Il Cannibale bianco

L'incredibile(e falsa!) storia dell'inglese che naufragò su un'isola misteriosa e divenne cannibale...

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  • 26-03-2003
  • di Sergio de Santis

Nell'agosto del 1898 la Wide World Magazine di Londra iniziò la pubblicazione delle memorie di Monsieur Louis de Rougemont con queste parole: "Ci accingiamo a raccontare quella che, in piena sincerità potrebbe esser considerata la più stupefacente storia mai proferita da labbra umane. (...) Ma facendo astrazione dall'immenso interesse destato in questo mondo dalla sua narrazione (...) è lecito ritenere che Monsieur de Rougemont potrà arricchire smisuratamente il nostro patrimonio di cognizioni scientifiche. Egli è già stato esaminato da due autorità in campo geografico, il dr. G. Scott Keltie e il dr. Hugh R. Mill, i quali hanno controllato il suo racconto alla luce dei più recenti resoconti, mappe e trattati di viaggi che si trovano nella loro impareggiabile collezione di testi geografici ed etnologici. Questi due noti studiosi non solo si dichiarano convinti che la narrazione di Monsieur de Rougemont è esatta e coscienziosa, ma anche che essa possiede un altissimo valore scientifico..."

Nella copertina il ritratto di un gentiluomo brizzolato con capelli alla Umberto, occhi sornioni, baffi abbondanti e barbetta a punta. Nel resoconto a puntate delle sue avventure de Rougemont racconta di esser nato a Parigi nel 1844 da un'agiata famiglia borghese, ma di essersi imbarcato a soli diciannove anni in una vita avventurosa in seguito all'incontro con Peter Jensen, l'olandese proprietario di uno Schooner di 40 tonnellate, la "Veielland", ancorato nel porto di Batavia. I due si erano associati per la pesca delle perle nel Mar della Sonda, grazie all'arruolamento di quaranta tuffatori malesi, ma l'impresa, punteggiata da attacchi di canoe cariche di selvaggi e incontri terrificanti con piovre giganti, mostri marini con i baffi e "occhi vogliosi di carne", si era conclusa con una tempesta che aveva spazzato via dallo Schooner tutto l'equipaggio, lasciando il giovane Louis solo a bordo con la sola compagnia del suo cane. Che la nave fosse affondata per aver urtato contro una scogliera corallina e che de Rougemont fosse finito, novello Robinson Crusoe, su un atollo erano stati l'epilogo inevitabile di questa prima fase delle avventure del nostro eroe.

Ma le sue peripezie erano appena cominciate perché sull'atollo di lì a poco era approdata una famigliola di "negri" (che è la qualifica usata imparzialmente da de Rougemont per tutti i "selvaggi" con cui viene a contatto, a prescindere che si fosse trattato di polinesiani, melanesiani o aborigeni australiani, alla faccia della scientificità etnografica riscontrata dai professori Keltie & Mill). Il nucleo famigliare era composto da una coppia con due figli. Il padre si era dimostrato antipatico, scostante, ma sua moglie Yamba si era invece subito rivelata bella, allegra, grande lavoratrice e "fedele come un cane". È grazie alla loro imbarcazione che de Rougemont aveva potuto lasciare l'atollo per approdare sulla costa settentrionale dell'Australia, dove era stato accolto a braccia aperte dal loro popolo di provenienza: ospitale e festaiolo ma disgraziatamente anche alquanto bellicoso e, quel che è peggio, con il vizietto di usare i cadaveri dei nemici caduti in battaglia come piatto principale nei loro luculliani banchetti.

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Louis de Rougemont

De Rougemont, così almeno riferisce lui, era indietreggiato inorridito dinnanzi a quella scena, che però nelle sue memorie non manca di descrivere con grande dovizia di dettagli: "I corpi dei guerrieri morti vennero collocati in grandi buche prima scavate nella sabbia e poi ricoperte con pietre e sassi. Sulla sabbia venne poi accesa una enorme catasta di legno che fu lasciata ardere per due ore. Infine i forni vennero scoperchiati e potei vedere quei corpi bruciacchiati con la pelle piena di screpolature dalle quali usciva un liquido ributtante a vedersi (...). Pochi minuti dopo i cadaveri arrostiti vennero letteralmente presi d'assalto da tutta la tribù. (...) Vidi delle giovani madri con un braccio o una gamba in mano, circondate da nidiate di bimbi piangenti che reclamavano almeno un pezzetto della nauseabonda vivanda..." E via di questo passo.

Fra quei cannibali de Rougemont aveva trascorso trent'anni, prima come marito di Yamba, poi come capo tribù dopo aver sconfitto e ucciso il suo predecessore in una lotta all'ultimo sangue e alla fine anche come generale delle orde selvagge, con le pitture e l'acconciatura adatte al suo rango, mentre aveva utilizzato i ritagli di tempo per metter fuori combattimento i coccodrilli, combattere con legioni di serpenti e "salvare da un destino peggiore della morte" un paio di giovani inglesi cadute prigioniere.

Non solo, dunque, vero selvaggio fra i selvaggi ma pur sempre uomo bianco al cento per cento, conscio dei suoi doveri di rappresentante della civiltà e preoccupato di trovare il modo per dare ai suoi sudditi "un'idea della potenza inglese". Meritoria inquietudine civilizzatrice alla quale aveva dato sfogo insegnando ai cannibali qualche frase adatta (come Good morning! e How are you?) e tracciando sulla parete di una caverna un profilo della regina Vittoria opportunamente incoronata di piume per rispetto agli usi locali (e con "in mano un nodoso bastone capace di abbattere un bue", tanto per non lasciar adito a equivoci nelle menti dei sudditi).

Questa storia finì nel 1896 quando, morta Yamba, de Rougemont decise di tornare nel mondo cosiddetto civile, prima raggiungendo a piedi Perth con un viaggio di nove mesi e poi imbarcandosi a Wellington, nella Nuova Zelanda, su una nave diretta a Londra, dove infine approdò nel 1898.

La pubblicazione del racconto di queste straordinarie vicissitudini sulla Wide World Magazine provocò montagne di lettere da parte di un pubblico ansioso di potersi incontrare di persona con il "cannibale bianco" (come Rougemont venne subito ribattezzato): desiderio esaudito nel settembre del 1898 a Bristol in occasione di un convegno della "Società britannica per il progresso della Scienza". L'apparizione fu accolta da molti applausi ma anche dai primi sospetti di fronte all'imbarazzo con cui l'avventuroso viaggiatore accolse molte richieste di chiarimenti a proposito di parecchi dettagli geografici ed etnografici poco chiari (come la presenza di una tribù antropofaga chiaramente papua in Australia) oppure incongrui, quando non addirittura troppo fantastici per risultare credibili.

Ma il peggio arrivò di lì a poco quando il quotidiano Daily Chronicle decise di condurre un'inchiesta sul "caso" che porterà alla luce parecchie cose. Per esempio che Louis de Rougemont si chiamava in realtà Henri Grin; che era figlio di un cocchiere svizzero e non di un agiato commerciante parigino; che aveva iniziato la sua carriera di giramondo come cameriere e che era finito in Australia come maggiordomo. Vero invece l'episodio della pesca delle perle e vero il naufragio: ma soltanto molti anni dopo e senza alcuna coda di tipo cannibalistico o guerresco-tribale.

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Come fin troppo spesso accade in simili casi, la degradazione di de Rougemont/Grin da "cannibale bianco" a impostore non fece crollare l'interesse per il racconto delle sue avventure che furono rapidamente tradotte in diversi paesi europei, compresa l'Italia dove apparirono, in versione integrale di oltre 400 pagine, con il titolo Le meravigliose avventure (e dove una compilation degli episodi più gustosi, compreso naturalmente l'"orribile festino", fu pubblicata nel 1924 nella fortunata serie Sonzogno per ragazzi Il Romanzo d'avventure con il titolo Il cannibale bianco).

Ma per de Rougemont/Grin fu invece la fine di una brevissima stagione di fama e prosperità. Sir Osbert Oswell, autore insieme con Marion Barton di un famoso volume dal titolo Sober Truth (cioè, diremmo noi, "Verità vere"), dedicato al resoconto di molti episodi stravaganti del primo '900, riferisce di aver veduto anni più tardi in Shafesbury Avenue e a Piccadilly un uomo alto, barbuto magro e un poco curvo che si guadagnava da vivere vendendo fiammiferi ai passanti e che forse, ma soltanto forse, era de Rougemont, giunto ormai all'ultimo scalino di un'esistenza da reietto. Una cosa sola sembra assodata: che l'ex "cannibale" è morto indigente in un ospedale di Londra nel giugno 1921, a ottantacinque anni d'età. Ottantacinque, si badi, e non ottantadue perché oltre ad aver mentito sul suo luogo natale (Yverdon nel cantone di Vaud in Svizzera anziché Parigi) aveva detto, chissà perché, anche una piccola bugia sull'anno della sua nascita, che era stato il 1847 e non il 1844.

Per saperne di più

  • Edith Sitwell, "Vita fra i cannibali australiani". Sta in: Eroi dell'inganno a cura di Alexander Klein. Aldo Martello Editore Milano 1962.

Sergio De Santis

Giornalista e storico, è direttore della collana "StoricaMente"

della casa editrice Avverbi