Draghi Italiani parte I: Il drago dei Nuraghi

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  • 18-08-2016
  • di Lisa Signorile
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Voragine di Golgo (Su Sterru). Unukorno ©Wikipedia
In Italia ci sono numerose leggende sui draghi, fondamentalmente tutte variazioni sullo stesso tema, che incorpora elementi del basilisco come lo sguardo velenoso e/o pietrificante, un appetito insaziabile e un luogo nelle profondità della terra come un pozzo o una caverna. A differenza però di altri paesi come le isole Britanniche, dove San Giorgio e San Patrizio sarebbero da soli responsabili di una strage di rettili perché lavorano su scala nazionale, in Italia le storie sui santi e gli eroi ammazzadraghi sono tutte localizzate in piccoli comuni.

Uno di questi è Baunei, un paesino di 3000 abitanti in provincia di Nuoro, sul versante centro-orientale della Sardegna che in passato, secondo la leggenda, sarebbe stato infestato da un drago chiamato Scultone. Come molti draghi, anche questo era ghiotto di giovani donne vergini, che gli venivano date in tributo per evitare che divorasse gli altri abitanti del paese, soprattutto gli uomini, ma anche le bestie, evidentemente considerate più utili delle giovani vergini, e i raccolti. La leggenda non dice da dove provenisse il drago, ma si intuisce sia apparso all’improvviso. Per fortuna un giorno passò da Baunei l’apostolo Pietro, che evidentemente aveva anche lui imparato a camminare sulle acque: la leggenda non spiega perché proprio San Pietro, un po’ se lo chiedono anche gli abitanti della zona, ma ci va bene così per ora.

Non abbiamo descrizioni accurate dello Scultone, perché di solito chi vedeva il mostro non tornava a raccontarlo a causa delle sue caratteristiche da basilisco, ovvero il suo fiato velenoso e soprattutto la capacità di pietrificare con lo sguardo. Secondo alcune versioni sarebbe serpentiforme, secondo altre più varaniforme, secondo altre ancora aveva sette teste di cui la centrale portava una croce o corona di cristallo, ma sappiamo che aveva scaglie ed era un rettile. La versione con la croce sulla testa penso sia mutuata direttamente dal basilisco, diademato pure lui, secondo Plinio.

In ogni caso San Pietro, che aveva letto i classici e sapeva come si affronta una creatura che pietrifica con lo sguardo, commosso dalle richieste di aiuto dei contadini decise di incamminarsi verso il Golgo, l’altopiano a una decina di chilometri da Baunei dove risiedeva lo Scultone, per uccidere il mostro. Armato di specchio come Perseo contro la Gorgone, San Pietro si limitò a guardare l’immagine riflessa dello Scultone anzichè l’originale e vanificarne lo sguardo pietrificante riflettendolo verso il mittente, in modo da stordirlo. Oggi avrebbe usato la fotocamera di un tablet, e magari si sarebbe anche fatto una selfie. Dopodiché, preso il mostro per la coda, lo sbattè ripetutamente per terra con l’abile movimento rotatorio che si adopera per ammazzare i ratti. Quando il mostro toccò terra, per il suo peso si aprì una voragine profondissima, dove il corpo del mostro precipitò per sempre, inghiottito dalle viscere della terra. Grati al santo, gli abitanti della zona nel XVI secolo eressero la chiesetta rupestre di San Pietro in Golgo per ricordare l’evento.

La voragine esiste davvero, è la voragine di origine carsica di Su Sterru, la più profonda d’Europa con i suoi 280 m, un pozzo “senza fondo” circondato di nuraghi posti intorno all’altopiano: fortificazioni necessarie nell’età del bronzo per proteggere una zona umida creata da pozze basaltiche denominate “As Piscinas”, riserve idriche importantissime in una terra genericamente arida.

Nei pressi della chiesetta si trova un betile, un piccolo monolito in basalto, su cui è scolpito un viso umano, un’opera unica e insolita in Sardegna; vi è inoltre, seminascosta, una roccia basaltica dalle sembianze umane, che ricorda un mohai se la pareidolia è il nostro forte. Queste due opere litiche potrebbero aver corroborato la leggenda dello sguardo che trasforma in pietra, mutuandolo dal basilisco.

Più difficile è invece capire se la leggenda dello Scultone ha una base zoologica. La Sardegna, come tutti gli ecosistemi insulari mediterranei, tende piuttosto a forme di nanismo che di gigantismo e i rettili che vi si trovano sono relativamente piccoli. La lucertola di Bedriaga (Archaeolacerta bedriagae) è lo squamato più grande, un lucertolone nero endemico di Corsica e Sardegna che si presterebbe bene a impersonare lo Scultone, se non fosse lungo al massimo 30 cm coda inclusa. Tra i serpenti il biacco e il colubro ferro di cavallo difficilmente superano il metro e mezzo, il saettone non è molto più grande, le due specie di biscia non arrivano al metro. Non ci sono rettili velenosi. Cos’è allora lo Scultone? Una spiegazione c’è, ma è solo un’ipotesi.

Nel Miocene, sino a 5 milioni di anni fa, la Sardegna era tutta palude ed era popolata, tra gli altri, da un grosso coccodrillo, il Tomistoma Calaritanus. Di questo animale furono trovati i resti fossili a Cagliari nel 1868, tra cui il cranio, ben armato di denti, perfettamente conservato. Denti di coccodrillo sono stati trovati anche in altre parti della Sardegna. Se i coccodrilli non piacciono, c’è l’imbarazzo della scelta. Nel 2011 ad Alghero furono scoperti i resti fossili del rettile mammalomorfo Cotylorhyncus (un cugino del rettile da cui derivarono i mammiferi), un bestione di 4 metri, pesante oltre una tonnellata, risalente al Permiano e dall’aspetto poco rassicurante, vagamente simile a un ippopotamo obeso con la testa piccola e la coda da rettile. Non si può quindi escludere che il ritrovamento di un rettile fossile anche sul Golgo abbia stimolato la fantasia, e “riportato in vita” nella leggenda un animale estinto da milioni di anni, intrecciando la storia con elementi presi a prestito da viaggiatori che raccontavano di draghi e basilischi presenti sul continente.
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Fossile di Tomistoma calaritanus. Ghedoghedo ©Wikipedia


Gli scambi commerciali tra Genova e la Sardegna sono sempre stati intensi e guarda un po’, cercando bene salta fuori che anche Genova ha il suo drago e il suo santo ammazzadraghi. Narra Jacopo da Varagine, vescovo di Genova nel XIII secolo, che nel IV secolo d.C. in fondo a un pozzo profondo (ehilà!) viveva un basilisco, che appestava la città di Genova col suo fiato. L’allora vescovo della città era San Siro (un omonimo di quello dello stadio, che prende il nome da San Siro alla Vepra, mentre quello di Genova è San Siro di Struppa). Per farla breve, San Siro era un santo animalista, al contrario di San Pietro, e dopo aver pregato per tre giorni si recò al pozzo, che si trovava tra via Fossatello e via S. Siro, vi calò un secchio con una lunga corda, parlò al mostro per convincerlo a entrare nel secchio, issò su l’animale e gli impose, senza fargli del male, di andarsi a buttare in mare. Questi docilmente obbedì, probabilmente perché non c’era più pace nel vicolo, incamminandosi lungo una stradina chiamata “vico del Basilisco”, sparì tra i flutti e non fu più rivisto. Il basilisco pare sia una metafora dell’eresia ariana che San Siro contribuì a combattere, ma evidentemente sapeva nuotare e giunse sino in Sardegna.

Da qualche parte a Genova c’è un’iscrizione commemorativa della cacciata del basilisco risalente al 1580. Pare sia in Vico San Pietro (ehilà!) della Porta. La chiesetta di San Pietro in Golgo è anche del XVI secolo.

Pensare a un parallelismo tra le due storie è un azzardo, in mancanza di documenti, ma la presenza di scambi culturali via mare rende l’ipotesi non del tutto campata in aria: un viaggiatore genovese potrebbe aver sentito la storia del basilisco in via San Pietro quando fu eretta la targa, alla fine del ‘500, avrebbe potuto raccontare la storia nell’Ogliastra, dove la presenza di manufatti lapidei antropomorfi e magari qualche bel fossile ora scomparso avrebbe fatto fare due più due e generare la leggenda dello Scultone.

Questo, o un’epidemia di segale cornuta, se vogliamo pensare che ogni leggenda ha un fondo di verità.