Piero Angela, 80 anni di amore per la scienza e la divulgazione

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  • 04-02-2009
  • di Piero Bianucci
Migliaia di ore di televisione, 32 libri per due milioni e mezzo di copie vendute, un numero imprecisato di traduzioni, il premio dell'Unesco per la divulgazione, otto lauree ad honorem. È la sintesi del mezzo secolo di lavoro che Piero Angela ha dedicato alla diffusione della scienza. Delle otto lauree, una, quella in fisica, gliel'ha data l'Università di Torino. Bella rivincita per il ragazzo che dopo due anni di Politecnico aveva preferito fare jazz e tentare un concorso da annunciatore alla Rai per poi passare al giornalismo.
Cronista, corrispondente da Parigi, conduttore del telegiornale. Piero Angela, anche senza il titolo di ingegnere, fa la sua bella carriera nella Rai degli anni '60. Chissà che cosa sarebbe successo se avesse continuato. Il virus della scienza lo contrae facendo la cronaca delle imprese spaziali: la corsa alla Luna, le prime sonde sparate verso in pianeti. È lì che decide di dedicarsi in modo esclusivo a programmi di divulgazione. Fare informazione sulla scienza, alla Rai, significa anche libertà, i manovratori politici si occupano di altre cose.
Così Angela attraversa imperturbabile la grande metamorfosi dal monopolio alla tv commerciale, dalle calze nere delle Kessler agli strip delle casalinghe alle isole dei famosi. Lui non cambia: sempre con il ginocchio ben accavallato, cravatta sobria, voce da conversazione in salotto, casa e lavoro, astemio e parco a tavola, un po' di jazz con gli amici quando capita. Una longevità biologica unita a quella, ancora più rara, dei primati di share. L'altro giorno a Torino, a GiovedìScienza, tra i 1500 convenuti al teatro Colosseo c'erano nonni, mamme, nipotini, gente semplice e docenti universitari. Qual è il segreto di tanto successo?
Gli ingredienti sono tanti. Nel tempo della velocità e dei videoclip, Angela pratica il ritmo pacato che permette di pensare, sceglie le parole tra le duemila del linguaggio quotidiano, infila una battuta, si fa aiutare dal cartoon di Bruno Bozzetto, utilizza gli esperimenti in diretta di Paco Lanciano. Le sue metafore sono semplici ed efficaci: «la vita è come un elastico, la medicina aiuta a tenderlo sempre di più, ma alla fine l'elastico si spezza». Nel 1983 mi capitò di scrivere un servizio per Quark. «Va bene – mi disse – però manca la cipria». E ce la mise. Il rigore di Angela sfiora la pignoleria. Negli studi di Torino per il programma Viaggio nel cosmo fece fare 100 metri quadrati di Luna: perché il colore fosse quello giusto astronomi e scenografo interagirono al punto che alla fine ognuno avrebbe saputo fare il mestiere dell'altro.

Nessun format è rimasto intentato: programmi monografici in molte puntate (biologia, sviluppo della mente, caccia agli extraterrestri, paranormale, dinosauri, cosmologia), mix di attualità e rubriche per Quark e Superquark, servizi girati dal figlio Alberto, "pillole" che comprimono un concetto scientifico in 30 secondi, documentari acquistati dalla Bbc o da National Geographic ma rivisitati e commentati con l'etologo Danilo Mainardi. E poi l'idea che la scienza è soprattutto un metodo, e quindi si applica a tutto. Tra i temi di Superquark Angela ha inserito la musica, l'economia, la storia. Certo, anche lui ha i suoi nemici. Non gli perdonano di aver inserito l'informazione scientifica in un progetto didattico e pedagogico più ampio, che punta a fare del metodo scientifico una sorta di Carta costituzionale della Ragione, applicabile forse anche in politica per formare cittadini migliori e amministratori pubblici meno provinciali. Non gli perdonano di aver fondato il Comitato per il controllo delle affermazioni sul paranormale (CICAP), una razionalità levigata che sembra tagliar fuori ogni aspetto emotivo, la fiducia positivista nella scienza e nella tecnologia. La realtà è che non ama le chiacchiere. Neanche su di lui. «In una intervista mi fanno dire che per i miei ottant'anni l'ente di previdenza dei giornalisti mi ha chiesto un certificato di esistenza in vita: bene, non è vero, come non sono vere tante altre cose che in quell'intervista mi attribuiscono». Si sente vecchio? «Neanche per sogno. Sono un'auto che ha ottantamila chilometri, ma chi la guida ha 45 anni».

Un ringraziamento va a La Stampa e all'autore per aver consentito la riproduzione dell'articolo.