o un qualcosa in più per essere considerati “leggibili”?
Quali sono oggi i principali obiettivi del progetto, dal punto di vista culturale ma anche commerciale e distributivo?
Banalmente, faccio quello che mi piace e pubblico ciò che vorrei leggere. Ho una passione smodata per il futuro, per le innovazioni e le trasformazioni politico-sociali in grado di modificare la vita umana, sia dei singoli individui che dell’intero pianeta. È ciò di cui scrivo come autore, è ciò che pubblico come editore: cambiamenti climatici, innovazione nativa, solarpunk, intelligenza artificiale, biopolitica, nanotecnologie, stampanti 3D, Big Data, biomimesi, sono i temi che credo avranno un peso nel dare forma al secolo in cui siamo entrati. Non seguo mode o trend del momento, cerco di portare alle lettrici e ai lettori contenuti originali e punti di vista diversi che possano aprire la loro mente su ciò che potrebbe avvenire nei prossimi anni. Essendo un micro editore (anzi “nano”) non mi occupo di libri dal punto di vista quantitativo, quanto soprattutto da quello qualitativo. Lascio volentieri i numeri agli altri e mi limito alle idee; se poi vendiamo di più tanto meglio, se invece vendiamo di meno, poco male. Future Fiction ha senso al di là del numero di copie vendute.
Come si fa a selezionare autori in così tante lingue diverse?
Non potendo leggere in tutte le lingue, nel corso degli anni ho costruito una squadra di traduttrici e traduttori che fungono da mie antenne. Conoscendo la nostra linea editoriale, loro sanno cosa selezionare, possono consigliarmi e quindi una volta individuata una storia si passa alla valutazione dei testi e alla traduzione. È un lavoro lungo e laborioso ma che alla fine si trasforma in un filtro eccezionale per “setacciare” quanto di meglio viene scritto in giro per il mondo. A oggi, dopo dieci anni di lavoro, Future Fiction è l’unico progetto al mondo che traduce storie di fantascienza da 14 lingue (spagnolo, cinese, arabo, tedesco, francese, portoghese, olandese, russo, inglese, giapponese, rumeno, turco, bengalese e italiano) e 40 paesi diversi. Il network è così esteso che le storie provengono anche da altri editor (indiani, sudamericani, cinesi, eccetera) oppure da premi di fantascienza del tutto trascurati, ma di grande valore come il Grand Prix de L’imaginaire (Francia), il Kurd-Laßwitz (Germania), Ignotus (Spagna), Seiun (Giappone), Galaxy (Cina) e altri.
Pensa che la narrativa, e la fantascienza in particolare, sia uno strumento più efficace della saggistica per riflettere sui cambiamenti sociali e tecnologici?
Sì, da anni la fantascienza ha assunto un ruolo cruciale in paesi che sono proiettati verso il futuro come la Cina e la Corea del Sud. Da noi purtroppo il termine è ancora usato in senso denigratorio («ma questa è fantascienza», «è roba seria, mica fantascienza»), ma altrove la fantascienza è una cosa importante, che viene rispettata proprio in quanto è capace di mappare possibili scenari futuri (vedi lo sviluppo delle tecniche di foresight o dei future studies) o per promuovere e introdurre l’uso di innovazioni in ampie fasce della popolazione. Poche settimane fa sono stato a Shenzhen, in Cina, una delle città più futuribili al mondo, dove le scuole hanno iniziato a implementare lezioni di IA e corsi di stampa 3D oltre che laboratori di robotica sin dalle elementari. La narrativa di fantascienza non ha tanto il merito di spiegare il motivo per cui qualcosa avviene (quello è il campo della saggistica scientifica) quanto quello di restituirci le sue derive e applicazioni impreviste, i suoi usi finiti fuori dall’ordinario come pure le conseguenze positive e negative di una particolare tecnologia o innovazione sull’individuo e la società. Da questo punto di vista, è una specie di cartina di tornasole, un esperimento di pensiero che torna molto utile per rimuovere l’ansia di ciò che non si conosce ancora oppure sviluppare una riflessione critica verso ciò che ci viene proposto/venduto/offerto.
In cosa si distingue la fantascienza contemporanea, in particolare quella promossa da Future Fiction, dalla fantascienza tradizionale e più nota al grande pubblico?
A mio avviso, la fantascienza classica, quella dello spazio esterno, della colonizzazione di altri pianeti, e dell’incontro con gli alieni, inclusa la tematica del post apocalittico e della distopia, ha fatto il suo tempo, nel senso che è molto più difficile essere originali e innovare su questi argomenti. Di certo, esistono sempre delle eccezioni ma in larghissima parte l’effetto è quello del “già visto, già letto”, per cui è molto più interessante cercare di sviluppare strategie fuori dalla distopia, esplorare le relazioni con altre identità “non umane” del nostro pianeta come gli animali, le piante e le IA. Esplorare gli usi della saggezza e sapienza popolare rivisti alla luce delle biotecnologie, dei Big Data, dell’IoT, delle stampanti 3D, dell’ingegneria genetica… È lì, nello spazio liminale tra presente e futuro, che si annidano le idee più originali per una storia di fantascienza contemporanea.
La vostra uscita più recente è un’antologia dedicata al futuro del cibo. Perché, tra le tante innovazioni, avete pensato di occuparvi proprio del cibo?
Perché il futuro non arriva solo con un motore a curvatura o con l’ennesima arma di distruzione di massa, ma è fatto di nuovi materiali per vestirsi, di nuovi strumenti per suonare, e anche di nuovi modi di cucinare e alimentarsi. Se guardiamo al modo in cui mangiavano i nostri nonni capiamo bene che il cibo cambia insieme alla società e quindi è cruciale indagare la funzione nutrizionale con cura e attenzione perché ciò che entra dentro di noi potrebbe farci sia del bene che del male. Inoltre il cibo è un elemento legato alla cultura e all’identità di chi lo produce e consuma, soprattutto oggi in tempi di globalizzazione e gentrificazione degli spazi. Le Gastronautiche restituiscono una serie di visioni sull’alimentazione futura tra minacce di trasformazione degli usi e costumi locali e sviluppi innovativi per preservare le culture alimentari dal rischio di “assimilazione” e scomparsa definitiva. Dalle serre hi-tech di Rio de Janeiro ai laboratori di biostampa di Nanchino, dalla Praga della cucina ibrida alla Cina dei nanosomi, questi “antipasti narrativi”, insieme ai saggi degli esperti che li commentano, cercano di esplorare numerosi aspetti del cibo, dove l’ingegneria genetica si scontra con la tradizione contadina, la blockchain con la fiducia umana, e l’intelligenza artificiale diventa il prossimo sommelier.
Per concludere: a suo avviso, la narrativa è ancora in grado di anticipare, e soprattutto influenzare, i futuri reali, o sta cambiando anche il rapporto tra immaginazione e innovazione?
Credo che il messaggio più profondo della fantascienza risieda nella sua capacità di “rendere la realtà obsoleta”, di creare cioè un novum, per usare un termine caro al critico Darko Suvin, in grado di sovvertire la realtà, facendola collassare su sé stessa e aprire un varco verso possibilità altre. Per chiarire il concetto, immaginate una coppia che fa l’amore e il giorno dopo la donna prende una pillola anticoncezionale. Adesso immaginate questa scena scritta in un romanzo dell’Ottocento, dove la pillola è uno strumento magico, inconcepibile per quei tempi. Ora immaginate la stessa scena scritta in un romanzo degli anni ’60 del Novecento quando la pillola ha iniziato a diffondersi: quell’incredibile concentrato di tecnologia è diventato uno strumento di emancipazione sociale, di resistenza al patriarcato, di trasformazione della società sia dal punto di vista demografico che da quello democratico per tante donne che, fino ad allora, non avevano mai avuto un controllo così puntuale sulle proprie scelte. E ora immaginate la stessa scena in un romanzo contemporaneo, dove la pillola è un diritto (purtroppo non dovunque), che nell’arco di cent'anni ha compiuto uno strabiliante arco di trasformazione, da magia a provocazione a diritto, rendendo la vecchia società, con i suoi usi e costumi, obsoleta, antiquata, in una parola “superata”. Questa è la fantascienza che cerco di scrivere e di pubblicare.
Quando la fantascienza è libera di esplorare e di restituirci visioni plausibili, assolve a una funzione fondamentale, espande le nostre possibilità, ce le rende tangibili, e nel farlo ci mostra quello squarcio nel cielo del realismo che ci consente di progredire e di immaginare qualcosa di diverso, di migliore, per noi stessi e per gli altri.