L'allegra storia della Tarasca e di Santa Marta domatrice

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  • 17-07-2018
  • di Lisa Signorile
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Il terrore di qualcosa che arriva da fuori, distrugge i nostri beni, divora i nostri figli e trasforma la nostra esistenza è intrinseco nella nostra specie. Fa parte di un tratto probabilmente selezionato dall’evoluzione, quando bisognava stare all’erta che non arrivasse un gruppo di guerrieri di un altro clan a razziare, o un orso delle caverne, o un branco di lupi. È un terrore così forte da essere stato razionalizzato in mostri di fantasia che si ispirano a creature reali: creature strane, brutte o poco note che erano il capro espiatorio perfetto, il mostro a cui dare la colpa di tutto. Parallelamente, era necessario trovare un eroe che uccidesse o sottomettesse il mostro, una figura catartica per alleviare ansie e paure.

Il cercatore pigro di criptocreature mostruose, se vuole vita facile, non deve dunque fare altro che spulciare la letteratura medioevale, una collezione quasi infinita di mostri a cui dar la colpa di tutto. Una fascinazione insalubre, in cui la curiosità morbosa si accompagnava spesso al desiderio di distruzione dello sconosciuto o dell’incompreso. A pensarci bene, l’umanità non è cambiata molto nelle ultime migliaia di anni, ma questa è un’altra storia.

Una delle migliori collezioni di mostri medioevali, per strano che possa sembrare, non sono i bestiari, che a volte hanno un tono scettico, ma le agiografie. Chi meglio di un inviato di Dio per sconfiggere le nostre paure più profonde? San Giorgio contro i draghi, San Patrizio contro qualunque rettile, San Pietro contro lo Scultone, San Gottardo contro il basilisco, san Francesco contro il lupo, e così via. Insolitamente, anche le donne a volte avevano un ruolo contro i mostri. Un ruolo di domatrice, più che di guerriero, che è rimasto sino ai giorni nostri. Occorre una fanciulla per domare gli unicorni, King Kong e la Bestia de La Bella e la Bestia, perché tutti i mostri hanno il loro velo di umanità, al contrario di chi li vuole uccidere a sangue freddo.

Tra le domatrici di mostri spicca Santa Marta di Betania, la sorella di Lazzaro, quello di “alzati e cammina” del Vangelo, che dalla Galilea compare improvvisamente nella Francia medioevale per salvare i provenzali da un tartarugone assassino, la Tarasca. La storia viene narrata da Jacopo da Varagine (1230-1298), vescovo di Genova e compilatore della Legenda Aurea, una collezione di agiografie che risultò il best-seller del XIV secolo, passando persino la Bibbia come numero di copie vendute, anzi, miniate, e tutt’oggi ne esistono ancora un migliaio di manoscritti. La storia è questa, cortesemente tradotta dal latino da Anna Rita Longo:

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Tarasca ©Wikimedia
Santa Marta era molto eloquente e gentile verso tutti. A quel tempo sul Rodano in un bosco tra Arles e Avignone c’era un drago, per metà animale e per metà pesce, più grosso di un bue, più lungo di un cavallo, che aveva i denti acuti come una spada, munito di due scudi da ambo le parti, che nascondendosi nel fiume uccideva tutti quelli che lo attraversavano e sommergeva le navi. Era venuto attraverso il mare dalla Galazia dell’Asia [...]. Avvicinatasi al quale Marta, chiamata dalla gente e trovandolo nel bosco nell’atto di divorare un uomo, gettò su di lui dell’acqua benedetta e gli mostrò una croce. E lui, subito sconfitto, rimanendo docile come una pecora, viene legato da santa Marta con la sua cintura e viene ucciso sul posto dalla gente con lance e pietre. Il drago era chiamato dagli abitanti Tarasco e in suo ricordo quel posto si chiama ancora Tarascona.

Quindi la santa eloquente e gentile contribuì al pubblico linciaggio di una creatura ammansita e resa innocua. Figuriamoci gli altri. In ogni caso gli abitanti si convertirono al cristianesimo e la città di Nerluc prese il nome di Tarascona. Santa Marta sembra sia arrivata da Arles in barca, tutta vestita di bianco, con una cintura che rappresentava il suo stato virginale, mentre era in fuga da persecuzioni nel suo paese. Qual momento migliore se non quando tutti erano terrorizzati dalla Tarasca?

La storia ha indubbiamente i classici elementi stereotipati di lotta contro il drago cattivo e alloctono, rappresentazione simbolica del male, ma contiene degli interessanti elementi di novità che fanno pensare a una base reale sotto la leggenda. Innanzi tutto, secondo la tradizione popolare, la Tarasca è femmina, e infatti mangia uomini di passaggio nella marcita invece di fanciulle vergini. In secondo luogo nessun drago ha l’aspetto complessivo di una tartaruga chimerica: due scudi, ovvero il guscio e il piastrone, anfibia, denti “acuti come corni”, esattamente come il becco di una tartaruga, e grandi dimensioni. Aggiunte successive le attribuiscono sei zampe corte, una coda munita di squame e una testa di leone. La tarasca dello stemma araldico di Tarascona ha inoltre il guscio spinoso, che la fa assomigliare in modo impressionante a una tartaruga alligatore (Macrochelystemminckii), un bestione da oltre un quintale che però vive nei fiumi americani e quindi è del tutto fuori posto nel sud della Francia medioevale. Osservando le raffigurazioni medioevali della Tarasca si evincono molto bene le squame dello scudo, ma non è ancora presente nessun aculeo, quindi per fortuna possiamo escludere le tartarughe alligatore dal range dei candidati alla base della storia della Tarasca. Ciò detto, una Chelydra serpentina, una tartaruga azzannatrice nord americana, venne trovata nel Rodano nel 2015.

Possiamo dunque risalire a un animale che abbia dato origine alla leggenda? Non è semplicissimo, innanzitutto perché la zona di Tarascona è stata abitata sin dall’età del bronzo, e sono ancora presenti miti precristiani nella tradizione popolare della città. In secondo luogo perché ci sono state molte aggiunte successive alla storia: nel 1461 René d’Anjoux creò una festa popolare che portava in processione la Tarasca nel giorno di santa Marta, il 29 luglio, per darle la colpa di inondazioni, rotture di argini e tutto quello che accadeva nella zona collegato all’acqua. Questo molto probabilmente contribuì alle aggiunte “estetiche”, tipo la testa di leone e le spicole, e ad alterazioni della storia originale, tipo la capacità di sputare fiamme (per giustificare i petardi). Sembra infatti che l’effige della Tarasca, nel cui interno c’erano cinque persone, piombasse addosso alla folla ammassata rompendo ossa tra l’ilarità generale. Ognuno si diverte come può.

Esaminiamo gli elementi a disposizione. Sappiamo che in un bosco nei pressi del Rodano, o in una zona paludosa nelle vicinanze, arrivò un mostro anfibio dal Mediterraneo, in un momento imprecisato tra l’età del bronzo e il medioevo. Nella zona sono presenti due specie di tartaruga, la tartaruga palustre europea Emysorbicularis e la tartaruga terrestre Testudo hermanni, la prima lunga sino a 38 cm e la seconda sino a 28. Le escluderei. Il Rodano tuttavia è sempre stato un perfetto canale di comunicazione tra il Mediterraneo e l’entroterra della Francia. Nel Mediterraneo ci sono tre specie di tartaruga marina: la tartaruga verde, la tartaruga comune e la gigantesca, e oggigiorno rara, tartaruga liuto. Tutte e tre le specie di solito nidificano sulle spiagge in riva al mare, ma a volte negli estuari entrano addirittura le balene: non è difficile pensare a una tartaruga che per errore possa aver risalito un grande fiume e sia rimasta intrappolata in un’ansa per qualunque motivo. Specialmente una tartaruga liuto lunga oltre due metri e dal carapace dotato di costolature sarebbe uno spettacolo impressionante per chiunque, e l’assenza di un guscio osseo renderebbe il “mostro” facile da uccidere, per poi vantarsene e creare la leggenda.

Se questo non fosse abbastanza convincente, c’è una spiegazione alternativa. Nel 1844 il paleontologo Auguste Bravard trovò a Bournoncle-Saint-Pierre in Alvergna il guscio di una tartaruga vissuta nell’Oligocene, 30 milioni di anni fa, perfettamente preservato e lungo circa 75 cm. Una recente analisi del guscio ha permesso di descrivere una nuova specie di tartaruga estinta, chiamandola, non a caso, Taraschelongigas. È possibile che qualcuno a Tarascona abbia ritrovato, nel medioevo, un simile fossile, da cui far fiorire la leggenda?

Probabilmente non lo sapremo mai. Quello che sappiamo però è che la storia della Tarasca, per buffa che sia, è presa molto seriamente nelle terre occitane. Tanto che il 25 novembre 2005 l’Unesco ha incluso la Tarasca nella lista del patrimonio orale e intangibile dell’umanità.