Bizzarri culti religiosi a Roma

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  • 13-02-2014
  • di Paola Dassori
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Negli anni ’50, a Roma, esistevano numerose sette religiose semi-clandestine, che si distinguevano per i nomi fantasiosi: i Kremmerziani, gli Ocssini, gli Ultrafani, i Basilioni, e così via.
I Kremmerziani o Ermetico-Alchemici avevano la chimica come religione. Il neofita che voleva essere accolto da loro doveva sottoporsi a due anni di rigorosa iniziazione, partecipando a delle riunioni in una casa in zona Tuscolana, nelle quali venivano insegnati i rudimenti dell’alchimia; doveva imparare non solo i simboli, ma anche le reazioni, nel loro aspetto usuale e in quello “ermetico”; doveva superare, infine, il “pregiudizio di tempo e di spazio”, ossia divenire un individuo al di fuori del tempo e dello spazio (nientemeno!). Per giungere a tanto egli doveva tra l’altro recitare, in tutti i momenti liberi della giornata, una formula che lo avrebbe portato alla follia oppure alla perfezione, che iniziava così: «Mi trovo in terra e in cielo, al buio e alla luce, qui e altrove, all’asciutto e all’umido...».
Dopo due anni, sempre che non fosse ammattito, il neofita veniva ammesso nella setta, non prima, però, di aver superato delle prove di coraggio piuttosto spinte che, forse, erano alla base di certe morti misteriose che nonostante le indagini sono rimaste avvolte nel mistero.
Altra bizzarra setta era quella degli Ocssini (che prendevano il nome dalla sigla Ordine Cercatori di Se Stessi). Essi basavano le proprie convinzioni su una fenomenologia a carattere spiritico. Gli Ocss erano divisi in tre gruppi, i quali tenevano dei convegni e delle sedute. Il loro credo stava scritto sul frontone triangolare del loro tempio, che a quanto dicevano si trovava «a sud della via comune, quasi nascosto in un boschetto di acacie e di rose». Dove si trovasse questo bel posto, lo sapevano ovviamente solo loro...
Le sedute si tenevano due giorni la settimana dopo il tramonto. A tali sedute intervenivano fratelli Ocssini disincarnati del «vicino piano blu» e qualcuno del «piano azzurro», che davano a quelli ancora «prigionieri della carne» degli ammaestramenti spirituali. I più evoluti riuscivano addirittura a far sì che le loro anime abbandonassero il corpo, andando a trovare gli altri fratelli. Quando ciò accadeva, si provava innanzi tutto una sensazione di freddo, quindi ci si sentiva leggeri e afferrati da un senso di paura nel sentirsi proiettati nello spazio attraversando muri, tetti e fili dell’alta tensione senza fatica né danno.
Gli Ultrafani, i più numerosi, erano guidati da un professionista piemontese. L’Ultrafania raccoglieva uomini di diversa fede quali cattolici, valdesi e numerosissimi ebrei, perché il credo ultrafanico affermava che si può servire Dio anche aderendo a qualsiasi altro credo religioso. La “luce” giunge all’uomo attraverso un “prisma” che ne dissocia i componenti facendoli apparire agli individui come tante unità distinte (qualsiasi cosa questo voglia dire).
Gli Ultrafani ricevevano direttamente dai cieli superiori i loro dogmi. Il fenomeno si verificava nel corso di particolari sedute in una villa di Via Nomentana. Tutti si raccoglievano attorno ad una donna in tunica bianca, chiamata “mezzo”, la quale mentre gli altri salmodiavano e piangevano copiosamente, cadeva in trance e parlava. Cosa diceva? Ecco un brevissimo brano di un messaggio ultrafanico: «Parlo a voi vinti, a voi umiliati, a voi incompresi, a voi che non capite e vi ribellate, a voi che piangete; gloriatevi del vostro tormento, che è voluto da voi, per la conquista di un migliore avvenire». Infatti una delle teorie ultrafaniche era che gli uomini scelgono da sé, prima di nascere, in uno stadio di lucidità astrale, le sofferenze che dovranno affliggerli in questa valle di lacrime. Ci si potrebbe allora chiedere: già che c’erano, perché non scegliersi anche qualche gioia, qualche successo...?
Ultima, ma non meno interessante, la setta dei Basilioni. Il capo era un portinaio di nome Basilio, reduce non dalle Crociate, ma dal manicomio. Il buon vecchio diceva di parlare ogni giorno al Padreterno, cosa che di per sé non era strana considerando i suoi trascorsi, ma il fatto sconcertante è che vi fosse della gente la quale credeva in lui al punto di inginocchiarglisi davanti. La folla degli adepti era prevalentemente formata da donne che portavano al taumaturgo i figli sofferenti. Basilio imponeva le mani sul capo degli infermi e biascicava preghiere; s’interrompeva soltanto per ragioni professionali, quando qualcuno gli domandava se era arrivata la posta oppure a che piano abitava un inquilino. Basilio rispondeva gentilmente e riprendeva a pregare.