Gli indagatori del male
a cura di Cindy Pavan,
prefazione di Lorita Tinelli
con interventi di Gloria Albonetti, Marianna Cuccuru, Matteo Pacini, Maria Teresa Pizzulli, Giulio Campaioli, Raffaello Castellano,
C1V Edizioni, Roma, 2026
Collana Scientia et Causa
pp. 262, euro 18,90
Chi si occupa di scetticismo sa bene quanto sia difficile spiegare che il “satanismo criminale” degli anni Ottanta era in gran parte un'isteria collettiva alimentata da psicologi improvvisati, giornalisti in cerca di titoli e qualche terapista convinto di curare traumi che aveva contribuito a costruire. Questo libro lo fa. Con le fonti, con i numeri, con la storia.
Il merito principale di Cindy Pavan, curatrice del volume, è avere riunito professionisti di discipline diverse senza cedere alla tentazione del sensazionalismo. Il risultato è un testo che affronta crimini simbolici, esoterici e settari con lo stesso rigore con cui si dovrebbe affrontare qualsiasi fenomeno controverso: partendo dai fatti, verificando le fonti, diffidando delle spiegazioni troppo comode.
Il Satanic Panic americano degli anni Ottanta occupa una parte significativa del volume, e la ricostruzione è impeccabile. Centinaia di processi, quasi nessuna condanna, un decennio di paranoia collettiva trasformata in verità mediatica. Lo stesso schema che si ripete ogni volta che la paura incontra l'ignoranza e trova un amplificatore disposto ad accendere il fuoco. Quello che colpisce non è solo la portata del fenomeno, ma la velocità con cui si è sgonfiato nel momento in cui qualcuno ha cominciato a fare le domande giuste. Le storie dei survivors, presentate per anni come prove inconfutabili di riti satanici su bambini, si sono rivelate nella maggior parte dei casi il prodotto di falsi ricordi indotti da terapisti che cercavano conferme invece di cercare la verità. Una lezione che riguarda chiunque lavori con testimonianze e memorie, non solo chi si occupa di satanismo.
Altrettanto solida è la parte dedicata al fanatismo religioso e alle sette. Il libro non si limita ai casi più noti, ma entra nel merito dei meccanismi psicologici che trasformano una comunità di fede in uno strumento di controllo totale. Isolamento progressivo, manipolazione delle credenze, dipendenza emotiva dal leader: dinamiche che la ricerca psicologica descrive da decenni ma che l’opinione pubblica continua a considerare eccezionali invece di riconoscerle per quello che sono, ovvero processi prevedibili e in parte prevenibili. Casi come Jonestown o il massacro di Shakaola non sono anomalie inspiegabili. Sono il risultato di condizioni che, se riconosciute in tempo, avrebbero potuto essere interrotte.
Particolarmente utile è il modo in cui il volume affronta il ruolo dei media nella costruzione del mito criminale. E qui il libro compie una mossa intelligente: dedica un intero capitolo al cinema, analizzando come certi film abbiano contribuito a fissare nell'immaginario collettivo l’immagine del serial killer mistico ed esoterico. Da Seven a Zodiac, passando per Rosemary’s Baby, il lettore scopre che la figura del killer rituale che conosce è in gran parte una costruzione cinematografica, costruita su simboli, atmosfere e narrazioni che poco hanno a che fare con la realtà criminologica. Non è un capitolo di critica cinematografica fine a sé stessa: è un esercizio di smontaggio culturale. Ogni film analizzato diventa uno specchio in cui leggere le nostre paure, i nostri pregiudizi, il modo in cui siamo stati abituati a immaginare il male prima ancora di studiarlo. Per chi si occupa di scetticismo applicato, è forse il capitolo più divertente e allo stesso tempo il più istruttivo, perché mostra come la disinformazione non viaggi solo sui giornali o sui social, ma anche su uno schermo grande nel buio di una sala.
La distanza tra un fatto di cronaca e la sua versione pubblica è spesso enorme, e questo libro la misura con precisione. Il mostro, il rito satanico, il serial killer esoterico sono in larga parte prodotti narrativi, costruzioni culturali che dicono più delle nostre paure collettive che della realtà dei fatti. Riconoscere questa distanza non significa negare i crimini reali: significa smettere di leggerli attraverso filtri che li deformano e li rendono incomprensibili.
Per chi crede che la ragione sia lo strumento migliore per leggere la realtà, questo volume è una lettura necessaria. Non perché dia tutte le risposte, ma perché insegna a fare le domande giuste.