L'uomo contro le sue origini

Nuove e vecchie prospettive sull'evoluzionismo darwiniano; A proposito del Déjà-vu; Rapporto preliminare su un caso di "capelli d'angelo"; Palloni gonfiati in TV

I processi evolutivi che hanno portato alla comparsa dell'uomo hanno sempre affascinato e spinto a fantasticazioni i popoli susseguitisi nella storia: dai vaneggiamenti dei sacerdoti delle società primitive, ai miti epici greci, fino alle divine interpretazioni bibliche.

Ma a partire dalla metà del XIX secolo la spinta positivista portò Charles Darwin a concretizzare, in una teoria sull'evoluzione, anni di viaggi e osservazioni del mondo naturale fatte a partire dal 1832. Il suo contributo fu considerevole, egli introdusse con L'origine delle specie e successivamente con L'origine dell'uomo, il concetto di selezione naturale, intesa come prodotto di un particolare adattamento della specie all'ambiente.

Parallelamente vennero a delinearsi le prime leggi della genetica, grazie al monaco tedesco Gregor Mendel, ma per avere un contributo netto alle teorie sull'evoluzione biologica, bisognò aspettare il XX secolo. Infatti, la scoperta della doppia elica del DNA e dei meccanismi dell'ereditarietà hanno messo in rilievo i processi molecolari dell'evoluzione. Va ricordato che le teorie di Darwin non erano complete perché mancavano di quelle conoscenze moderne sulla dinamica biochimica dell'evoluzione. Queste spiegano che dal "brodo primordiale" derivarono i tasselli necessari per la vita (amminoacidi, carboidrati e lipidi) che uniti assieme da una buona dose di energia formarono il primo organismo dotato di materiale genetico replicativo (DNA e RNA). Questi eventi biochimici furono lentissimi e non privi di errori, però tutti guidati da un unica legge, quella della "selezione naturale".

Oggi invece le spinte trascendentali delle nuove filosofie occidentali e orientali stanno riprendendo una vecchia interpretazione creazionista sull'origine dei viventi e in particolare dell'uomo. Si stanno proponendo nuove tesi che vedono l'evoluzione dell'uomo distinta da quella animale, finalizzata a un fantomatico progetto divino, secondo una interpretazione biblica, o a un progetto cosmico, secondo un'interpretazione "extraterrestre".

A queste tesi creazioniste bisogna aggiungere quelle di "antropocentrici scienziati" che parlano di bassa scientificità delle teorie evoluzioniste sull'uomo. Queste valutazioni si basano sull'idea che l'irripetibilità degli eventi e la scarsa documentazione fossile non rendano altamente credibile, sul piano scientifico, le tesi darwiniane. Sembra, infatti che, agli occhi delle nuove tendenze, il legame che unisce l'uomo agli altri primati (scimmie antropomorfe), non sia possibile, nonostante il 98% di geni condivisi con gli scimpanzé e un comportamento sociale di questi ultimi molto simile al nostro. Con questo 2% di differenze genetiche non è difficile pensare che l'uomo e la scimmia abbiano avuto un antenato in comune, e cioè un essere che presentava morfologia, fisiologia e comportamento di ambedue, costretto poi da condizionamenti genetici e ambientali a differenziarsi dando origine a due specie. Inoltre i paleoantropologi hanno dato un valore molto importante al bipedismo che può essere stato il punto di partenza per uno sviluppo cognitivo e comportamentale complesso finalizzato alla sopravvivenza. Per di più la mappatura del genoma umano, che ha permesso la localizzazione generale dei nostri geni, permetterà in un futuro prossimo di rapportare queste analisi al genoma degli scimpanzé per delineare meglio i legami evolutivi che li unisce alla nostra specie.

Come si è potuto constatare, risposte rigorose e metodiche all'atavico dilemma uomo-scimmia non possono risultare da mere mistificazioni filosofiche, ma da un'analisi seria delle nuove realtà bio-molecolari. La scienza ci offre la possibilità di rispondere con il "linguaggio dei geni" agli intricatissimi percorsi evolutivi che hanno portato all'uomo.

Andrea Mastinu
studente di Scienze Biologiche presso l'Ateneo di Cagliari.
amastinu@yahoo.it


A proposito del Dejà-vu

Mi riferisco all'articolo pubblicato sul n. 44 di Scienza & Paranormale, pag. 24, sull'argomento del déjà-vu.

Il fenomeno del déjà-vu risulta difficile da spiegare se si pensa alla mente come a un unicum, che non è. In effetti è esperienza quotidiana quanto la nostra mente sia un "sistema composito", oltre che complesso, naturalmente.

Basta pensare alla madre capace di dormire accanto a un marito rumoroso, eppure in grado di percepire, con una parte del suo cervello che evidentemente non dorme, anche la minima variazione del respiro di un bambino. Esperienza comune a tutti noi che percepiamo tutti i rumori che pervengono al nostro orecchio durante il sonno e siamo capaci di effettuarne tempestivamente, indipendentemente dalla loro intensità in decibel, una valutazione in termini di pericolosità o altro. Poi, se il rumore risulta troppo forte per, diciamo così, passarlo sotto silenzio, lo invia alla parte dormiente, che costruisce un sogno ad hoc per "giustificarlo", e che autorizza solo dopo la percezione del rumore. Tutto questo per proteggere e conservare lo stato di sonno. Cosa che, forse, fa molto più spesso di quanto crediamo: noi ce ne accorgiamo solo quando lo spessore del sonno non ci protegge dalla percezione cosciente del rumore.

In altre parole, la mente non dorme mai del tutto. Solo in parte. Questo prova che non è una cosa sola, ma tante.

Per esempio a volte la soluzione dei problemi, o addirittura le invenzioni, giungono durante quello che chiamiamo sonno: perché la mente ha continuato a lavorare sul problema mentre noi "ufficialmente" dormiamo.

Esperienza quotidiana anche il ricordo di un nome, di una parola, a volte ci sfuggono, eppure, quando ormai non ci pensiamo più, ecco affacciarsi alla coscienza quel nome o quella parola: perché la mente (una parte di essa) ha continuato a lavorare per ricordare e alla fine ci dà il risultato della sua ricerca (a volte correggendo il primo risultato del quale, per pigrizia, ci eravamo accontentati). Anzi a volte proprio lo sforzo di ricordare porta a una sorta di impotentia memorandi e l'abbandono della ricerca porta la soluzione.

E la capacità che tutti abbiamo di effettuare operazioni come guidare un'auto o altre azioni che necessitano la nostra migliore attenzione, pur pensando intensamente e deliberatamente ad altro, ci dice che la mente non è un cosa unica ma si divide, consciamente o inconsciamente, tra molte incombenze.

La distinzione tra sonno e veglia, poi, non è netta; è una nostra conquista fatta per necessità.

Ricordiamoci quanto tempo c'è voluto, da bambini, per imparare a distinguere tra i pensieri del sogno e della veglia. Per igiene mentale abbiamo imparato, appena svegli, a far svanire i sogni e solo se li fissiamo in un ricordo nella memoria da svegli possiamo portarli avanti nel tempo.

E la involontarietà del sogno, anche questa è relativa: a parte quanto detto prima, se un sogno prende una brutta piega e non ci piace siamo capaci di cambiarlo o di svegliarci, al limite: ripeto, gli stati di sonno o di veglia non sono netti, definiti, come siamo portati a pensare.

Inversamente, nella veglia, accade di "dormire", anzi sognare, mentre siamo lì, con gli occhi aperti ma non rileviamo quello che accade intorno a noi (a meno che un fatto, un evento non richiami, anzi risvegli, la nostra attenzione). Non è sonno, non è veglia, o, per dire meglio, è tutt'e due: uno stato confuso che partecipa delle due condizioni, ognuna assorbente una parte del nostro cervello. Noi semplificando diciamo che siamo distratti.

Accade però talvolta, in qualche raro caso, che la parte dormiente "veda", o diciamo meglio sogni, gli eventi reali appena trascorsi in modo vago, remoto, come sempre tutto appare nei sogni. Contemporaneamente, la parte sveglia del cervello, ricorda gli eventi appena trascorsi, con la vividezza dello stato di veglia, anche se in quel momento quella parte del cervello non riceve la maggiore attenzione dell'individuo. Dato lo stato di alienazione o assenza mentale si formano allora due ricordi degli stessi eventi e la persona ne ricava la sensazione di avere già vissuto quegli eventi in un tempo passato, eventi che invece ha appena sognato. Forse è questo il déjà-vu.

O almeno credo.

Vittorio Chartroux
Roma


Palloni gonfiati in TV

Mi chiamo Elisabetta (preferisco essere chiamata Betta!), ho 16 anni e abito in un piccolissimo paesino del Friuli Venezia Giulia.

Volevo congratularmi con voi per il vostro splendido libro Investigatori dell'occulto, l'ho iniziato a leggere oggi e sono solo all'inizio, ma comunque mi piace moltissimo. Ho iniziato a leggere questo libro per puro caso: non mi ero mai interessata a questo genere di cose (a parte quando, da bambina, mi divertivo a raccontare avvenimenti inspiegabili ai miei amici; alcune cose le sentivo in televisione… ma altre le inventavo spudoratamente!) fino a che mia madre non lo ha portato a casa dalla biblioteca del nostro paese. Neanche a farlo apposta, pochi giorni fa, su Raiuno, Piero Angela ha trattato quest'argomento, e vi ho visti (e registrati!). È così che mi è venuta la bella idea di cercare sul libro l'indirizzo del CICAP per chiedervi: vi prego, fate qualcosa per fermare le farneticazioni dei maghi in TV!Niente di drastico, per carità, mi accontenterei se riusciste a dimostrare che sono solo palloni gonfiati, e che sono tutte bugie quelle che presenta ai clienti che telefonano in diretta.

Sono tantissimi quelli che fanno questo mestiere, e che spillano allegramente soldi a un pubblico di creduloni, ma credo che nessuno possa battere una maga delle mie parti nella sfacciata presunzione e nell'alta opinione che ha di se!

Scherzi a parte, voi pensate che questa donna possa davvero avere i "poteri" che vanta? Devo ammettere che sono rimasta sconcertata quando mi è capitato di guardare le sue trasmissioni:come fanno le persone che la chiamano a fidarsi ciecamente e a seguire i suoi consigli? Secondo voi c'è qualcosa di vero o è solo finzione la sua? Penso che la risposta sia scontata.

Imperio Elisabetta
Friuli Venezia Giulia

Risponde Massimo Polidoro:

Se la signora di cui si parla avesse realmente delle facoltà paranormali non avrebbe nessun bisogno di "venderle" in uno spazio TV a pagamento: tanto per cominciare, le sarebbe sufficiente dimostrarle in condizioni controllate per aggiudicarsi il premio da un milione di dollari messo in palio da James Randi.

Ma sospettiamo che questa maga, come tutti gli altri maghi televisivi, non accetterà mai nessun tipo di controllo...

Per avere un'idea di come facciano maghi e veggenti a dare l'illusione di "indovinare" cose che sembrano impossibili sui loro clienti, si può leggere l'articolo di Piero Angela in questo numero di S&P