Al baraccone dell'aura

Addio a Stephen Jay Gould; Anch'io come Rol?

L'11 e 12 maggio 2002 si è tenuta alla fiera di Verona l'annuale mostra di minerali e fossili, interessante incontro per appassionati e curiosi dove si possono ammirare e comprare gemme, fossili, conchiglie e insetti da collezione da tutto il mondo. Tra i vari stand di questa fiera ce n'era uno però che, apparentemente, non aveva niente a che fare con il resto: lo stand della foto dell'aura.

Un gentile signore reclamizzava la possibilità per ognuno di farsi fare una foto della propria aura. Questa è, secondo i parapsicologi, una "forza energetica" che circonda ogni cosa, vivente e non, e che è possibile visualizzare attraverso la famosa camera Kirlian. In questo caso la tecnica utilizzata veniva chiamata "digitoscopia" e consisteva in una telecamera digitale e un paio di morsetti collegati ad un PC. La persona che voleva farsi ritrarre veniva invitata a sedersi su uno sgabello dietro al quale c'era un comune schermo per proiezioni. Il signore applicava i morsetti alle mani del soggetto e in circa 20 secondi rilevava foto e aura. Quello che usciva dalla stampante era una foto del soggetto con una sorta di arcobaleno di colori che lo circondava. Sulla base della disposizione e intensità dei colori il signore spiegava quali erano le caratteristiche psicologiche della persona. Ogni aspetto negativo della personalità poteva poi essere aiutato da... da cosa? Dalla cristalloterapia. Ed ecco il legame con la mostra. Infatti alcuni stand della fiera erano ricchi di offerte di cristalli dalle presunte doti benefiche.

Al di là dell'aspetto commerciale è stato interessante fare alcune osservazioni mentre il gentile signore applicava la sua tecnica. Com'è noto la camera Kirlian funziona creando un forte campo elettromagnetico attorno all'oggetto da esaminare. Una lastra fotografica posta nella camera risulterà impressionata da un alone (l'aura appunto) che la scienza spiega facilmente come causato dalla ionizzazione dei gas presenti nella camera. Nel caso di questa "digitoscopia" esisteva solo la telecamera digitale e i due morsetti da applicare alle mani. Seguendo il filo elettrico collegato ai morsetti si vedeva che terminava in quello che sembrava una presa jack avvolta da nastro isolante e che si infilava dietro al computer. Intervistato sul funzionamento, il signore ha spiegato che i sensori (i morsetti) rilevavano "l'energia bioradiante" e uno specifico software la trasformava in diversi colori a seconda dell'intensità. Quindi, nessuna corrente elettrica veniva applicata ai morsetti ma, forse, non sarebbe servita comunque. Difatti, nessuno notava che le foto mostravano solo testa e spalle mentre i "sensori" erano applicati alle mani le quali risultavano fuori campo, essendo sempre poste sulle ginocchia. Come facessero i morsetti a leggere l'aura delle parti superiori del corpo non si sa e ovviamente non si sa cosa potesse mai rilevare il computer attraverso un semplice filo elettrico a contatto della pelle. Inoltre, in certe foto esposte come dimostrazione, le linee di confine tra i colori dell'aura non seguivano il profilo del corpo, come avrebbero dovuto, ma partivano direttamente dalle spalle. Queste circondavano poi la testa trasformandosi così da aura in aureola. Una di queste foto ritraeva proprio il gentile signore.

Le espressioni delle persone che ascoltavano le spiegazioni della loro aura andavano dal divertito al preoccupato e in 70 minuti di osservazioni ben 15 persone (11 donne, 3 uomini e 1 bambino) si sono succedute sullo sgabello. Il tutto veniva effettuato in circa 5 minuti a persona per la cifra di 20 Euro. Nei due giorni della mostra il gentile signore ha guadagnato circa quattro volte il guadagno mensile di un ricercatore italiano che studia seriamente come funziona il corpo umano.

Alessandro Zocchi

zocchi@altavista.net

 

Addio Stephen!

La dolorosa notizia della scomparsa di Stepehn Jay Gould (v. Terzo Occhio pag. 8)mi giunge inaspettata come una pugnalata nella schiena.

Negli ultimi anni avevo maturato una grande ammirazione per colui che consideravo uno dei più grandi paleontologi esistenti. Mi colpiva la sua passione incondizionata; di lui mi affascinava il suo mestiere, la sua disciplina, la paleontologia, una carriera che gli ho sempre invidiato, che desidero e che ho sempre desiderato intraprendere.

I paleontologi sono quelle strane persone che sono riuscite a trasformare in professione la loro passione infantile, diceva.

Era diventato in qualche sorte il mio modello, amavo il suo modo di scrivere, gli argomenti affascinanti che trattava, con amore e dedizione.

Stephen Jay Gould era un uomo dall'eccezionale capacità divulgativa. I suoi libri sono incredibilmente coinvolgenti, semplicemente straordinarie sono state le ore passate leggendo Il pollice del Panda e Quando i cavalli avevano le dita. È probabilmente a Gould che devo la mia crescente passione per la paleontologia e l'evoluzionismo.

Stephen, non ti dimenticherò mai. Ciao.

Florian Zenoni

florianzenoni@inwind.it

 

Anch'io come Rol?

Martedì 26 febbraio. La sala è gremita di studenti. Chiamo una di loro, Sara, e la invito a mescolare un mazzo di carte francesi. Le chiedo di scegliere una carta qualsiasi, nominandola ad alta voce: è il quattro di quadri. Le carte sono tutte faccia in alto, per evitare qualsiasi influenza sulla sua scelta da parte mia. Si alza in piedi, fronte al "pubblico", e tra le mani stringe la carta che ha scelto. Le chiedo di concentrarsi, di chiudere gli occhi. Lei è un po' emozionata, ma tiene stretta la carta. puoi guardarla" le dico, e lei la volta tra le mani. Uno scatto di sorpresa: la carta non è più il quattro di quadri, ma il nove dello stesso seme. La mostra ai compagni di istituto, increduli. "Eppure stringevo il quattro di quadri, sarei pronta a giurarlo...". Comincio a leggere: pagina 60.

Ho conosciuto personalmente Rol da pochi giorni e lo frequento perché devo scrivere su di lui per la mia inchiesta sulla parapsicologia. Durante una pausa della chiacchierata, nel suo studio, Rol mi dà un mazzo di carte in mano e me lo fa mescolare. Me ne fa scegliere una. È il dieci di cuori. "L'ha vista bene?" mi chiede. "Ora se la stringa davanti al petto". Eseguo. Lui mi sta davanti, a un metro di distanza, in piedi, come sono io. Si irrigidisce, socchiude gli occhi, inspira profondamente, poi sorride, come liberato da un peso. "Ora può guardarla". La guardo e mi sento un impeto di emozione: non è più il dieci di cuori, ma il sei di fiori. "E il mio dieci di fiori?". "È tornato nel mazzo". Lo cerco e lo trovo e nel mazzo non c'è più il sei di fiori.

Guardo i ragazzi, mostro loro il libro (Lugli, Remo, Rol, una vita di prodigi, Roma, Edizioni mediterranee, 1995), e domando: "Secondo voi questa è la descrizione di un esperimento straordinario o di un gioco di prestigio? Non mi aspettavo una risposta: era una domanda retorica. Ma il coro si alzò solenne e spontaneo: "Un gioco di prestigio!". Che ci si debba rivolgere alle nuove generazioni per cercare un po' di spirito critico nei confronti del sedicente sensitivo torinese?

Giorno successivo, mercoledì 27 - Bottega dell'antiquario torinese R.S., a pochi passi dalla casa dove viveva Rol. "Gustavo mi chiamava spesso, per piccoli lavoretti in casa sua. Ero il suo artigiano di fiducia. Una volta dovevo aggiustargli qualcosa e non avevo portato con me gli attrezzi. Si allontanò un istante e tornò con un martello in mano. Teneva la mano aperta, rivolta verso il basso, e il martello restava come incollato al suo palmo. Io sono molto scettico, e subito pensai che si trattasse di colla o qualcosa del genere. Mi disse di prendere il martello, ed io lo afferrai, ma per quanto tirassi, quello restava attaccato alla mano. Gli presi il polso per far forza, ma non riuscivo in alcun modo a toglierglielo dalla mano. Per un tempo che a me parve un secolo tirai verso il basso, e sono sicuro che non lo stava tenendo con nessun dito! Io non capisco come facesse, fatto sta che a un tratto il martello si staccò e io gli presi subito la mano; controllai: non c'era traccia di colla o robe del genere!"

Accanto al simpatico antiquario c'era - caso volle - un martello. Lo presi in mano, dicendogli: "Mi ricorda un vecchio gioco..." Appoggiai il martello sul palmo aperto della mano destra. Voltai la mano: il martello rimase come incollato sul mio palmo. Lo invitai a prenderlo in mano: lui iniziò a tirare verso il basso, ma ogni suo sforzo era vano. Strinse anche a me il polso, ma nulla da fare... Alla fine volli lasciargli il martello, e lui - con un ultimo colpo - si ritrovò con l'arnese in mano. Prese subito la mia mano e controllò che non ci fossero colla, fili o qualcosa del genere: pulita. In effetti non avevo avuto nemmeno un attimo per prepararmi a mostrargli quell'effetto: era stato completamente improvvisato. Non dimenticherò mai la faccia che fece quando esclamò: "Proprio come allora! Uguale uguale!". Poi, un po' sospettoso, mi chiese: "Ma sei un suo allievo? Hai anche tu i suoi poteri?".

L'idea del trucco non lo sfiorò neppure.

Chi vuole conoscere il trucco a tutti i costi diventerà probabilmente un prestigiatore, ovvero ha in sé quella curiosità che spesso sfocia nell'acquisto di qualche libro, nella frequentazione di circoli magici e similari. Conosco molta gente che non ne vuol sapere di conoscere i trucchi, anche se é perfettamente scettica. Sapere il trucco spesso rovina la "suspension of disbelief", così difficile a volte per noi scettici!

Trasmissioni come "Magie svelate" le considero vera e propria "pornografia magica", perché mettono a nudo delle realtà - i trucchi - che hanno una bellezza soltanto se mantenute nascoste alla vista, e che solo se rimangono "occulte" permettono di ricreare l'atmosfera "magica".

Seguendo un consiglio di Massimo Polidoro, invece di svelare il trucco del martello qui descritto offro il riferimento bibliografico per chi volesse risalirvi; é un libro diffusissimo, che si trova spesso anche sulle bancarelle o nei remainders: Walt Disney, Manuale di Paperinik (1972), pag. 54 (a cura di Elisa Penna, Massimo Marconi e Gaudenzio Capelli)

Quack!

MarianoTomatis

Torino

www.marianotomatis.it