Iacopo D'Ancona e la Città  Luminosa

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  • 16-02-2006
  • di Sergio de Santis

L'avventurosa storia del viaggio di Jacopo d'Ancona nella Città Luminosa affiora per la prima volta sul Sunday Telegraph del 18 febbraio 1996, con un'intervista a David Selbourne, già docente di filosofia politica a Oxford. Selbourne, che vive da tempo a Urbino rivela l'esistenza di un documento esplosivo, il "travalelogue" di Jacopo d'Ancona: un mercante ebreo che sarebbe giunto in Cina prima di Marco Polo e avrebbe fornito un resoconto del suo soggiorno con una dettagliata descrizione degli abitanti e dei loro costumi.

Lo scoop suscita una vivace curiosità, che s'acuisce ancor di più quando, l'anno successivo, viene annunciata l'imminente pubblicazione del manoscritto in traduzione inglese a cura del'importante casa editrice Little, Brown & Co. di Londra e New York.

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Marco Polo alla corte del Kublai Khan.

Secondo le anticipazioni, il precursore di Marco Polo era partito da Ancona il "23° giorno di Nissan dell'anno 5030 dalla creazione del mondo" (cioè il 16 aprile 1270) insieme con ottanta compagni, alla volta dell'Estremo Oriente in cerca di "preziosi tessuti, pepe, incenso e altre cose rare di gran valore". Pochi giorni dopo, il quarantanovenne mercante si imbarca nel porto dalmata di Dubrovnik diretto verso la Terra Santa, dove sbarcherà a San Giovanni d'Acri per continuare via terra sino al Golfo Persico, dopo aver fatto tappa a Damasco e Bassora. Qui ha inizio la parte principale della traversata a bordo di un quattro alberi che costeggia Persia e India, fa scalo a Ceylon, supera lo Stretto di Malacca e prosegue lungo la penisola indocinese per concludere il suo viaggio entrando trionfalmente nel porto meridionale cinese di Zaitun (oggi Fuzhou) il 12 agosto 1271: vale a dire ben quattro anni prima dell'arrivo di Marco Polo presso la Corte del Gran Khan Kubilai.

In Cina Jacopo si ferma per circa sei mesi prima di esser costretto a riprendere il largo in gran fretta il 12 febbraio 1272 a causa della situazione pericolosa in cui si è venuto a trovare per colpa di un imprudente coinvolgimento nella politica locale; e dopo il suo rientro ad Ancona decide di buttar giù per iscritto i ricordi della sua insolita esperienza.

A Zaitun - definita la Città luminosa - Jacopo viene colpito dalla ricchezza dei mercanti e dalle spettacolari invenzioni (tra cui libri e giornali stampati grazie all'impiego di caratteri mobili e una sorta di primitivo lanciafiamme alimentato da polvere pirica), ma anche dalla depravazione delle donne che non attribuiscono alcun valore alla castità, sono pronte all'adulterio, e vanno in giro seminude, indossando senza pudore solo stoffe trasparenti.

Il manoscritto - 280 fogli di pergamena in italiano volgare misto a latino, ebraico e dialetto anconetano - scompare però per oltre sette secoli, sinchè nel 1990 viene affidato a Selbourne da un vecchio ebreo di Urbino che non si fida del mondo accademico italiano.

Una vera ghiottoneria. Peccato che lo scoop arrivi accompagnato da due condizioni-capestro: a) che il donatore rimanga per sempre coperto dal più assoluto anonimato; b) che l'originale del manoscritto non venga mai messo a disposizione degli odiati "storici ufficiali", neanche in fotocopia. E per di più del testo non sarà neanche fornita la versione originale, ma soltanto una traduzione inglese, con alcune parole latine o ebraiche sparse qua e là, come sigillo di garanzia.

La diffidenza e il sospetto sono generali. In questo modo infatti lo scritto di Jacopo d'Ancona risulta sottratto a qualsiasi controllo circa la sua autenticità (come il test al carbonio per la pergamena o l'analisi chimica dell'inchiostro) e persino alle consuete verifiche paleografiche o filologiche del testo nella sua versione originale.

E ancora: da dove sbuca fuori il manoscritto dopo 700 anni di latitanza? Dall'archivio della sinagoga di Ancona o Urbino? Ma la comunità smentisce e rende il mistero ancor più fitto rivelando che non è possibile accertare neanche l'esistenza di uno Jacopo d'Ancona fra i mercanti ebrei dell'epoca impegnati in viaggi all'estero. Qualcuno avanza l'ipotesi che il manoscritto - conservato nella biblioteca di Federico da Montefeltro signore d'Urbino - sia stato trafugato durante il trasferimento del fondo in Vaticano nel 1627: ma è soltanto uno sparo nel buio...

Selbourne, per parte sua, si rifiuta di fornire indizi capaci di gettar luce sul mistero, limitandosi a suggerire che la lunga latitanza del manoscritto possa esser dovuta ai violenti attacchi contro le "opre malvagie" dei seguaci di "quell'uom" (cioè di Gesù Cristo) cui Jacopo d'Ancona si era abbandonato, per reazione al clima di persecuzione e discriminazione in quell'epoca orchestrato dalla Chiesa cattolica contro il popolo ebraico. Ma per il resto si rifiuta di discutere con gli scettici; attribuisce il clima di diffidenza che circonda il suo scoop ai "sibili delle vipere accademiche"; e si chiama fuori dal dibattito con queste spavalde parole: "Ho combattuto a lungo con la mia coscienza dinnanzi alla prospettiva di tradurre un manoscritto precluso ad altri studiosi. Ma poi mi sono deciso perchè la sua autenticità è garantita dal contenuto..."

Sergio De Santis, Giornalista e direttore della collana "StoricaMente" per la casa editrice Avverbi