Il ritorno dell'autocombustione umana

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  • 25-01-2012
  • di Sofia Lincos
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©Roberutto
Tra il dicembre 2010 e il marzo successivo tre fatti di cronaca avvenuti in Irlanda hanno riaperto il dibattito sulla combustione umana spontanea, quel supposto fenomeno per cui un corpo sarebbe in grado di prendere fuoco senza alcuna fonte d’innesco.

Il primo episodio risale al 23 dicembre: Michael Faherty, pensionato di Galway, venne trovato morto nella sua camera. Il cadavere, sdraiato accanto a un caminetto spento, era quasi completamente carbonizzato, ad eccezione della testa. La stanza, al contrario, non presentava i segni di un incendio violento, e le uniche cose danneggiate erano il pavimento sotto alla vittima e il soffitto al di sopra, anneriti dalla fuliggine.

Il secondo riguarda Elizabeth McLaughlin, cinquantenne di Carndonagh, trovata morta il 31 dicembre in circostanze analoghe: anche in questo caso l'incendio che aveva incenerito il corpo della donna appariva confinato ai resti e alle immediate vicinanze.

Nel terzo caso, è stato invece il cinquantanovenne Declan Dowling a essere rinvenuto, lo scorso 7 marzo, nella propria casa nelle vicinanze di Dublino parzialmente bruciato e senza particolari danni nella stanza.

Tre episodi simili, ma con esiti differenti: il coroner Ciarán McLoughlin ha chiuso il caso Faerthy catalogandolo come un fenomeno di "combustione umana spontanea" e affermando che, non avendo trovato una possibile fonte d’ignizione, la morte del pensionato era inspiegabile. Opposta, invece, la conclusione del suo collega John Madden, che si occupava del secondo caso: in questo caso, il coroner ha dichiarato non solo che la donna era stata uccisa da un normalissimo incendio, ma anche che il fenomeno della combustione umana spontanea, invocato dalla stampa, non era altro che "una leggenda metropolitana". Simile è stata la valutazione del patologo di stato Marie Cassidy dopo l’esame del terzo cadavere.

Ma cosa dice la scienza? È possibile che una persona prenda fuoco spontaneamente, e che l'incendio rimanga confinato solo al corpo, o al massimo alle sue immediate vicinanze?

Nel settembre 2011 il Journal of Forensic Science ha pubblicato un interessante studio su quest'argomento, condotto dai ricercatori Thierry Levi-Faict e Gérald Quatrehomme. Il team ha analizzato un episodio di "autocombustione umana" del 2006, che presenta caratteristiche in comune con i tre casi descritti in precedenza.

La vittima, un cinquantasettenne alcolista e fumatore, viveva solo, in un paesino della Francia. Quando i vigili del fuoco, insospettiti dalla fuliggine che aveva annerito parzialmente i muri della casa, sfondarono la porta, si trovarono di fronte uno spettacolo inconsueto: la parte centrale dell'uomo era ridotta in cenere, ossa comprese. Al contrario testa, spalle e piedi apparivano intatti, e così pure gli oggetti vicini. Nella stanza c'erano i segni di un intenso calore: la carta dei giornali era ingiallita, i mobili anneriti, e furono ritrovate alcune bottiglie di plastica parzialmente fuse. Ma il fuoco sembrava essersi limitato a cremare l'uomo, senza toccare altro, nemmeno la sedia trovata vicino al corpo.

Le indagini stabilirono che non vi erano segni di colluttazione o del coinvolgimento di altre persone, e che la porta era chiusa dall'interno.

L'autopsia fornì alcuni dati in più: la vittima aveva un elevato tasso alcolemico (3,20 g/L), mentre minimo era il monossido di carbonio nel sangue. La lingua era coperta di fuliggine, mentre trachea e bronchi apparivano puliti. Il corpo e il pavimento apparivano ricoperti da una sostanza oleosa, che risultò essere grasso di origine umana.

L'uomo doveva essere bruciato post mortem; per le cattive condizioni del corpo, non fu possibile stabilire l'esatta causa del decesso: la storia clinica della vittima suggeriva però un attacco cardiaco. Anche la fonte d'innesco non fu identificata.

Partendo da questo episodio ben documentato, i due ricercatori hanno stilato le caratteristiche comuni ai casi di "combustione umana spontanea".

Le vittime sono parzialmente ridotte in cenere, e le parti del corpo con maggior concentrazione di grasso sono più consumate. La combustione avviene quasi sempre post mortem, in persone quindi già decedute o impossibilitate a spegnere le fiamme. Gran parte della casistica riguarda donne anziane, persone sovrappeso e alcolisti; quasi tutti vivono soli. Spesso vengono trovati residui di grasso intorno alla vittima.

Soprattutto, il fuoco appare molto localizzato: una circostanza inconsueta, che in tempi passati ha portato ad attribuire questi episodi a punizioni divine o interventi diabolici. Occorre arrivare al 1830, per avere un'ipotesi scientifica sul fenomeno, ad opera del medico Depuytren. Fu lui a lanciare la teoria dell’"effetto stoppino": i vestiti, incendiati da una fonte d'innesco esterna, fornirebbero sufficiente calore per sciogliere il grasso della vittima, che alimenterebbe il fuoco fino alla quasi completa combustione del corpo, un po' come avviene per una candela.

Questa teoria venne confermata nel 2002 da Angie Christensen, che la verificò su alcuni arti amputati: il medico osservò che il fuoco tendeva a bruciare a lungo, con molta fuliggine e fiamme quasi invisibili, e rilevò la tendenza dell'incendio a non spargersi, e a bruciare anche le parti non grasse (specialmente in vittime anziane, con tessuti ossei più porosi e fragili).

L'elevato tasso alcolemico nel sangue, circostanza comune a molti casi, non contribuirebbe al processo di carbonizzazione, ma potrebbe essere la causa di comportamenti imprudenti, e aumentare le probabilità di un innesco casuale.

Nessuna punizione divina o autocombustione, quindi: solo un fenomeno inconsueto, innescato da una fonte di calore esterna. E quando l'incendio è provocato, ad esempio, da una sigaretta accesa, è possibile che il fuoco la consumi completamente, e che non venga più ritrovata: alimentando così il mito vittoriano della "combustione umana spontanea".

Bibliografia


Levi-Faict, T.W. & Quatre-homme, G. 2011. “So-called Spontaneous Human Combustion”. Journal of Forensic Sciences, vol. 56, no. 5, pp. 1334–9, DOI: 10.1111/j.1556-4029.2011.01746.x