La scuola è noiosa?

Strategie didattiche per renderla più attraente

img
Jacopo Fo (n. 1955), scrittore, attore, regista, fumettista e blogger, figlio del premio Nobel Dario (1926-2016) e di Franca Rame (1929-2013), non è proprio quello che si può definire un “paladino della scienza”. Il suo attivismo ecologista lo ha portato spesso ad assumere posizioni piuttosto estremiste (ad esempio, riguardo agli ogm e le biotecnologie) che di scientifico hanno ben poco. Tuttavia recentemente sul suo blog ha pubblicato tre interventi che meritano qualche riflessione. Si tratta di tre lettere aperte indirizzate alla ministra dell’istruzione Lucia Azzolina. La prima lettera, dell’11 agosto 2020, si intitola “Cara Azzolina, la scuola è noiosa: non insegna quel che serve sapere”[1]. La seconda, del 19 agosto 2020, riprendendo i contenuti della prima, si intitola invece “La scuola è noiosa perché non parla dei misteri della scienza”[2]. La terza, del 3 settembre, si intitola “Allo studente non far sapere che la fisica è stupefacente più delle pere!”[3].

Nella prima lettera, Fo, con il suo consueto linguaggio colorito, scrive tra l’altro:

I bambini sono curiosi per natura e si pongono mille domande affascinanti. La scuola invece di sfruttare questa naturale sete di sapere, li bombarda di nozioni per lo più poco utili, raccontate in modo estremamente palloso.

Il risultato è quello di indurre una coriacea diffidenza verso la scienza e tutto l’umano sapere. Ascoltare un ministro dire: “La cultura non si mangia” è la prova lampante che qualche cosa non funziona nel sistema scolastico. E il fatto che dopo questa dichiarazione il ministro non sia stato deriso fino a costringerlo alle dimissioni è la prova che questa disfunzione scolastica è grave.

Grazie alla cattiva qualità dei programmi scolastici troppi studenti sviluppano una straordinaria capacità di chiudere il cervello appena si parla di questioni scientifiche, maturando l’idea che tutto quel che si dice sull’universo sia una sonora str…ata, frutto di un complotto planetario di secchioni che non sono capaci di fare un c…o e quindi si inventano teorie assurde per far soldi, tipo che la terra è a forma di palla. Senza spiegare peraltro come mai quelli che stanno di sotto a testa in giù, non cascano in cielo.

Per fortuna ci sono delle eccezioni: esistono insegnanti straordinari che riescono ad appassionare gli allievi, ma lo fanno a loro rischio e pericolo, infischiandosene dei programmi ministeriali ed esponendosi così a provvedimenti amministrativi punitivi; invece dovrebbero essere premiati proprio perché si rifiutano di seguire i programmi ministeriali che, diciamolo, sono una schifezza. Sarebbe il caso che Lei, gentile Ministro, prendesse la questione in seria considerazione.

Nella seconda lettera l’autore sottolinea l’importanza didattica dello stupore e scrive:

Un compito essenziale dell’insegnamento dovrebbe essere comunicare lo stupore immenso che vivono gli scienziati di fronte alla realtà: più ne sappiamo e più siamo stupefatti.

I libri di scienze sono veramente avvilenti, perché sostanzialmente trattano gli studenti come imbecilli fornendo loro una banalizzazione della realtà che non può appassionare perché è priva della vertigine che dà l’incomprensibile, l’incommensurabile, l’inconoscibile.

Il messaggio dei libri di scienze è: sappiamo tutto e adesso te lo spieghiamo.

Si censura la scienza che ci dice che questo universo è qualche cosa di veramente folle (come ebbe a dire Einstein).

E quando si censura la scienza è grave, soprattutto se lo si fa a scuola.

La lettera prosegue poi con alcuni esempi che Fo trae dallo “spettacolo sulla meravigliosa assurdità delle scoperte scientifiche” che lui porta nelle scuole. Da questi esempi si capisce che forse la preparazione scientifica di Fo non è proprio delle migliori e che le informazioni che trasmette ai bambini non sono proprio corrette. Ma al di là di questo, le considerazioni sopra riportate sono assolutamente condivisibili.

I contenuti delle prime due lettere di Fo sono stati poi ripresi nel blog di Ferdinando Boero, professore di zoologia all’Università Federico II di Napoli[4]. Dando sostanzialmente ragione a Fo circa l’inadeguatezza della scuola italiana e la sua noiosità, Boero scrive:

Ho letto due interventi di Jacopo Fo sulla scuola. Ha ragione da vendere: la scuola è noiosa. È bello andarci perché si impara a socializzare e si fanno incontri che durano una vita intera, ma si impara davvero qualcosa di utile? Poesie a memoria, teoremi con dimostrazione, nozioni da imparare e ripetere ci servono davvero nella vita? Di solito si dice: ora studia, vedrai che un giorno ti servirà.

Tuttavia Boero non risparmia neppure critiche alla proposta di Fo:

L’alternativa che propone Fo, però, è fatta per stupire l’allievo con curiosità scientifiche che, temo, si esaurirebbero rapidamente.

Boero sottolinea l’importanza di distinguere tra informazioni e conoscenza. Purtroppo la scuola italiana fornisce informazioni che raramente però creano vera conoscenza. Prendendo, ad esempio, una semplice domanda sulla fisiologia del corpo umano, che rivolge ai suoi studenti universitari del primo anno, Boero sottolinea come il possesso delle sole informazioni non è sufficiente per produrre una risposta. Le nozioni da sole non producono automaticamente conoscenza: esse vanno assemblate, occorre saperle rielaborare e bisogna essere in grado di costruire e seguire un percorso logico.

Boero inoltre aggiunge:

Studiare cose per memorizzarle, senza avere contezza piena del loro significato, atrofizza i cervelli e forma docili automi che non fanno domande ma danno solo risposte.

[...] Se ai bambini vengono date le conoscenze (non le nozioni) adeguate, si appassionano e arrivano anche a voler imparare la matematica e le poesie. Perché anche queste cose sono bellissime. Ma devono venire dopo. Invece il prima non viene dato e arriva subito il dopo, e viene somministrato a compartimenti stagni (le materie). È per questo che la scuola è noiosa.

Si tratta di importanti problematiche che abbiamo già affrontato in altre occasioni in questa rubrica. Fornire le risposte, senza aver chiare le domande è quanto di peggio si possa fare sul piano didattico. Questo vale per qualsiasi disciplina, ma in particolare vale per la scienza che, come abbiamo più volte sottolineato, non è un archivio di risposte, ma un metodo per affrontare lo studio della realtà.

La naturale curiosità dei bambini e dei ragazzi e l’indubbio senso di stupore che certi fenomeni comportano devono sicuramente essere sfruttati dal docente per accendere la loro attenzione. Ma soprattutto è importante che il docente riesca a indurre i discenti a porsi domande, a capire a fondo i problemi e magari a elaborare autonomamente strategie per ricercare una risposta. Se si riesce ad ottenere questo risultato, si sarà raggiunto l’obiettivo di fornire un fondamentale contributo alla comprensione di cosa sia la scienza, senza bisogno di fare discorsi astratti di carattere generale (come si ritrova spesso nelle prime pagine di molti libri di testo) che lasciano però ben poco nella testa degli studenti.

Note