Un drago nelle paludi romane del 1691?

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  • 25-07-2013
  • di Roberto Labanti
L’ingegnere Cornelis Jansz Meijer, nato nel 1629 ad Amsterdam, nella Repubblica delle Sette Provincie Unite, era giunto a Venezia nel 1674 ed era stato chiamato l’anno successivo a Roma dalla Camera Apostolica, organo finanziario pontificio, per purificare e rendere navigabile il Tevere. Il progetto rimase tale, ma Meijer finì per stabilirsi nella capitale dello Stato della Chiesa fino alla morte, avvenuta nell’agosto del 1701. Qui, dopo avere adottato il più semplice nome di Cornelio Meyer, si integrò nell’ambiente culturale della “repubblica delle lettere” italiana, entrando a far parte dell’Accademia Fisico-matematica che si riuniva prima nella casa del suo fondatore, il prelato Giovanni Giustino Ciampini (1633-1698) alle spalle di Piazza Navona, in via dell’Anima, poi, dal 1689 nel Palazzo della Cancelleria presso il giovane cardinale Pietro Ottoboni (1667-1740), mecenate delle arti. L’Accademia diventò per l’olandese il luogo ove presentare “discorsi” su temi naturalistici e ingegneristici come quello sulle comete che tenne nel 1682.
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©http://palaeo-electronica.org
All’interno di una strategia di auto-promozione (alla quale non era disgiunta l’intenzione di avere la meglio sugli architetti “italiani” della Corte pontificia, che, poco felici del concorrente straniero, lo ostacolavano in ogni modo) diede alle stampe diversi volumi decorati da magnifiche immagini con descritti invenzioni, progetti e osservazioni scientifiche. Fra questi, nel 1696, apparve presso la stamperia del boemo Giovanni Giacomo Komarek quello intitolato Nuovi ritrovamenti divisi in due parti (ma ne venne pubblicata la sola prima parte). Nel frontespizio, al di sotto del titolo, un’illustrazione anonima rappresenta un drago con un corno, alato e a due zampe. In testa all’immagine, una didascalia dichiara che si tratta del «Drago come viveva il primo di Decembre 1691 nelle paludi fuori di Roma». Sullo sfondo, appare quello che dovrebbe essere il Tevere e un ponte, forse Ponte Milvio (all’epoca nell’agro romano a nord della città). Nel testo, una raccolta di interventi su vari argomenti, non si accenna all’animale. Solo nell’ultima pagina, una doppia illustrazione altrettanto anonima torna sulla questione: il disegno del «Drago come è stato morto» (una diversa versione del drago in frontespizio, questa volta visto di lato e sempre con il ponte sullo sfondo) è seguito da quello del «Drago come si ritrova nelle mani dell’Ingegniero Cornelio Meyer» (riproduzione di quello che doveva essere un montaggio da esposizione dei resti dell’animale, con lo scheletro visibile nella parte centrale del corpo). Nulla di più[1].
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Negli ultimi anni, alcuni creazionisti sostenitori della credenza religiosa in una “Terra giovane” hanno trasformato le incisioni di Meyer in una prova della coesistenza fra uomini e dinosauri, arrivando anche a identificare il drago come un esemplare di Scaphognathus crassirostris, uno pterosauro del Giurassico superiore per via della lunga coda, delle ali e del corno, da interpretare come una cresta. Per questa ragione, Phil Senter, professore associato di biologia presso la statunitense Fayetteville State University della North Carolina, e una sua studentessa, Pondanesa Wilkins, hanno ritenuto necessario pubblicare lo scorso gennaio uno studio sulla rivista elettronica “Palaeontologia Electronica” in cui, dopo aver esaminato in particolare la terza immagine, concludono che il drago piuttosto che uno pterosauro sia in realtà un artefatto: il cranio sarebbe quello di un cane, così come la mandibola, proveniente però da un esemplare più piccolo; la gabbia toracica proverrebbe da una qualche specie di pesce osseo di larghe dimensioni, mentre le vertebre toraciche sarebbero forse quelle di un castoro; gli arti, infine, quelli di un giovane orso. Il tutto montato con l’aggiunta di false ali, coda, becco e corno[2].
Gli autori avanzano l’ipotesi che lo stesso Meyer abbia commissionato il falso per rispondere ai rumor sull’esistenza di un drago che stavano circolando in seguito a un nuovo progetto idraulico vicino a Roma: Meyer avrebbe scelto di assecondare la popolazione «fornendo la prova visiva che la loro fonte di preoccupazione era stata sconfitta». Ipotesi assai suggestiva, ma debole, poiché allo stato attuale si basa sostanzialmente su due fraintendimenti sfuggiti anche ai revisori anonimi della rivista che sarà il caso qui di segnalare. Il primo di questi è meramente linguistico: gli autori ritengono che Meyer affermi di avere lui recuperato i resti dell’animale («that he had recovered the corpse of the beast»), mentre, come abbiamo visto, la didascalia dell’ultima immagine semplicemente dichiara che questa rappresentava il drago come era allora («come si ritrova») nelle mani dell’olandese.
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Il secondo fraintendimento è invece più complesso: per documentare l’esistenza di un rumor in merito nella Roma del 1691, Senter e Wilkins si rifanno a quanto avrebbe scritto «l’autore tedesco George Kirchmeyer nella prefazione del suo libro del 1691 On the Dragon» e cioè che «il 16 ottobre di quest’anno (1691) giunsero notizie da Roma che un serpente volante era stato ucciso da un cacciatore»; sempre secondo i due studiosi, più avanti nel libro Kirchmeyer avrebbe invece descritto una storia similare avvenuta nella campagna romana relativa però al 1660. Il racconto del 1660 sarebbe quindi tornato vivo nel 1691, proprio in corrispondenza con il drago descritto da Meyer. Purtroppo però non esiste nessun libro del retore tedesco Georg Kaspar Kirchmayer (o Kirchmeyer, 1635-1700), con un titolo simile a Sui dragoni pubblicato nel 1691. I due ricercatori statunitensi utilizzano infatti una traduzione inglese, che appare in un’opera collettanea ottocentesca curata dallo scozzese Edmund Goldsmid, della Disputationum zoologicarum, opera latina apparsa per la prima volta a Wittenberg nel 1661 che raccoglieva una serie di dispute dirette da Kirchmayer. Fra queste c’era anche la “Disputatio V” De Dracone, discussa da Andreas Christoph Muller il 12 dicembre dell’anno precedente, contenente i passaggi citati, basati presumibilmente sulla versione tedesca di una gazzetta o di un foglio volante di cui abbiamo testimonianza mediata anche altrove. Purtroppo, in alcuni punti della propria traduzione, Goldsmid invertì il 1661 con il 1691, facendo così cadere in errore Senter e Wilkins. Viene così a cadere ogni rapporto diretto fra questa narrazione e il drago di Meyer[3].
Pur con questi limiti, l’articolo riesce a chiarire la natura dell’insolito oggetto rappresentato nell’opera dell’ingegnere olandese. Rimangono oscuri, invece, altri punti: la storia che sottende, come l’oggetto sia giunto nelle mani di Meyer nell’ipotesi che non ne sia stato l’artefice e che fine abbia fatto. Infine, si permetta di avanzare un suggerimento per future ricerche: è forse possibile che qualche informazione aggiuntiva sulle vicende del drago romano del 1691 si nasconda fra le carte sopravvissute dell’Accademia Fisico-matematica?

Note


1) Meyer, C. 1696. Nuoui ritrouamenti diuisi in due parti. Roma: Nella stamperia di Go. Giacomo Komarek Boemo alla Fontana di treui.
2) Senter, P. & Wilkins, P. D. 2013. Late-surviving pterosaur? Investigation of a claim of a late-surviving pterosaur and exposure of a taxidermic hoax: the case of Cornelius Meyer’s dragon. “Palaeontologia Electronica”, 16.1.6A, disponibile all’url http://palaeo-electronica.org/content/2013/384-late-surviving-pterosaur.
3) Kirchmayer, G. 1661. Disputationum zoologicarum. Wittebergae: Bergerus; Goldsmid, E. 1886. Un-natural history. Edinburgh: pubblicazione privata.