Il fondatore della psicosintesi colpevole di pacifismo

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  • 04-06-2026
  • di Paolo Cortesi
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Persona sospetta, persona interessantissima. Roberto Assagioli negli archivi della polizia politica fascista (1927-1941)
a cura di Stefano Paolucci
Passamonti Editore, Grottaferrata (Roma)
2024 pp. 112, euro 15,90



«La ricerca storica è un costante venire a patti con l’oscurità», ci ricorda Stefano Paolucci nella sua introduzione. E cita Edgar Morin: «la conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze». Questa consapevolezza è valida più che mai nell’ambito della ricerca storica, nella quale spesso gli “arcipelaghi di certezze” sono idee, descrizioni, conclusioni le quali non hanno che la forza della consuetudine. Vi sono ampie porzioni di fatti sociali, cioè di cultura diffusa, di costume, in cui la tradizione ha imposto una sua parziale, faziosa lettura.

L’occultismo, la metapsichica, la teosofia, lo spirit(ual)ismo ne sono un esempio perfetto. Da sempre riservato all’aneddoto e alla narrazione fantastica, solo recentemente il mondo dell’occulto è diventato oggetto di studio storico razionale e corretto, impiegando l’atteggiamento e gli strumenti dello storico.

Si scopre – senza sorpresa, direi – che fenomeni dichiarati di origine ultraumana sono invece espressioni determinate da fattori sociali, economici, politici, come ogni fatto umano. Insomma, la ricerca storica è necessaria per la vera conoscenza di quanto apparentemente le sarebbe estraneo. Così, libri come quello curato da Paolucci sono particolarmente interessanti, perché offrono il materiale archivistico per ricostruire il rapporto tra la ricerca spirituale e la censura del regime fascista.

Il volume raccoglie le riproduzioni dei documenti, integralmente trascritti, conservati nell’Archivio Centrale di Stato, relativi alla sorveglianza cui fu sottoposto Roberto Assagioli (1888-1974) dal 1927 al 1941. Per la dittatura, Assagioli, «massone di Palazzo Giustiniani, noto cultore di psicologia sperimentale, oltre a essere dirigente della Società Teosofica Besantiana di Roma», era sospettato di attività antinazionale, liberale e democratica sotto la copertura di pratiche esoteriche.

Una nota riservatissima del questore di Roma, del 23 dicembre 1935, che reca il timbro “Visto da S.E. il Capo del Governo”, informa che «l’Assagioli avrebbe aderito al movimento pacifista […] e sarebbe incaricato di svolgere fra gli studenti italiani propaganda in favore del movimento stesso».

Nel 1937, si ordina di «fare intensificare con ogni riservatezza la vigilanza nei confronti dell’Assagioli», reso ancora più sospetto dal ricevimento di stampa di Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli e di «corrispondenza dagli Stati Uniti di contenuto chiaramente massonico».

Da Parigi, il confidente della polizia politica numero 536 (Mario Eusebio Fille) comunica che una sua amica ha conosciuto Assagioli in occasione di una conferenza tenuta all’Arcane School a Tunbridge, in Inghilterra, e così conclude: «data la mia conoscenza ed esperienza di queste società più o meno spirituali, di cui la parte occulta è quasi sempre antifascista, vi segnalo la cosa».

Il 16 gennaio 1940, Assagioli diffonde un lungo appello per una azione spirituale collettiva per la pace, in cui scrive tra l’altro: «Invochiamo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima, uniti in un potente atto di volontà spirituale, che gli Esseri e le Forze Superiori intervengano ed operino il grande mutamento negli animi degli uomini». Il «periodo di preghiera e invocazioni particolarmente intense» sarebbe dovuto durare fino al 25 gennaio; domenica 21 gennaio era programmato uno «speciale appello interiore individualmente o in gruppo. Tutto ciò viene e verrà fatto in tutto il mondo da qualche milione di uomini e donne di buona volontà e l’efficacia di tale unione di forze spirituali potrà avere una portata imprevedibile».

Non funzionò: 224 giorni dopo Hitler invase la Polonia e iniziò la seconda guerra mondiale. La conseguenza dell’appello fu l’ammonizione politica per Assagioli, la cui posizione si era fatta più critica dal 1938, quando le leggi razziali applicarono al suo nome la qualifica “di razza ebraica”, una colpa in più oltre all’amore per la pace.

Il volume curato da Stefano Paolucci raccoglie i documenti del fascicolo intestato al fondatore della psicosintesi senza commenti o interpretazioni; fornisce chiare informazioni e inquadramento storico necessario, ma non si impone come guida nella lettura. È un ulteriore merito: offrire al lettore i documenti nella loro forza di testimoni del tempo. Solo così si può recuperare l’autentica natura di fatti di grande interesse per lo storico delle idee.