La magnetoterapia, duecento anni di promesse mancate

Cos'è la magnetoterapia? Cosa dovrebbe curare? Quali sono le prove della sua efficacia?

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  • 19-07-2007
  • di Alberto Borraccino
La magnetoterapia o terapia con i magneti è una branca della medicina alternativa che si propone di curare alcune specifiche condizioni patologiche attraverso l'esposizione a un campo magnetico di tipo statico. Le "onde magnetiche" attraversando i tessuti produrrebbero "onde secondarie" capaci di generare calore nei tessuti esposti. Il calore, sostenuto dal campo magnetico, agirebbe rivitalizzando i tessuti e promuovendo la rimozione dei prodotti di "scarto" del metabolismo cellulare, responsabili del dolore o della sofferenza.
L'azione del magnete (o della calamita) impregnerebbe di "influsso magnetico" i tessuti del corpo eccitando e ordinando gli elettroni delle sostanze che compongono i tessuti, ripristinando così l'equilibrio naturale.
L'effetto terapeutico del magnete deriverebbe dall'eccitazione degli atomi di queste sostanze, in special modo l'emoglobina, che contiene atomi di ferro, ossigeno e soprattutto cristalli di "magnetite biogenica", particelle di dimensioni quasi microscopiche dotate di proprietà magnetiche.
Nelle raccomandazioni della maggior parte dei produttori di magneti viene consigliato di applicare un cerotto magnetico sulla zona lesa; altri invece raccomandano di applicare i magneti nei punti critici (trigger) dell'agopuntura.
Cinture dotate di un numero variabile di magneti sono raccomandate per il dolore alla schiena, i braccialetti vengono proposti per il dolore al polso, le collane per il dolore alle cervicali e così via per ogni parte del corpo. Per il mal di testa esistono delle fasce magnetiche da utilizzarsi non appena il dolore insorge e da rimuovere non appena lo stesso dolore svanisce.
Per altri disturbi vengono commercializzati ausili terapeutici di dimensioni e prezzo variabile, ad esempio cuscini o materassini magnetici per favorire l'addormentamento e migliorare la qualità del sonno, ma in commercio, si trovano anche dei curiosi PCD ("Prostate Control Device", apparecchi per il controllo della prostata) che gli uomini possono porre sul sedile dell'auto o sulla seduta della poltrona al fine di evitare i ben noti risvegli notturni che possono insorgere nella mezza età.

Alle origini della magnetoterapia


Il principio secondo cui i magneti potrebbero essere curativi sembra risalire, secondo alcune fonti, al XVIII secolo: il prete gesuita di nome Hell Maximillian (1720-1792) asseriva di essere in grado di curare le persone attraverso l'applicazione di una lastra di ferro magnetizzata. In quello stesso periodo il gesuita incontra Franz Anton Mesmer (1734-1815), un medico tedesco laureatosi a Vienna in medicina e filosofia, il quale, presi a prestito i magneti del gesuita, ne teorizza virtù e potenzialità, una teoria che sarebbe divenuta nota col nome di mesmerismo.
Secondo Mesmer un sottile e impercettibile fluido, che egli chiama magnetismo animale, pervade l'universo e forma un mezzo di connessione tra gli uomini e tra l'uomo, la terra e i corpi celesti. All'interno della teoria del magnetismo animale, l'origine e l'evoluzione delle malattie viene fatta risalire alla distribuzione non omogenea di tale fluido nel corpo. Per trovare la guarigione si sostiene che sia quindi necessario ripristinare l'ordine perturbato facendo interagire oggetti dotati di un loro flusso energetico, ad esempio applicando dei magneti. Nel corso dei suoi studi, che vennero pubblicati in Mémoires sur la découverte du magnétisme animal (Memorie sulla scoperta del magnetismo animale, 1779) Mesmer si convinse che attraverso opportune tecniche si poteva incanalare il fluido e utilizzarlo per scopi terapeutici da individuo a individuo. Nel corso dell'800 le sue teorie vennero smentite dalla comunità scientifica in quanto prive di fondamento e sopratutto inefficaci sul piano terapeutico.
A distanza di circa tre secoli, però a fronte delle conoscenze acquisite sia in ambito clinico, sia nella fisica teorica ed applicata, i magneti, non sembrano aver perso il loro fascino, e soprattutto il loro presunto potere curativo; un editoriale apparso recentemente sul British Medical Journal ha riportato l'attenzione sul tema.

Cosa cura la magnetoterapia?


Il giro di affari che ruota intorno alla vendita di dispositivi magnetici, in tutto il mondo, è stimabile in circa cinque miliardi di euro ogni anno.
Una semplice ricerca sui siti internet italiani utilizzando le parole "terapia" e "magneti" omettendo "risonanza magnetica" consente di ottenere un elenco, di più di 22.000 pagine web, la maggior parte dei quali di proprietà di ditte produttrici. La stessa ricerca condotta sui siti in lingua inglese utilizzando le parole "magnetic" e "healing"conduce a un elenco di circa 1.230.000 pagine.
Da questa ricerca si apprende che i magneti possano curare, mitigare, alleviare ogni sorta di dolore: possono ridurre l'infiammazione locale, possono avere effetto sulle malattie infiammatorie in generale, possono alleviare i dolori artrosici, il gomito del tennista, il dolore alla schiena, possono sollevare dal fastidio dell'emicrania, possono essere efficaci nel risentimento muscolare, nei dolori al collo, alle anche, alle ginocchia, ai piedi, possono aumentare la vascolarizzazione e l'ossigenazione di alcuni distretti corporei e addirittura essere efficaci contro alcune patologie tumorali ( Magneti delle meraviglie).
Le prove a supporto di tanta efficacia sono però piuttosto esigue, in altre parole, la terapia con magneti, sul piano scientifico, non sembra mantenere le sue promesse.
Per comprendere questa affermazione è però doveroso ricostruire il ragionamento in tutta la sua complessità.

Come misurare l'efficacia di un intervento terapeutico


Innanzi tutto è necessario precisare che per efficacia di un intervento sanitario si intende la sua capacità di modificare la normale storia evolutiva di una malattia, intervenendo positivamente sulla condizione in esame. In altre parole, viene definito come efficace quel trattamento o quella terapia capace di aumentare la sopravvivenza dei pazienti trattatati, di ridurre le conseguenze negative legate alla storia evolutiva della malattia in questione oppure di agire positivamente sui sintomi provocati dalla malattia, ad esempio riducendo il dolore.
Per sostenere l'efficacia di una qualunque tecnologia sanitaria è necessario però rispettare i principi ormai condivisi da tutta la comunità scientifica: bisogna produrre prove tangibili della capacità di raggiungere gli obiettivi dichiarati. In campo internazionale questa prova prende il nome di evidenza di efficacia (evidence of effectiveness) e, al di là della discutibile traduzione della parola evidence, permette di sostenere che «sulla base dei risultati della sperimentazione, il trattamento in studio ha dimostrato di saper fare quanto (inizialmente) promesso».
La moderna ricerca clinico-epidemiologica ha contribuito alla definizione degli strumenti metodologici utili a produrre e raccogliere queste prove, con il fine ultimo di combattere una propensione piuttosto dannosa e assai diffusa nel corso della storia della medicina: il convincersi dell'utilità di interventi inefficaci o addirittura dannosi.
Lo "studio clinico randomizzato" (Randomised Controlled Trial, RCT) rappresenta lo strumento più potente che la comunità scientifica abbia mai sviluppato per valutare l'efficacia di una tecnologia sanitaria, o più semplicemente per valutare l'efficacia di una terapia. Si tratta di un esperimento rigoroso capace di rispondere alla maggior parte delle problematiche che possono insorgere nella valutazione di un evento complesso come la guarigione.
Uno studio RCT consente di gestire con metodo e con il maggior rigore possibile quelle questioni, tutte importanti per il processo valutativo, che possono mascherare o illudere intorno ai reali effetti di una terapia.

La prima regola è confrontare


Per sostenere l'efficacia di una terapia è necessario conoscere e paragonare la normale evoluzione clinica della malattia (il suo decorso) con il decorso clinico dei pazienti trattati con la terapia in esame e verificare se la quantità di soggetti guariti è maggiore nel gruppo dei "trattati" oppure nel gruppo dei "non trattati" (gruppo placebo). Il primo scalino da superare è il confronto. L'effetto placebo e la sua importanza in ambito clinico nascono proprio dai primi esperimenti scientifici effettuati utilizzando gruppi a confronto.
La malattia (in inglese disease) e il malessere (in inglese illness) non sono la stesa cosa. La malattia indica l'esistenza oggettivabile di un processo patologico alla base del quale è possibile ma non determinante che vi sia del malessere. Molte patologie, potenzialmente molto gravi, sono spesso asintomatiche. Peraltro non sempre il sentirsi male, ossia la presenza di un malessere, è il risultato di una malattia. Per tale ragione è necessario separare preventivamente i trattamenti efficaci sulla malattia dai trattamenti efficaci sul malessere.
Un noto medico londinese, Richard Asher, sosteneva che il successo di una terapia dipendesse in larga parte dalla convinzione che il medico portava a sostegno dei propri successi e che quello stesso fenomeno era alla base dell'insofferenza mostrata, da zelanti clinici, nei confronti della misurazione di tali successi attraverso statistiche e test di controllo. Secondo Asher il placebo è l'effetto del trattamento che agisce non sulla malattia ma sui fenomeni soggettivi di malessere, quale il dolore, il disagio, la disperazione. Il successo di un placebo, benché tutt'ora avvolto da un inviolabile segreto, è direttamente proporzionale alla volontà del soggetto di essere curato, alla fiducia del clinico nel trattamento proposto e alla capacità di attendere che si compia il corso naturale della condizione che origina il malessere. Oggi sappiamo che, benché Ippocrate avesse teorizzato la necessità di osservare razionalmente i pazienti prendendone in considerazione l'aspetto e i sintomi, le sue cure funzionavano grazie alla capacità dell'organismo di curarsi da solo, amplificate però dall'effetto placebo.
Perché una terapia venga ritenuta efficace nel curare la condizione patologica (malattia) per la quale è stata scelta deve aver dimostrato di essere in grado produrre un effetto superiore a quello generato dal solo effetto placebo. Uno degli equivoci più diffusi nella ricerca medica è proprio quello relativo al rapporto tra dolore ed effetto placebo. La ricerca ha dimostrato che non tutti pazienti trattati sono sensibili all'effetto placebo in egual misura, senza differenze di classe sociale o di intelligenza. Cioè il placebo può produrre o meno un effetto analgesico, senza permetterci di ipotizzare su chi accadrà, così come una ferita può produrre più o meno dolore. Gli esperimenti effettuati sui soldati feriti in battaglia mostrano come questi possano non avere bisogno di un analgesico quando il dolore venga mitigato dalla prospettiva di essere trasferiti in un luogo più sicuro, ad esempio un ospedale o addirittura a casa.

La magnetoterapia e l'effetto placebo


L'effetto placebo, nel caso dei magneti e dei loro impieghi terapeutici è piuttosto controverso e merita qualche parola di approfondimento. Nonostante le innumerevoli pretese terapeutiche, la ricerca scientifica sull'utilizzo dei campi magnetici si è concentrata solo su un numero ristretto di effetti. I migliori studi presenti in letteratura valutano la presunta capacità analgesica dei magneti nelle più disparate condizioni patologiche. Si tratta di studi condotti su gruppi di pazienti trattati con bracciali, con cuscini o con fasce magnetiche e confrontati con gruppi di controllo esposti a placebo. Purtroppo, però, non tutti gli esperimenti condotti sono stati compiuti rispettando il rigore metodologico necessario per discuterne i risultati senza la certezza di cadere in errore, sia nel caso di un successo che di fronte ad un insuccesso.

La necessità di compiere studi in cieco


Le principali difficoltà nella pianificazione di uno studio per la valutazione dell'efficacia terapeutica di un presidio sanitario, in questo caso dei magneti, consiste nel creare un gruppo di confronto adeguato rispettando il principio della cecità.
La cecità in un RCT è attualmente il metodo migliore per garantire qualsiasi interferenza consapevole o meno da parte del rilevatore (singolo cieco) il quale non conosce il tipo di trattamento di quel dato paziente, e dello stesso paziente (doppio cieco). Il paziente sapendo di partecipare a un trial scientifico può lasciarsi influenzare, volontariamente o meno, dalla maggiore o minore fiducia nel trattamento in studio.
Nel caso di un RCT in doppio cieco la cecità è possibile quando sia il medico che i due gruppi in studio, il gruppo dei trattati e il gruppo di controllo, ricevono trattamenti diversi nel principio attivo ma assolutamente indistinguibili nella forma (ad esempio due farmaci confezionati nello stesso modo, con lo stesso sapore).
Il rispetto della cecità negli studi effettuati sui magneti è particolarmente difficile in quanto i pazienti possono facilmente capire in quale dei due gruppi sono capitati, se quello dei trattati con un magnete reale oppure nel gruppo dei trattati con un placebo.
In uno studio sulla valutazione dell'efficacia di braccialetti magnetici per il controllo del dolore alle anche e alle ginocchia in pazienti affetti da osteoartrite, pubblicato nel 2004 sul British Medical Journal, veniva riportato un significativo miglioramento della sintomatologia nel gruppo dei pazienti trattati con i magneti. I due trattamenti però non garantivano la cecità in quanto i pazienti trattati con i magneti potevano percepire l'attrazione esercitata dai loro braccialetti verso ogni tipo di materiale ferromagnetico, come ad esempio un mazzo di chiavi.
Un altro studio condotto su un gruppo di pazienti affetti da fibromialgia dichiarava di non aver garantito la cecità in quanto il gruppo dei trattati aveva in qualche modo identificato i materassini magnetici.
In un altro studio del 2002, per la valutazione dell'efficacia di braccialetti magnetici nella riduzione del dolore da sindrome del tunnel carpale, in cui veniva assicurato il principio di cecità, non si sono osservate differenze significative nel gruppo dei trattati con braccialetti magnetici rispetto al gruppo dei braccialetti placebo.
La letteratura internazionale, nonostante le straordinarie promesse curative, come dicevamo, non è affatto rassicurante sulla reale efficacia terapeutica dei magneti:
a) la maggior parte degli esperimenti pubblicati, come già accennato, non è valutabile, in quanto condotti senza il dovuto rigore metodologico;
b) la quasi totalità degli studi valutabili ha fallito nel rispettare il principio di cecità o altri importanti criteri metodologici;
c) i pochi studi che hanno dimostrato una qualche efficacia, quando non compromessi da un evidente conflitto di interessi, sono stati condotti solo come studi preliminari, quindi inadeguati per parlare di efficacia.
L'articolo di Finegold e Flamm apparso sul BMJ ha suscitato un notevole clamore nei giorni seguenti la sua pubblicazione, soprattutto al di fuori della letteratura scientifica. Numerosi autori hanno tentato di mettere in discussione il punto di vista degli autori critico nei confronti delle promesse della magnetoterapia, ognuno portando le proprie singolari evidenze, dalla capacità dei magneti di migliorare la qualità di un vino da tavola scadente, alla capacità di curare malattie traumatiche nella specie equina.
I magneti sono stati utilizzati, e vengono tutt'ora utilizzati, da sedicenti terapeuti su un gran numero di persone, senza alcuna valutazione oggettiva. È verosimile credere che nel mondo un numero imprecisato di individui abbia comprato, provato e successivamente abbandonato un oggetto magnetico senza probabilmente aver ottenuto nulla di più che un nuovo monile.
Qualunque profano a questo punto potrebbe, a ragione, domandarsi come mai la letteratura abbia dedicato tanto spazio a un oggetto che in ogni caso non può nuocere in alcun modo, proprio perché incapace di interagire con la materia organica.
Per questa ragione ci preme sottolineare alcuni punti fermi intorno alla questione:
a) la fisica sul magnetismo è profondamente conosciuta e non sembra esserci spazio per una qualsiasi plausibilità biologica intorno alle capacità curative di un magnete ( Magnetoterapia: bocciata in fisica);
b) non esistono prove convincenti che un campo magnetico statico di qualunque intensità possa avere un qualunque effetto sui tessuti umani;
c) il campo magnetico più potente disponibile nella quotidianità è quello prodotto dalla risonanza magnetica, oltre 100 milioni di persone ne sono state esposte, senza che venissero mai riportati né effetti avversi (con la sola eccezione della claustrofobia) e nemmeno effetti in qualche modo terapeutici.
Il solo fatto che una terapia non crei alcun ulteriore danno, però, non è una ragione valida per accettarne l'uso. La vendita di strumenti (terapeutici o meno) che non consentano di ottenere i risultati promessi rientra tra le «attività disoneste che prevedono un uso scorretto di beni o di sistemi miranti a fruttare guadagni di carattere finanziario», si configura quindi come frode.
La FDA (Food and Drug Administration) ha dichiarato illegale il commercio di magneti a scopi terapeutici già nel marzo del 2000.
Però, senza dover per forza porre la questione in questi termini, è importante riflettere sui danni che possono essere associati all'utilizzo di un presidio terapeutico di dubbia o nulla efficacia.
Il danno più evidente è quello di natura economica: in un rapporto costi-benefici nella valutazione della terapia con i magneti, i costi sono sicuramente maggiori dei benefici. Infatti, il denaro che ruota intorno alla vendita di magneti sottrae risorse che potrebbero altrimenti essere spese in presidi terapeutici di provata efficacia (evidence based). Quel denaro potrebbe essere investito nella ricerca scientifica, e non essere speso per cercare una prova di efficacia che ne giustifichi le pretese.
Il danno più importante, però, è il reale danno sulla salute, ed è purtroppo il meno evidente. Se è vero che i magneti in quanto tali non possono nuocere, possono però essere responsabili del ritardo nella diagnosi di una nuova malattia, e del suo mancato trattamento in una condizione patologica già nota.
La scelta di trattare un sintomo specifico, quale ad esempio il dolore, viene di solito effettuata in regime di autoterapia. Il tempo (e non il denaro) dedicato a un trattamento inefficace determina un inevitabile ritardo nel processo diagnostico, con il rischio di lasciare alla malattia il tempo per aggravarsi. Questo, da solo, può comportare un aumento del carico per il sistema di diagnosi e cura, sia nei costi e sia nelle risorse investite, ma può essere responsabile anche dell'aggravio per il paziente, della sua qualità di vita prima, e del rischio di complicanze poi.
Se si considera poi che Internet rappresenta una tra le fonti informative più importanti per la popolazione generale, e che non pochi siti web dichiarano strabilianti successi a fronte di una spesa accessibile alla maggior parte delle persone, si comprende facilmente che gli effetti possono essere assai drammatici, soprattutto quando le promesse di guarigione riguardano patologie importanti come il cancro.
La ricerca scientifica ha il pregio, talvolta, di non voler necessariamente comprendere il meccanismo che sta alla base di un fenomeno, ma di sapersi accontentare degli effetti che questo meccanismo produce. Al di là della plausibilità biologica e delle teorie fino a oggi sviluppate, se è la guarigione che ci attende, allora è quella la prova più importante di cui dovremmo disporre. Le pretese più grandi devono essere supportate da prove altrettanto grandi. La magnetoterapia, così come la maggior parte delle pratiche della medicina alternativa è ancora ferma alle grandi promesse.

Alberto Borraccino
Ricercatore Dipartimento di Sanità Pubblica,
Università degli Studi di Torino

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