Cari cuggini vicini e lontani

Alcune leggende metropolitane nella letteratura. Il caso di due scrittori: l'albanese Ismail Kadaré e di Karen Blixen

  • In Articoli
  • 14-05-2003
  • di Lisa Maccari

Gli appassionati di folklore metropolitano sanno benissimo cosa sia un cuggino: a differenza del normale cugino, con una sola "g", che indica banalmente un parente, figlio di un fratello o sorella di un genitore, il cuggino è la suprema fonte, di indiscutibile autorevolezza, di ogni storia inverosimile narrata come vera. Autostoppisti fantasma, topocani contrabbandati dal Sudamerica, teste spaccate che si aprono in due non appena liberate dal casco da motociclista, tutte queste vicende possono essere fatte risalire, senza il minimo dubbio, alla stessa radice: chi non ha mai udito la facezia o la spacconata di turno, spacciata per serissima, introdotta dalla classica frase "mi ha detto mio cuggino che..."? Il gruppo musicale di Elio e le Storie Tese ha addirittura dedicato apertamente, qualche anno fa, una canzone, consistente in una raccolta di luoghi comuni da leggenda urbana, all'ormai mitologico personaggio del cuggino.

Cuggino, ovviamente, può diventare chiunque, purché disposto a perpetuare, in buona fede o con l'intento esplicito di giocare, una leggenda metropolitana. Più curioso è il rendersi conto di come, di tanto in tanto, illustri rappresentanti del mondo letterario abbiano usato queste leggende a fondamento delle loro opere, entrando, con tutto il loro lustro artistico, nella categoria dei cuggini a tutti gli effetti.

Chi avesse la possibilità e il tempo di portare avanti una ricerca approfondita, scoprirebbe probabilmente che i cuggini letterari sono numerosissimi. Qui ne presentiamo solo un paio, invitando ovviamente i lettori a contribuire all'archivio: l'albanese Ismail Kadaré, tuttora vivente, e noto per il suo impegno civico, e la grande Karen Blixen, scomparsa negli anni Sessanta dopo una lunga vita fantasiosa e anticonformista.

Cuggino Kadaré

Tra i numerosi romanzi di Kadaré - che ha vissuto per molti anni in Francia, esule per ragioni di dissenso politico - ve n'è uno che è, integralmente, la rielaborazione poetica di una leggenda metropolitana tra le più note e radicate nel tempo: quella del viaggiatore fantasma, che accompagna il protagonista in un surreale e sconvolgente cammino, pur essendo già morto da tempo. L'autore afferma di aver tratto l'ispirazione da una storia popolare dell'Albania arcaica: curiosamente, questa storia assomiglia a molte altre narrazioni raccolte in Paesi diversi, fino ad essere diventate un classico del folklore urbano di oggi.

Chi ha riportato Doruntina?, scritto nel 1986 e tradotto in Italia nel 1989, è proprio la versione elaborata e colta di una leggenda tra le più classiche, qui ambientata nell'Albania medioevale. Al centro della vicenda è la giovane Doruntina, discendente di una delle famiglie più antiche e importanti della regione, e unica figlia femmina dopo nove maschi. Nonostante lo sconcerto dell'intera città, la ragazza accetta di andare sposa ad un nobile straniero, che vive in un borgo lontanissimo e isolato, nel mezzo delle foreste boeme; per raggiungere quei luoghi, o per farvi arrivare un messaggio, si impiegano settimane, se non addirittura mesi. Il patto nuziale ha però una condizione irrinunciabile: il più giovane dei nove fratelli, Costantino, legato da affetto fortissimo alla sorella, e anzi sospettato di interesse morboso nei suoi confronti, giura alla madre, ormai anziana e vedova, che si metterà in viaggio per accompagnare la figlia a farle visita, ogni volta che le due donne sentiranno il bisogno di rivedersi. È la bessa, la forma più impegnativa di promessa solenne nel codice d'onore della tradizione albanese: un impegno che travalica perfino la morte.

Ed è così che, qualche mese dopo le nozze, Doruntina giunge, sconvolta e febbricitante, a bussare alla casa di sua madre nel cuore della notte. "Chi ti ha portata qui, figlia mia?", chiede la vecchia impietrita dal terrore. "Mi ha riportata mio fratello Costantino, madre..." risponde la ragazza, narrando di una folle cavalcata notturna traboccante di incubi mortali, prima di cadere a sua volta in un delirio di follia che la consumerà. Perché Doruntina non sa, non ha mai saputo, che poco dopo il matrimonio la sua terra è stata presa d'assalto da un'orda di invasori, e che tutti i suoi fratelli, Costantino compreso, sono morti a seguito dell'assedio: alcuni in battaglia, altri per un'epidemia fatale portata in città dai nemici. Madre e figlia, sconvolte, cadono in uno stato di agonia che le porterà a morte entrambe dopo pochi giorni; la città, già ferita, si trova a fronteggiare questa incredibile storia. Tutta un'invenzione della donna, semplicemente scappata da un matrimonio di cui si era pentita, e che non aveva osato confessare di essere fuggita da sola o, peggio, con un altro uomo? O la sposa era stata rapita da uno sconosciuto, e il trauma l'aveva fatta impazzire? O veramente la bessa era stata più forte della morte, e Costantino era riuscito a liberarsi dalle catene dell'oltretomba per tener fede al suo giuramento, consumando simbolicamente, in quella cavalcata furiosa, il suo amore incestuoso mai confessato? Di qui si dipana l'intera narrazione, seguita dal punto di vista di un sovrintendente alla giustizia locale, che deve sbrogliare il mistero. Mistero che non sarà chiuso del tutto neppure dall'epilogo del romanzo...

Resta il fatto che il tema di un defunto che risorge dalla tomba per tenere fede a una promessa fatta in vita a una persona amata, o per ricordare ai sopravvissuti la propria triste scomparsa, ricorre in tutte le rassegne di folklore urbano. Tra i suoi antenati illustri, la ballata Lenore, scritta nel 1773 da Gottfried A. Bürger, e La sposa di Corinto, di Goethe, trasformate oggi nelle varie versioni di saghe di autostoppisti evanescenti, o di belle ragazze conosciute a un ballo, che si rivelano poi morte da anni, quando il corteggiatore va a ricercarle a casa.

Cuggina Blixen

Più raffinata la trama di Karen Blixen: nel racconto La Storia Immortale, scritto nel 1958 (e in seguito ripreso al cinema da Orson Welles), l'autrice si avventura in una meta-leggenda: la storia di un personaggio che, venuto a conoscenza di una di queste narrazioni, si impunta ossessivamente nel voler renderla reale. La leggenda non è particolarmente diffusa oggi, ma evidentemente circolava in ambienti di mare, in passato.

È la storia del marinaio bello e giovane che, mentre passeggia solitario di notte, in libera uscita in un porto esotico, si vede fermare da un tale che loda il suo aspetto forte e sano, e gli propone un incontro erotico con una bella donna, in cui sarà lui a guadagnare qualcosa, invece che pagare; accetta e viene condotto in una casa signorile, dove passa la notte con una ragazza bella e triste, viene pagato e se ne va. Il tutto è stato organizzato da un miliardario eccentrico e deluso dalla vita, che dopo aver avuto tutto, si era sposato in età matura con una donna giovane, per avere un figlio a cui lasciare nome e ricchezze; ma questo figlio, proprio, non arrivava. Allora si era risolto a quello stratagemma, pur di avere un figlio da riconoscere legalmente, anche se non di sangue suo.

Nel racconto, un autentico miliardario anziano, stravagante ed egoista, inglese che vive a Shanghai, cinico commerciante che per tutta la vita ha goduto nel rovinare i rivali in affari, viene a conoscenza di questa storia e la beve in pieno, raccontandola eccitato al suo giovane segretario. Questi lo blocca subito con un sorriso, e gli dice che la conosce benissimo: è una storia che gira per tutti i porti del mondo, che tutti i marinai del mondo affermano di aver sentito raccontare da un compagno di viaggio, ma che in realtà non è mai successa a nessuno. Il vecchio va su tutte le furie, e decide che stavolta, proprio per opera sua, quella leggenda diventerà reale: vuole a tutti i costi che, per sua volontà, d'ora in avanti esista almeno un marinaio in grado di raccontarla come vera.

A differenza del protagonista della leggenda, lui non ha una giovane moglie da usare allo scopo, né ha alcun desiderio di avere un figlio: decide quindi di pagare una prostituta perché impersoni la parte della sposa umiliata. Anzi, Virginie non è propriamente una prostituta, ma piuttosto una mantenuta d'altri tempi: una donna che veniva da un'ottima famiglia, caduta in disgrazia proprio a causa di speculazioni del vecchio stesso, molti anni prima. Dopo il suicidio del padre, a seguito di quel fallimento, e l'abbandono da parte di tutti i parenti e amici, la giovane si arrangiava passando da un amante all'altro, e facendosi aiutare volta in volta dai vari corteggiatori. Si mette su la scena, nella casa che adesso appartiene al vecchio, ma che era stata proprio quella in cui la ragazza aveva passato l'infanzia, anche se lui non lo ricorda affatto. Si assolda il marinaio, un biondone scandinavo di poche parole, e la leggenda viene messa in opera. Poco importa se la sposina è in realtà una donna di facili costumi che comincia ad avere qualche ruga sul volto; e se lo stallone risulta poi essere un diciassettenne al suo primo viaggio per mare, che non è mai stato con una ragazza in vita sua. Il giovane Povl è sul punto di innamorarsi sul serio, se ne torna al suo paese con un colpo emotivo tremendo, e potrà raccontare la sua storia come se fosse realmente la prima volta che qualcuno la racconta; la donna, colpita da quell'ingenuità, ne esce con un briciolo di emozione consolante insperata, in mezzo all'umiliazione e al disgusto di tutta la situazione... e il vecchio, come prevedibile, sopravviverà ben poco al proprio delirio.

A differenza della precedente, quella che alla Blixen apparve come una leggenda tanto diffusa da valere la pena di farne un racconto, aspettandosi che i lettori la riconoscessero, non ha grande seguito oggi. Gli unici temi che ad essa possono vagamente avvicinarsi sono quelli, a conclusione tragica, della seduzione occasionale da parte di una donna fascinosa, che alla fine consegna il malcapitato a una banda di trafficanti d'organi, o lo contagia con il virus dell'AIDS. Nella versione riportata dall'autrice, invece, manca completamente il lato orrido o pauroso. L'aspetto notevole dell'elaborazione, però, sta nel fatto che la scrittrice sembra essere stata perfettamente a conoscenza del meccanismo delle leggende metropolitane, in tempi in cui, ancora, non si era cominciato a teorizzarne l'analisi. È possibile che la cuggina Blixen abbia colto esattamente un esempio di passaggio dal folklore tradizionale al folklore urbano moderno? Ogni segnalazione di opere letterarie che aggiungano dettagli a queste curiose scoperte è, come accennato sopra, ben accetta!

Un pensiero affettuoso va a tutti i cuggini del newsgroup it.discussioni.leggende.metropolitane

Testi citati

Ismail Kadaré, Chi ha riportato Doruntina?, 1986, ed. it. Longanesi, 1989.

Karen Blixen, La Storia Immortale, in Capricci del destino, 1958, ed. it. Feltrinelli, (1962), 1989.

Per saperne di più

  • Cesare Bermani, Il bambino è servito, leggende metropolitane in Italia, ed. Dedalo, 1991.
  • Cesare Bermani, Spegni la luce che passa Pippo, Odradek, 1996.
  • Jan H. Brunvand, Leggende metropolitane, ed. it. Costa & Nolan, 1988.
  • Jan H. Brunvand, Nuove leggende metropolitane, ed. it. Costa & Nolan, 1990.
  • Laura Bonato, Trapianti sesso angosce, Meltemi, 1998.
  • Paolo Toselli, La famosa invasione delle vipere volanti, Sonzogno, 1994.

Lisa Maccari

lisamaccari@libero.it