Titanic: la nave “maledetta”

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Un lampadario pende ancora nel relitto a 4000 metri di profondità.
La storia del Titanic è di quelle che periodicamente tornano a far parlare di sé. Non fu il più grande disastro della storia, eppure quella vicenda è rimasta impressa nell’immaginario collettivo e continua a essere tramandata per le nuove generazioni attraverso film, romanzi, fiction e documentari.
A colpire è sicuramente il contrasto tra l’arroganza di chi considerava quel vascello “inaffondabile” e la rapidità con cui invece colò a picco nel suo viaggio inaugurale. C’è poi il fatto che, dai passeggeri di terza classe su fino ai milionari di Wall Street, tutti gli strati sociali della belle époque erano rappresentati, eppure, in mezzo all’oceano, con la nave che affondava, i milioni degli uni valevano quanto le tasche bucate degli altri. E poi a contribuire all’imperitura memoria di questa tragedia ci fu anche il fatto che si trattò di uno dei primi disastri che il mondo poté “vivere” quasi in diretta grazie al telegrafo. Le stazioni a terra e le altre navi ricevevano continui bollettini dalla nave che lentamente si inabissava, bollettini sempre più disperati, finché alla fine le trasmissioni cessarono del tutto.
Ma tra gli argomenti che rendono misteriosa, e quindi intrigante, la storia del Titanic ci sono anche le presunte profezie e gli altri apparenti fenomeni “paranormali” a essa collegati.
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La celebre immagine di uno strillone che annuncia la tragedia

Il naufragio del Titan


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Dei casi più interessanti di presunta profezia parla Martin Gardner a pag. 30 di questo stesso numero, ma l’episodio di gran lunga più impressionante di apparente premonizione dell’affondamento del Titanic è senza dubbio il racconto di Morgan Andrew Robertson (1861-1915) intitolato Futility (Vanità), pubblicato a New York nel 1898, quattordici anni prima che il Titanic partisse per il suo viaggio nell’abisso.
La storia, quasi trasformata in uno dei primi instant-book, fu ristampata nel 1912, dopo il disastro, dalla «McClure’s Magazine» con il titolo di The Wreck of the Titan (Il naufragio del Titan).
Per meglio rendersi conto dell’impressionante somiglianza tra i due eventi, può essere utile compilare una lista delle principali similarità (prima su tutte, naturalmente, la somiglianza dei nomi delle navi) tra il racconto di Robertson e il naufragio del Titanic:
1) Il Titanic era lungo 269 metri (882,5 piedi). Il Titan 243,84 metri (800 piedi).
2) Entrambe le navi erano costruite interamente d’acciaio, con tre eliche e due alberi.
3) Entrambe le navi erano considerate inaffondabili a causa dei numerosi compartimenti stagni: 19 sul Titan, 16 sul Titanic. Entrambe le navi avevano anche dei portelloni stagni: 92 sul Titan, 12 sul Titanic.
4) Entrambe furono definite le più grandi navi passeggeri mai costruite.
5) Entrambe potevano trasportare circa 3.000 passeggeri. Il Titan era al completo. Il Titanic trasportava 2.235 persone.
6) Il Titanic aveva 66mila tonnellate di dislocamento. Il Titan 45mila. La stazza lorda del primo era di 45.000 tonnellate, quella del secondo di 46.328.
7) Il Titanic aveva 46.000 cavalli-vapore. Il Titan 40.000.
8) Entrambe le navi avevano un numero insufficiente di scialuppe di salvataggio: 20 sul Titanic, 24 sul Titan.
9) Il Titanic viaggiava a 22.5 nodi quando si scontrò con l’iceberg. Il Titan filava a 25 nodi.
10) Entrambe le navi iniziarono il loro viaggio fatale in aprile. Nel racconto di Robertson non è specificato il giorno.
11) Entrambe le navi urtarono un iceberg a prua.
12) Per entrambe le navi l’urto con l’iceberg avvenne intorno a mezzanotte. Nel caso del Titanic la sera era limpida e non c’era luna. Nel caso del Titan c’era la nebbia e la luna splendeva.
13) Entrambe le navi percorrevano la rotta che congiungeva New York con l’Inghilterra. Il Titanic era salpato dall’Inghilterra per New York ed era nel suo viaggio inaugurale. Il Titan faceva la strada inversa ed era nel suo terzo viaggio di andata e ritorno.
14) Le navi urtarono un iceberg in punti stimati a poche centinaia di miglia di distanza l’uno dall’altro.
15) Entrambe le navi erano di proprietà di ditte inglesi, localizzate a Liverpool, con uffici in America a Broadway, Manhattan. I principali azionisti di entrambe le navi erano statunitensi.
La principale differenza tra i due disastri è che nel racconto di Robertson morirono un numero di persone doppio: sul Titanic persero la vita circa 1.500 persone; sul Titan circa 3.000 e sopravvissero solamente 13 persone (compresi il capitano e il primo ufficiale). Come spiegare tutte queste coincidenze, dicono i sostenitori dell’ESP, se non ipotizzando una qualche forma di precognizione?

Le “visioni” di W. T. Stead


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W. T. Stead
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Edward J. Smith
Anche il giornalista veterano W. T. Stead, che perì nel disastro, è considerato il protagonista di alcuni episodi che sono stati interpretati da alcuni parapsicologi, tra cui Ian Stevenson, come delle precognizioni. Come il suo amico scrittore Arthur Conan Doyle, anche Stead era un convinto spiritista e, come lui, si distingueva per la sua ingenuità e per il suo disprezzo nei confronti degli scettici. Tanto detestava la sola idea di esperimento scientifico che, in una sua conferenza, paragonò la ricerca di prove sicure all’interrogatorio di un naufrago in alto mare.
In quell’occasione immaginò se stesso nell’atto di affogare e i suoi soccorritori che, invece di lanciargli una corda, gli gridavano: «Chi sei? Come ti chiami?»
«Sono Stead! W. T. Stead! Sto affogando in mare. Lanciatemi una fune. Svelti!» Ma invece di lanciargli la corda essi continuavano: «Come facciamo a essere sicuri che sei Stead? Dove sei nato? Dicci il nome di tua nonna».
Questo episodio è spesso citato come una sorta di preveggenza sul modo in cui Stead sarebbe morto. Ma ci sono altri casi che riguardano il giornalista.
Intorno al 1880, Stead pubblicò sulla «Pall Mall Gazette» un racconto in cui il sopravvissuto al naufragio di un grande transatlantico narrava la sua storia. Il racconto «mostrava come la grande maggioranza dei passeggeri fosse predestinata in anticipo». A esso, Stead aggiunse una nota in cui diceva: «Questo è esattamente ciò che può accadere, e che accadrà, se un transatlantico sarà posto in mare con un numero insufficiente di scialuppe di salvataggio».
Nel 1892 Stead pubblicò un altro racconto, intitolato Dal vecchio al nuovo mondo, sulla «Review of Reviews» (Dicembre 1892), in cui descriveva il naufragio di un transatlantico per l’urto con un iceberg e il salvataggio dell’unico passeggero sopravvissuto da parte del piroscafo Majestic della White Star Line. In realtà, quel piroscafo esisteva veramente e il suo Comandante era lo stesso Edward J. Smith che avrebbe comandato il Titanic nel suo viaggio inaugurale.

La maledizione della mummia


Stead fu anche protagonista di un’altra vicenda che avrebbe innescato una leggenda metropolitana dura a morire. La sera di venerdì 12 aprile 1912, al tavolo del commissario di bordo, sedevano alcuni tra i passeggeri più distinti della nave. Stead li intratteneva con un’affascinante conversazione. Verso mezzanotte, però, cominciò a raccontare un’insolita storia. Disse del ritrovamento e della traduzione di un’iscrizione sul sarcofago di una mummia scoperta in una tomba egizia. L’iscrizione metteva in guardia chi l’avesse scoperta che chiunque avesse ripetuto la storia narrata dai suoi misteriosi geroglifici sarebbe sicuramente andato incontro a una morte violenta. Quindi Stead prese a raccontare...
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Il famigerato sarcofago "maledetto"
La vicenda riguardava non un vero sarcofago o una mummia ma solo il coperchio di un sarcofago acquisito dal British Museum nel 1889. Fu rinvenuto a Tebe dagli archeologi e sembra risalisse al 900 a.C. Raffigura una donna sconosciuta, forse una sacerdotessa egiziana dedita al culto del dio Amen-Ra. La leggenda raccontava che quando il sarcofago fu trovato dovette essere trasportato a Londra, ma prima di partire uno dei servitori al seguito degli archeologi fece partire per sbaglio un colpo di rivoltella e si ferì alla mano che dovette essere amputata. Un altro morì di stenti nel giro di pochi mesi e un terzo finì ucciso per strada, investito da un carro. E non erano nemmeno giunti al Cairo. Il suo scopritore morì poco tempo dopo e quando il sarcofago giunse finalmente a Londra portò ulteriore sfortuna ai suoi possessori.
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La prua del relitto ancora intatta, nonostante il passare dei decenni
Un giornalista, Fletcher Robinson, cercò di fotografare il sarcofago, ma la stampa fotografica mostrò un volto di donna maligno sovrapposto a quello del sarcofago. Il fotografo morì poco tempo dopo e lo stesso Robinson nel giro di un paio d’anni fu colpito da una febbre fulminante che lo portò alla tomba.
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La copertina di un numero di "Fortean Times" dedicato alla leggenda della "maledizione egizia" del Titanic
«Per dimostrarvi che non sono superstizioso», disse infine Stead concludendo maliziosamente il suo racconto, «vorrei farvi notare che ho cominciato a raccontare questa storia di venerdì e che la finirò, a quanto dice il mio orologio, il tredici...»
La leggenda metropolitana che tutt’ora persiste vorrebbe che di nascosto Stead fosse riuscito a far caricare nella stiva il sarcofago in questione e che fu proprio per colpa dei suoi poteri malefici che il Titanic affondò.
Non solo. Secondo versioni più dettagliate della leggenda, nelle quali si parla semplicemente di una mummia e non di un sarcofago o del suo coperchio, essa sarebbe appartenuta a Lord Canterville che intendeva spedirla oltre oceano. Al momento del naufragio, un assistente del Lord inglese sarebbe addirittura riuscito a corrompere alcuni marinai perché la trasportassero a bordo di una scialuppa di salvataggio.
Una volta raggiunta l’America, poi, la mummia avrebbe continuato a fare danni. Venduta a un milionario canadese sarebbe stata spedita nuovamente in Inghilterra ma la nave che la trasportava, l’Empress of Ireland, si sarebbe scontrata con una nave norvegese, provocando la morte di 1029 passeggeri. Infine, il proprietario ultimo della mummia avrebbe deciso di rimandarla in Egitto sul Lusitania, che però fu affondato da un siluro nazista nel 1915 portando con sé 1198 persone. Non c’è che dire, se così fosse si tratterebbe di una maledizione coi fiocchi!

Le coincidenze del Titan


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La nave in costruzione al cantiere di Belfast
Lasciando da parte le leggende metropolitane, però, come si spiegano le straordinarie coincidenze del racconto di Morgan Robertson, che fu pur sempre pubblicato quattordici anni prima del disastro? Vediamo.
Robertson era un noto scrittore americano, specializzato in racconti avventurosi ambientati in mare. Suo padre era capitano di una nave e lui stesso a sedici anni era entrato nella marina mercantile, dove rimase per dieci anni. Questa conoscenza approfondita della vita in mare lo rese presto uno dei più letti autori di racconti marinari d’America. Morì d’infarto nel 1915, a 54 anni.
Le somiglianze tra la vicenda del Titanic e quella del Titan, descritti più sopra, sono così sorprendenti che è facile capire come mai il racconto di Robertson sia spesso presentato come una prova di preveggenza paranormale.
Tuttavia, le somiglianze diventano meno miracolose se si immagina di mettersi nei panni di Robertson quando scrisse Futility. Siamo verso la fine del secolo. Voi siete un noto scrittore di racconti marinari e avete deciso di scrivere un’avventura centrata sul più grande disastro marino che possiate immaginare. Come costruireste la trama?
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Un sommergibile illumina il ponte di prua del Titanic
Prima di tutto inventereste la più grande nave da crociera concepibile per quel tempo. Essendo esperti circa gli ultimi sviluppi nelle tecniche di costruzione navale, immaginereste una nave più grande di qualunque altra nave mai costruita, ma pur sempre entro i limiti delle capacità tecnologiche dell’epoca. Grazie a compartimenti e porte stagne la nave sarebbe senz’altro stata definita inaffondabile, e una tale convinzione avrebbe sicuramente aggiunto ironia e amarezza alla tragedia. Come chiamereste una super-nave come questa? Un nome come Titano (Titan) non sarebbe affatto inappropriato.
Il disastro avrebbe dovuto verificarsi in periodo di pace, quindi cosa avrebbe potuto affondare una nave così mostruosamente grande se non un iceberg altrettanto grande? Voi, infatti, sapete benissimo che ogni anno alcune navi si scontrano con piccoli iceberg nell’Atlantico del nord e che ci sono già stati disastri che hanno coinvolto anche dei transatlantici. Nel 1856 il Pacific andò a picco per colpa degli iceberg; nel 1897 l’Arizona si scontrò con un iceberg, ma riuscì a raggiungere l’Islanda, seppure con una prua accartocciata; lo stesso sarebbe successo in seguito con altre navi: il Concordia nel 1907 o il Columbia nel 1911.
Il pericolo di scontrarsi con un iceberg era sicuramente l’evento più temuto dall’equipaggio di una nave che doveva attraversare il nord Atlantico. Giornalisti e scrittori erano sensibili al problema e spesso mettevano in guardia contro questo tipo di pericoli, preventivando prima o poi un grande disastro dovuto a questo genere di incidenti (proprio come fece anche William T. Stead, altro che precognizione!). Il periodo in cui avrebbe dovuto svolgersi la vostra storia doveva coincidere con quello di massima probabilità di incontrare un iceberg, ovvero l’inizio della primavera, quando il clima più caldo comincia a sciogliere i ghiacci polari causando la deriva a sud di grossi iceberg.
Una volta decise queste caratteristiche fondamentali della vostra storia, tutti gli altri dettagli (lunghezza e stazza della nave, numero dei passeggeri, numero di eliche, ecc...) sarebbero seguiti. Inoltre, voi sapete da anni di esperienza che per causare il maggior danno possibile a una nave così grande, lo scontro con l’iceberg sarebbe dovuto avvenire di lato, piuttosto che frontalmente.
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Una spettrale veduta di un ponte coperto sul relitto
Lo stesso Robertson scrive, infatti: «Se l’impatto fosse stato ricevuto da una superficie perpendicolare, la resistenza elastica delle pareti avrebbe attutito la spinta senza arrecare ai passeggeri più danno di una forte botta. La nave sarebbe indietreggiata e avrebbe portato a termine il viaggio a una velocità ridotta, si sarebbe poi rifatta con i soldi dell’assicurazione e ne avrebbe beneficiato, infine, la sua fama di indistruttibilità».
Per quanto riguarda le scialuppe di salvataggio, voi volete mettere in evidenza l’enorme arroganza degli armatori e pertanto fornireste la nave di un numero insufficiente di scialuppe. D’altra parte, questa era una cattiva abitudine già molto sentita all’epoca, al punto che lo stesso Stead (un uomo attento ai problemi della sua epoca, dunque, e non un sensitivo) scrisse nel 1880 un racconto in cui la maggior parte dei passeggeri moriva proprio per questo motivo. Per questa ragione fareste perire praticamente tutti i passeggeri, a differenza di quanto sarebbe poi successo con il Titanic.

Titanic. Un viaggio
che non dimenticherete


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“È questo il titolo del nuovo libro di Massimo Polidoro edito da Piemme. Da sempre affascinato dall’argomento, Polidoro si era occupato dei misteri e dei presunti fenomeni “paranormali” legati al naufragio nel volume La maledizione del Titanic, uscito per le Edizioni Avverbi nel 1998.
Questa volta, a 100 anni di distanza dal disastro, il segretario del CICAP ha voluto fare un lavoro diverso.
In Titanic. Un viaggio che non dimenticherete, infatti, ha ricostruito la vicenda del Titanic in un avvincente racconto “corale”, che intreccia le storie di personaggi di primissimo piano e di viaggiatori di seconda e terza classe. Attraverso gli occhi dei protagonisti si assiste così allo svolgimento della tragedia, fino a scoprire chi si salva e chi no.
Il tutto si fonde con il tentativo dell’oceanografo Robert Ballard di trovare il relitto negli anni ’80: un sogno che all’inizio sembra folle e improbabile, ma alla fine è coronato dal successo. Una narrazione coinvolgente per un’avventura indimenticabile.”


Alcuni anni fa, infine, è venuto alla luce un nuovo fatto che rende la coincidenza del Titan meno “titanica”. John P. Eaton e Charles A. Haas, autori del libro Titanic: Destination Disaster[1], hanno ristampato un trafiletto pubblicato dal New York Times il 17 settembre 1892, ovvero sei anni prima della pubblicazione del romanzo di Robertson. Riportiamo per intero il breve articolo:
Londra, 16 Settembre. La compagnia White Star ha commissionato ai grandi costruttori navali di Belfast Harland e Wolff la costruzione di una nave da crociera per l’Atlantico che batterà ogni record di misura e velocità.
è già stata battezzata Gigantic, e sarà lunga 700 piedi (213 metri circa), larga 65 piedi e 7 pollici e mezzo (20 metri circa) e avrà 45.000 cavalli vapore. Si calcola che potrà viaggiare a 22 nodi l’ora, con una velocità massima di 27 nodi. Avrà tre eliche, due sistemate come nel Majestic, e la terza al centro. Dovrà essere pronta a salpare per il marzo 1894.

I dati relativi a questa nave in progettazione sono molto simili a quelli utilizzati in seguito da Robertson per il suo romanzo. Il Gigantic doveva essere lungo 213 metri circa, con 45.000 cavalli vapore, tre eliche e viaggiare a una velocità compresa tra i 22 e i 27 nodi. Il Titan era lungo 269 metri, con 40.000 cavalli vapore, tre eliche e viaggiava a 25 nodi quando incontrò l’iceberg.
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Il percorso della nave e il punto dell'affondamento
Il Gigantic non fu mai costruito ma, all'epoca in cui Robertson scrisse il suo romanzo, la White Star aveva già realizzato una serie di navi maestose: l’Oceanic (1871), il Britannic (1874), il Teutonic (1889) e il Majestic (1889). Era una caratteristica della compagnia quella di aggiungere il suffisso “ic” al nome. Negli anni seguenti, sarebbero stati realizzati dalla White Star: il Celtic, il Cedric, il Baltic, l’Adriatic, l’Olympic e naturalmente il Titanic.
A questo punto, diventa più facile fornire una spiegazione delle sorprendenti coincidenze presenti nel romanzo di Robertson. Venuto a conoscenza dei piani della White Star Line, Robertson decise di modellare la nave della sua storia sul Gigantic. E che nome poteva dare a una nave di questo tipo, dopo che Oceanic, Teutonic, Majestic e Gigantic erano già stati presi? La scelta più appropriata non poteva che apparire Titanic, un nome allora non ancora “opzionato” dalla compagnia navale. Tuttavia, per evitare ogni possibile identificazione con le navi della White Star, Roberston decise di togliere l’“ic” finale e battezzò la sua nave immaginaria Titan.
Per quanto riguarda la presunta maledizione della mummia, basti sapere che dall’esame dei documenti della nave e dei diagrammi relativi alla disposizione del carico, non risulta la presenza a bordo di alcun sarcofago. Ma che si trattasse unicamente di fantasie di chi all’epoca aveva l’esigenza di riempire i giornali con storie sensazionali lo dimostra anche il fatto che il sarcofago di cui parlava Stead nel suo racconto si trova in realtà tutt’oggi al British Museum, ed è visibile all’interno della sala numero 62, dove non ha mai provocato nessun danno[2].
Se c’è da trovare un responsabile nel disastro del Titanic, non bisogna cercarlo in qualche improbabile maledizione, dunque, ma piuttosto nel comportamento arrogante e superficiale di coloro che davvero credettero che potesse esistere una nave inaffondabile, la loro: il Titanic.

Note


1) Eaton, J. P. e C. A. Haas, 1987. Titanic: Destination Disaster. New York: W. W. Norton & Co.
2) Vedi anche: Stephens, J.R., 2000, “Curse of the Mummy”, Fortean Times 136, pp. 40-43.