Catastrofe imminente?

Alle radici del giallo paranormale; L'approccio al paranormale; La Magia e la strana meccanica del ricordo; 21 grammi: è forse il peso dell'ignoranza?

Desidererei conoscere la vostra opinione riguardo l'asteroide Icaro, di cui si parla da alcuni anni in modo un po' sibillino, e da un po' di giorni in modo più deciso (vi indico alcuni siti che ho trovato). C'è davvero il pericolo di un impatto con la Terra?

Giuliana Fancini, Teramo

Risponde Gianni Comoretto, dell'Osservatorio Astrofisico di Arcetri:

Direi che concordo in pieno con quanto espresso di recente da Franco Pacini. L'orbita di questi oggetti è studiata in dettaglio, e prevista tipicamente per i prossimi 100 anni con buona accuratezza.

Consultando il sito della NASA sui near Earth objects (come vengono chiamati nel loro insieme gli asteroidi che passano vicino alla Terra), si legge che la distanza minima a cui Icaro si avvicinerà alla Terra è di 0,035 volte la distanza Terra-Sole, cioè grossomodo cinque milioni di Km, cioè quasi 100 raggi terrestri. Gli altri oggetti elencati nel sito da lei citato passano ancora più lontani.

Ma una bella catastrofe fa sempre audience, e sarà difficile che qualcuno non ripeschi la notizia, anche se si tratta di una bufala, per riproporla.

Icaro è classificato comunque come "pericoloso", e seguito attentamente, assieme a circa 3000 altri oggetti analoghi. Di tanto in tanto, soprattutto per oggetti nuovi, in cui le incertezze dell'orbita sono maggiori, gli astronomi possono trovare che l'orbita prevista per un asteroide potrebbe intersecare quella della Terra, e la notizia finisce sui giornali. Ma in tutti questi casi, finora, appena è stato possibile determinare meglio l'orbita si è trovato che la possibilità di impatto era minima, o inesistente.

Il rischio di un impatto con un asteoride quindi esiste, ma francamente mi preoccupano più altri rischi a cui siamo quotidianamente esposti: terremoti (come purtroppo abbiamo appena constatato), guerre, incidenti stradali...

Restando comunque al rischio di un impatto con un asteroide, è a mio parere più preoccupante la possibilità di impatto con un piccolo oggetto, di meno di un centinaio di metri, di cui è molto difficile accorgersi. Oggetti del genere si scontrano con il nostro pianeta circa una volta al secolo, e se cadessero in una zona popolata provocherebbero una catastrofe peggiore di quella del recente tsunami in Asia.

Un impatto con un asteroide delle dimensioni di Icaro, per quanto con conseguenze inimmaginabili, è estremamente raro, e direi che statisticamente possiamo stare tranquilli per qualche centinaio di milioni di anni. E, appunto perché si tratta di oggetti grossi, e vistosi, sono in genere seguiti piuttosto bene.

La pagina della NASA con i dati di tutti gli asteroidi noti è: neo_elem http://neo.jpl.nasa.gov/cgi-bin/ neo_elem

Si tratta purtroppo di una pagina molto tecnica, qualche informazione un po' più divulgativa (purtroppo in inglese) è disponibile in: http://neo.jpl.nasa.gov/faq/

L'elenco degli asteroidi più a rischio è risk/ http://neo.jpl.nasa.gov/ risk/

I rischi di collisione sono tipicamente dell'ordine di uno su 10.000 nei prossimi 100 anni, il che direi è abbastanza tranquillizzante.

 

Alle radici del giallo paranormale

Congratulazioni per l'articolo assai interessante di Fabrizio Marchisano sul "paranormale in giallo" (S&P 57). A proposito del tema da lui affrontato, mi sembra che il romanzo poliziesco con tematica a volte nera, a volte magica, e comunque sempre "impossibile" si trova già in Edgar Allan Poe (vi ricordate il "Doppio delitto della Rue Morgue", del 1841?), e poi nella letteratura popolare francese dell'800. Io mi ricordo bene l'ancora letto Gaston Leroux, con il suo eroe Rouletabille, e ricorderei anche Maurice Leblanc. Ma tracce di questa letteratura, forse però più lo sfondo che non l'impianto della storia, le troviamo anche già in Honoré de Balzac. o

Tazio Carlevaro, Bellinzona (Svizzera)

 

 L'approccio al paranormale

Non sono uno strenuo difensore del paranormale, ma fatico a comprendere un punto a mio avviso cruciale: se dovessero esistere leggi fisiche non contemplate dalla nostra scienza (probabile, vista la vastità e la complessità dell'Universo, negarlo è irragionevole e arrogante), come è possibile che voi "misuriate" fenomeni sconosciuti? Forse, sottolineo forse, qualche caso richiederebbe tecniche di misura e sperimentazione anch'esse sconosciute.

Scoprire il ciarlatano, il truffatore, non significa bocciare tutto senza avere la conoscenza per giudicare.

E se fra 1000 anni parte (anche minima...) delle vostre stroncature verrà smentita?

Capisco che la vostra passione sia anche un lavoro (mangiare è necessario), ma come vi ponete nei confronti della storia futura? Quale impronta pensate di imprimere nell'evoluzione dell'uomo e della scienza? Grazie.

Carlo Tosetti

Risponde Silvano Fuso:

Ho l'impressione che lei non sia completamente informato circa le nostre attività. Innanzi tutto lei conclude la sua mail dicendo: "Capisco che la vostra passione sia anche un lavoro (mangiare è necessario)..."

Le posso assicurare che la nostra è sicuramente una passione, ma non è affatto un lavoro. Coloro che operano all'interno del CICAP non ci guadagnano un solo euro e spesso ci rimettono di tasca propria.

Inoltre, se si trattasse di una questione economica, Le posso garantire che renderebbe molto di più sostenere l'esistenza del paranormale: i lauti incassi degli operatori dell'occulto lo dimostrano.

Ma veniamo alla questione che lei solleva, ovvero alla eventualità che attualmente la scienza non consenta di conoscere adeguati strumenti per valutare fenomeni sconosciuti. Considerare assoluti i risultati della scienza è sicuramente un errore che nel passato è stato commesso, ad esempio, dai positivisti.

Noi siamo ben consci che la scienza è in continua evoluzione, che le sue affermazioni sono necessariamente provvisorie e che è sempre quanto mai rischioso ipotecare il futuro. Nessuno di noi, di conseguenza, si è mai permesso di affermare che il paranormale non esiste o che la scienza abbia detto tutto quello che c'è da dire relativamente alla realtà.

Quello che noi semplicemente sosteniamo è che fino a oggi non è mai emersa alcuna dimostrazione scientificamente accettabile dell'esistenza di un solo fenomeno paranormale. Se in futuro queste dimostrazioni venissero finalmente trovate saremmo i primi a esserne felici: per la scienza sarebbe sicuramente un gran giorno in cui si spalancherebbero interessanti orizzonti. È proprio per questo motivo che noi continuiamo a indagare. Se, come lei sostiene, "bocciassimo tutto senza avere la conoscenza per giudicare" non staremmo neanche a perdere tempo a esaminare coloro che sostengono di avere poteri straordinari. Sono d'accordo con lei che "scoprire il ciarlatano, il truffatore" non significa affatto dimostrare che il paranormale non esiste. Infatti noi non lo abbiamo mai sostenuto.

Noi ci limitiamo ad affermare che prima di accettare per buone certe affermazioni occorre prendere tutte le precauzioni per evitare errori metodologici, abbagli, illusioni o veri e propri inganni. Purtroppo, fino a oggi, nelle indagini sul paranormale non è mai emerso altro che non potesse essere ricondotto a queste categorie. Se si esamina la storia della scienza ci si rende conto che talvolta la comunità scientifica ha dovuto rivedere in profondità certe proprie convinzioni. Però questo è accaduto quando venivano trovate in modo inequivocabile nuove evidenze in contrasto con le conoscenze acquisite. Ma prima di accettare queste nuove evidenze la comunità scientifica ha sempre preteso prove convincenti al di là di ogni ragionevole dubbio.

Questo purtroppo non è ancora accaduto per il paranormale: nessuno ha mai dimostrato in modo convincente l'esistenza di queste nuove evidenze. Quindi la comunità scientifica ha il dovere di essere scettica. Se queste nuove evidenze verranno trovate in futuro nessuno lo sa, e certamente non lo si può escludere completamente. Fino a quando non verranno trovate, però non c'è ragione di mettere in discussione le attuali conoscenze scientifiche che dimostrano la loro efficacia nell'interpretare in modo coerente moltissimi fenomeni. E, a maggior ragione, non c'è motivo di mettere in discussione il metodo scientifico che fino a oggi ha sempre mostrato la sua efficacia e che ha consentito alla scienza di subire le stesse profonde trasformazioni cui accennavo prima. o

 

La Magia e la strana meccanica del ricordo

Premetto che non sono un prestigiatore ma un "curioso", che si è avvicinato a questo mondo convinto che l'illusionismo contenga gli ingredienti giusti per capire le meccaniche che si celano dietro a molti fenomeni ritenuti paranormali o quantomeno strani.

In occasione del V World Skeptics Congress tenutosi ad Abano Terme, acquistai il primo numero di Magia, la nuova rivista dedicata al mondo della magia intesa come illusionismo e giochi di prestigio. Nel giro di un paio di giorni divorai l'interessante volume, decidendo seriamente di entrare a far parte di questo fantastico mondo. Complici di questa scelta gli amici Massimo Polidoro e Carlo Faggi, un vero maestro dell'arte magica del quale ora seguo le interessantissime lezioni presso il Club Magico Italiano di Milano.

Conclusa la lettura dell'ultima pagina decisi di mettere in pratica i giochi che avevo imparato, provandoli da solo. Onestamente mi sembrava impossibile eseguire quei giochi in pubblico senza che nessuno potesse rendersi conto del trucco, mi riferisco in particolare a Out of This World (nell'ottimo dossier di Mariano Tomatis: pp. 66-90).

Decisi allora di fare qualche esperimento con la mia compagna Alessandra. Con grande stupore, più mio che suo, il gioco riuscì alla perfezione. Dopo questa prima prova ripetei il gioco nelle varie varianti e in momenti diversi, eseguendolo in modo sufficientemente rigoroso da non rivelare involontariamente il trucco e ottenendo sempre risultati stupefacenti.

Non mi sentivo e non mi sento tuttora pronto per un'esibizione pubblica, vorrei però riportare qui di seguito un aneddoto. Durante una cena tra amici, prima di una partita a scopa, Alessandra decise di svelare che sapevo eseguire un gioco incredibile. Non potendomi tirare indietro negai tutto, precisando che in realtà non ero io a fare tale prodigio, ma che il tutto dipendeva dalla sensibilità e dalla concentrazione del "pubblico".

Posizionai quindi il mazzo di carte davanti a me e chiesi ad un amico di indicarmi, di volta in volta, se la carta che avrei pescato dalla superficie del mazzo fosse stata rossa o nera (ovviamente era visibile solo il dorso della carta pescata). Seguendo le sue indicazioni disposi le carte formando due mazzetti, uno che avrebbe dovuto contenere solo carte rosse e uno solo quelle nere.

Proseguii per circa metà delle carte poi, per rendere più spettacolare il gioco, consegnai il mazzetto rimanente ad un altro amico a cui chiesi gentilmente di mischiare e di procedere liberamente nella disposizione delle carte continuando a separare le rosse dalle nere... ovviamente concentrandosi.

Terminata la distribuzione avvertii che la riuscita del gioco dipendeva molto dalla concentrazione e dalla predisposizione delle persone che assistevano al prodigio. Tutti si domandavano se il gioco fosse realmente riuscito; girai quindi i mazzetti, e con grande stupore annunciai: "incredibile, tutte, ma proprio tutte le carte rosse da una parte e quelle nere dall'altra!" Mi chiesero come era possibile e dissi loro che era solo questione di concentrazione, precisando che solitamente almeno un paio di carte capitano nel mazzo sbagliato.

Dopo questo "miracolo" desideravano tutti assistere ad altri giochi. Eseguii quello illustrato su Magia da Ian Rowland ("Il mentalista sensale", pp. 142-145), e anche in questa occasioni raccolsi grande successo e nessun dubbio nacque riguardo i miei nuovi poteri...

Spesso mi chiedono di riproporre giochi simili, ma finché non ne avrò di nuovi preferisco non ripetere gli stessi alle medesime persone nonostante queste non ricordino assolutamente come siano andate le cose, ma solo il risultato. Ne è dimostrazione il fatto che ho presentato il gioco ad altre quattro persone, e tutte, a posteriori, non ricordano come siano andate le cose ma solo il risultato finale, abbellito e ingigantito.

Con la "pratica" mi sono reso conto che la meccanica del ricordo è davvero una questione fondamentale quando si ha a che fare con certi fenomeni e certe testimonianze.

In conclusione credo che la "meccanica del ricordo" mi sarà di particolare aiuto nelle ricerche legate all'attività del CICAP e per il mio lavoro nell'ambito del Web-Marketing.

Marcello Garbagnati, Monza

 

21 grammi: è forse il peso dell'ignoranza?

Ho letto la recensione di Lucio Braglia sul film di Inarritu 21 grammi (S&P 57) e sono rimasto un poco perplesso. Mi riferisco in particolar modo alla parte iniziale dell'articolo dove si dice che "abbiamo letto sui giornali qualche tempo fa che qualcuno avrebbe stabilito il peso dell'anima in 21 grammi, uguale per tutti...".

Per spiegare le mie perplessità riporto un mio articolo sullo stesso film:

21 grammi è il nuovo, bellissimo, film di Alejandro Gonzales Inarritu, già autore del meraviglioso AmoresyPerros. Gli interpreti sono bravissimi, Sean Penn e Benicio del Toro danno ancora una prova della loro duttilità artistica in parti difficili e "sporche".

Detto questo, parliamo un po' di cosa significa presentare il film (in tutte quelle rubriche di avanspettacolo che sono diventati i telegiornali) dicendo che 21 grammi è il peso dell'anima. È più di un secolo che medici e patologi ignoranti provano a giustificare la perdita di peso (presunta) di un cadavere rispetto al corpo vivo con il fatto che l'anima lascia il corpo. Ma se tale ignoranza era ammissibile alla fine del 1800 oggi è diventato un fatto insopportabile, ed ancora più insopportabile che dei giornalisti vadano blaterando che "è stato accertato che un corpo perde 21 grammi all'istante della morte, si ritiene questo essere il peso dell'anima, un peso che viene portato da chi resta in vita" (TG1).

Due semplici considerazioni:

1) le teologie (cattolica, ebraica e musulmana) concordano nel dire che l'anima è immateriale, quindi dire che l'anima abbia un peso è un'eresia pura e semplice.

2) Cosa significa dire che ogni qualvolta che una persona muore questa pesa 21 grammi in meno?

Chiunque abbia una pallida conoscenza di chimica analitica si starà facendo una grassa risata in questo momento... per i profani delle tecniche analitiche basterà citare alcuni dei problemi che riguardano l'operazione della pesata. Innanzitutto la precisione; se un corpo pesa 70 kg e vogliamo accertare una variazione di peso di 21g dobbiamo avere una bilancia il cui errore sia inferiore allo 0.03%, errore che in genere è raggiunto da bilance di laboratorio che possono pesare al massimo 100 grammi. Bilance in grado di pesare 70 kg con suddetto errore sono in possesso della NASA e di pochi altri al mondo, penso. In parole povere: se avete una bilancia e vi pesate più volte di seguito noterete che il valore riportato varia anche di 3 o 4 etti, avete un idea dell'imprecisione della vostra bilancia. Ma anche ammesso (e non concesso) che di suddette bilance ultraprecise ve ne siano in abbondanza, ragioniamo anche su quello che vuol dire aver stabilito che ogni uomo perde 21 grammi al momento della sua morte: significa aver avuto a disposizione un numero statisticamente sufficiente di moribondi (diciamo 100 e mi tengo vergognosamente stretto, in un esame di statistica sarei stato bocciato proponendo tale campione) disponibili a trapassare verso l'ignoto in una stanza isolata (termicamente e fisicamente) con umidità controllata e assolutamente soli ed immobili (legati? paralizzati?) sul piano di una bilancia.

Ovviamente se mai fosse stato effettuato uno studio del genere se ne sarebbe parlato per anni su tutte le riviste mediche... ma il punto è proprio che uno studio del genere non è mai stato fatto.

Quindi la perdita di peso di 21 grammi è una leggenda urbana che si protrae, grazie all'ignoranza di alcuni giornalisti, anche in questi giorni. Questo ovviamente non c'entra niente con il favoloso film di Inarritu, che parla della perdita dei 21 grammi una sola volta, nel finale, e lo fa dicendo più o meno così: "... si dice che al momento della morte perdiamo 21 grammi di peso. È forse quello il peso della vita? cosa perdiamo con la morte? cosa guadagniamo con la vita?". Punto.

Nessun riferimento all'anima, nessun riferimento al peso portato dai sopravvissuti (sic). Del resto Inarritu si preoccupa molto di più nell'evidenziare l'ipocrisia del prete cattolico che prima istruisce gli adepti sul fatto che Dio "è così onnipotente da sapere anche se ti si muove un capello in testa" e poi invece dice che non c'entra quando ti succedono le disgrazie...

È un film bellissimo che consiglio a tutti di vedere, anche a quegli ipocriti del Vaticano, che ben si sono guardati dall'intervenire dicendo "ricordiamo che l'anima è immateriale", finché la cosa porta acqua al loro mulino bene... poi pronti a scaricarlo quando verrà smentito.

Concludendo, mi domandavo, quanto peserà il cervello di un giornalista ignorante?

Mah... credo 21 grammi più o meno.

Ora, tralasciando il mio tono volutamente polemico, il fatto è che non mi risulta che nessuno abbia mai fatto esperimenti seri in tal senso (e sottolineo che ho molto ricercato in tal senso); evidentemente il signor Braglia ha fonti diverse dalle mie, me le può indicare per cortesia?

Alessandro Chiometti,Terni

Risponde Lucio Braglia:

La mia citazione di articoli giornalistici riguardo il peso dell'anima era purtroppo soltanto una vaga memoria di qualche trafiletto apparso qualche tempo fa sui giornali.

D'altronde, nella premessa a questa mia rubrica avevo specificato che mi sarei sì rivolto a film che contenessero qualche elemento paranormale o pseudo/fanta scientifico, ma che era mia intenzione parlare di cinema tout court, riservando all'elemento in questione la medesima importanza che avrebbe avuto nel film. Poiché lei stesso sottolinea come Inarritu citi solamente en passant verso la fine la storia dei 21 grammi dell'anima anch'io non ho ritenuto di parlarne più di tanto.

Trovo altresì ineccepibili le sue argomentazioni sulla vacuità di una simile idea, ma mi permetta di farle qualche osservazione riguardo il tono "volutamente polemico" del suo articolo.

Tenga presente innanzitutto che la categoria dei giornalisti è composta da capaci ed incapaci, da furbi ed ingenui, da colti e ignoranti, da astuti e da fessi e così via, in percentuali assolutamente nella norma di qualunque altra categoria sociale.

Fino a non molti anni fa le redazioni dei giornali erano composte da un numero almeno triplo di redattori rispetto a oggi, ognuno di questi aveva compiti specifici ed era coadiuvato da tecnici (fotografi, correttori bozze, addetti editing, impaginatori, ecc.) e collaboratori di varia natura. Oggi un giornalista deve svolgere da solo tutti questi compiti (benché tecnicamente più evoluti, s'intende) e occuparsi degli argomenti più svariati ed è francamente difficile pretendere competenza su tutti, soprattutto in materia di notizie a carattere scientifico che richiedono grande preparazione.

Inoltre laddove un tempo redazioni numericamente più cospicue si trovavano ad affrontare quotidianamente qualche centinaio di notizie da vagliare, selezionare e approfondire, oggi grazie alla moltiplicazione delle agenzie, delle fonti televisive e di internet le notizie che quotidianamente arrivano sono diverse migliaia.

Tutte queste cose riducono i tempi di verifica e approfondimento praticamente a zero.

Come vede il problema paradossale dell'over dose di notizie non coinvolge soltanto i fruitori ultimi.

Preciso che la mia non è una difesa d'ufficio, al di là di qualche collaborazione io non sono giornalista, ma mi sono occupato della questione rapporto coi media per via del mio ruolo nel gruppo Cicap dell'Emilia Romagna e grazie a diverse conoscenze personali.

Concludo sottolineando come per una associazione quale il Cicap un rapporto sereno e ragionevole con i mezzi d'informazione sia fondamentale. Laddove siano lacune e disinformazione non servono aggressività e polemica, bensì collaborazione e correttezza.