«Il successo della settima edizione del CICAP Fest a Padova ci manda due messaggi», commenta Lorenzo Montali, presidente del CICAP. «Il primo è che questa manifestazione si è consolidata come “piazza” dedicata al confronto, alla diffusione e alla condivisione di conoscenza, uno spazio di cittadinanza che pone al centro la scienza e le persone. Il secondo messaggio è che il legame tra scienza e società è sempre più rilevante: l’interesse che raccogliamo oggi testimonia il bisogno che la società ha di conoscere e comprendere la realtà sempre più complessa nella quale viviamo. Dimostra inoltre l’importanza di rafforzare la presenza della conoscenza scientifica e del metodo della scienza nei diversi luoghi della nostra vita di cittadini.
È con questo scopo che abbiamo dedicato l’inaugurazione del Fest 2024 al tema dei rapporti tra scienza e politica, per promuovere un percorso che possa favorire processi decisionali basati sulle migliori evidenze scientifiche disponibili. Sempre in questa logica, abbiamo posto al centro l’importanza dell’educazione, grazie a un’offerta di incontri di divulgazione che ha coinvolto centinaia di classi in tutta Italia e a nuovi progetti che nei prossimi mesi svilupperemo grazie a partnership con importanti istituzioni pubbliche e private. Il nostro impegno è continuare a dare il nostro contributo insieme a chi condivide con noi il senso di responsabilità per queste importanti sfide che riguardano noi e il nostro Paese».
Nelle pagine seguenti, la sintesi di alcuni degli incontri del Fest; altre interviste e video sono disponibili su QueryOnLine e nel canale YouTube del CICAP.
Le riviste scientifiche, un sistema in crisi
Negli ultimi anni il numero di articoli pubblicati sulle riviste scientifiche è cresciuto vertiginosamente, ma senza che vi sia stato un corrispondente aumento di qualità: anzi, è accaduto esattamente il contrario. Il problema è stato al centro di un dibattito che ha visto partecipare, tra gli altri, Luca De Fiore, direttore generale de Il Pensiero Scientifico Editore. Dopo aver tracciato un quadro dei meccanismi della condivisione della ricerca, la discussione si è concentrata sul passaggio da un modello di business in cui erano i lettori a pagare per accedere ai contenuti della ricerca a un modello in cui sono prevalentemente gli autori delle ricerche o le loro istituzioni a pagare perché i contenuti del loro lavoro siano accessibili a tutti.
«Questo passaggio ha ribaltato il concetto di determinazione del valore della ricerca», ha detto De Fiore, «perché se questo valore è determinato da chi svolge la ricerca, che paga affinché essa sia accessibile, la prospettiva cambia completamente: non è più il fruitore della ricerca a determinarne il valore, ma chi la produce». Ha poi proseguito raccontando quanto è difficile intervenire sui singoli problemi che questo sistema presenta oggi. «È veramente complicato individuare tra i tanti punti che non funzionano quale sia l’elemento che, se fosse sostituito o cambiato, potrebbe risolvere la questione: è un ingranaggio tanto perfettamente avviato e funzionante che l’unico modo è cambiare radicalmente il sistema».
In conclusione, De Fiore ha auspicato una rivoluzione complessiva: una delle vie per cambiare il sistema sarebbe infatti garantire la pubblicazione delle ricerche senza alcuna spesa né per chi legge né per chi scrive: «Gli studi andrebbero condivisi su banche dati finanziate dai governi o, meglio, da istituzioni sovranazionali». Secondo il modello proposto da De Fiore, quindi, le riviste continuerebbero a esistere con il ruolo fondamentale di favorire lo scambio e la discussione, rimandando però ai risultati delle ricerche resi accessibili a tutti con quelle banche dati.
Fidarsi dei dati? Sì, no, dipende
In un’epoca segnata da un crescente clima di incertezza, i dati sembrano una delle poche sicurezze su cui contare. Ma possiamo davvero avere fiducia nei dati al punto da considerarli neutrali e oggettivi?
Ad affrontare la questione al CICAP Fest è stata la giornalista e divulgatrice Donata Columbro, che insegna Data Visualization allo IULM e ha da poco pubblicato il volume Quando i dati discriminano. Bias e pregiudizi in grafici, statistiche e algoritmi. Secondo Columbro, «i dati non possono prescindere dal contesto in cui sono stati prodotti (e non semplicemente raccolti), che influenza inevitabilmente la narrazione attorno al fenomeno studiato. E il modo in cui il dato viene prodotto, a partire dalla scelta di includere oppure escludere una certa categoria di individui, influenza come verrà percepito un fenomeno. Inoltre», ha proseguito, «la percezione di un dato da parte delle persone dipende dal modo in cui vengono presentati al pubblico numeri e statistiche, spesso per motivi di propaganda politica. Non si tratta necessariamente di diffusione di informazioni false, ma della costruzione di uno storytelling in grado di modellare il modo in cui un determinato fenomeno viene osservato e compreso».
Columbro ha poi presentato alcuni esempi concreti. «L’uso strategico dell’asse delle Y che non parte da zero», ha spiegato, «è un esempio classico di manipolazione visiva con i grafici. Quando l’asse delle Y non parte da zero, anche differenze minime tra i dati possono sembrare più significative di quanto siano in realtà, alterando la percezione del trend o dell’entità delle variazioni. Prendiamo per esempio i risultati di un sondaggio elettorale fittizio dove il partito A viene dato al 51% e il partito B al 49%. Se l’asse delle Y parte da 45% invece che da 0%, il grafico a barre mostrerà una differenza visiva enorme tra i due, portando a pensare che il partito A sia nettamente in vantaggio, anche se la differenza reale è di soli 2 punti percentuali». Un’altra modalità, ha concluso Columbro, è il cosiddetto cherry picking: «Chi lavora con i dati può decidere di escludere quelli che potrebbero contraddire la propria tesi, o di includere solo quelli che la rafforzano, per esempio rappresentando solo quello che succede da un certo anno in poi o solo in alcuni paesi, o in alcune fasce di popolazione».
Capire l’esitazione vaccinale dei genitori
Il modo in cui le persone si confrontano con la questione dei vaccini viene generalmente descritto con due posizioni dicotomiche, quella del rifiuto totale e quella dell’adesione incondizionata. Ma in realtà, c’è una fascia di popolazione che ha una posizione più dubitativa e quindi, poiché maggiormente instabile, è soggetta più facilmente a cambiare opinione.
Capire i genitori che appartengono a questa fascia è dunque fondamentale per garantire la salute pubblica, ha spiegato al CICAP Fest Mario Cardano, professore ordinario in sociologia della salute all’Università di Torino, che ha effettuato sul tema un’estesa ricerca che ha coinvolto sette paesi, focalizzandosi sull’analisi dell’esitazione vaccinale nei neogenitori attraverso la cornice della fiducia medico-paziente. «Lo studio ha avuto in primo luogo lo scopo di individuare il modo in cui i genitori si dispongono nei confronti della vaccinazione pediatrica», ha raccontato il docente, illustrando i risultati e le metodologie della ricerca. «L’elemento di incertezza è legato alla complessità del sapere immunologico e anche all’insieme di pressioni societarie legate alla vaccinazione. Questi aspetti, uniti alla necessità di essere genitori informati, possono instillare sentimenti di vulnerabilità e condurre a un atteggiamento esitante. Esiste, poi, un possibile ruolo ricoperto da Internet, soprattutto nella sua capacità di funzionare da cassa di risonanza (echo chamber) e di condurre talvolta a una polarizzazione del pensiero». Sono tutti aspetti, secondo il docente, che devono spingere a considerare la complessità del tema e i diversi fattori coinvolti. «Un altro tema centrale è la fiducia», ha poi sottolineato Cardano, « in quanto costituisce l’insieme di aspettative positive elaborate in un contesto di incertezza e vulnerabilità che caratterizza buona parte della relazione tra paziente e personale sanitario».
Confrontarsi con il negazionismo climatico
Nella percezione comune del cambiamento climatico, che talvolta sfocia in un vero e proprio negazionismo, pesa molto la confusione tra clima e meteo, così come le esagerazioni con cui molti media generalisti affrontano questi temi.
Sono questi alcuni dei punti toccati al CICAP Fest da Giulio Betti, meteorologo e climatologo dell’Istituto di biometeorologia del CNR e del Consorzio LaMMA (Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale), presentando il suo libro Ha sempre fatto caldo, concepito proprio come una guida per controbattere ai negazionisti del clima. Secondo il ricercatore, «molte persone hanno dubbi proprio perché la narrazione intorno al cambiamento climatico è molto approssimativa. I giornali ricorrono spesso a un eccesso di iperboli, che possono generare confusione e, legittimamente, creare scetticismo nei confronti della scienza. Trattando in maniera errata soprattutto gli eventi meteo estremi», ha proseguito, «si possono produrre nei lettori effetti indesiderati che vanno ad alimentare la retorica negazionista».
Ma come ci si confronta con chi dubita del cambiamento climatico o delle sue cause legate all’attività umana? «Ci vuole tanta pazienza», ha detto Betti, aggiungendo che «bisogna cercare di capire se chi abbiamo davanti è veramente disposto ad ascoltarci, altrimenti non ha molto senso provarci. Un suggerimento è fare riferimento a persone esperte che possono aiutarci a dare risposte efficaci a chi ha dei dubbi, sia dal punto di vista dei contenuti sia nel modo di porsi verso di loro, perché, nonostante siamo sicuri delle nostre argomentazioni, con un comportamento troppo antagonistico potremmo creare reazioni contrarie rispetto alle nostre intenzioni».
Districarsi nella babele di voci su cibo e alimentazione
Viviamo in una società in cui le informazioni su cibo e alimentazione certamente non mancano. Anzi, in realtà, oltre alla difficoltà di distinguere le notizie vere da quelle false, a nuocere alla nostra capacità di comprensione è la sovrabbondanza stessa delle voci.
È quanto ha sottolineato a Padova Andrea Pezzana, medico specialista in scienza dell’alimentazione e direttore della Struttura complessa di nutrizione clinica dell’ASL Città di Torino. Rispetto al passato, ha detto, «il cibo è diventato un oggetto di consumo e il nostro rapporto con esso è molto cambiato, facendo nascere la necessità di fare informazione. Oggi ci troviamo però davanti a un eccesso informativo e la difficoltà sta proprio nel fare una selezione, perché non si capisce a chi si può dare credito. Le informazioni corrette si trovano, ma si affiancano ad altre meno accurate, diffuse a volte per ingenuità e a volte per interessi personali. E, purtroppo, le strategie di chi comunica fake news sono spesso più raffinate di quelle di chi cerca di informare correttamente». La drammatica enfatizzazione dell’aspetto fisico e della fitness emersa negli ultimi anni, ha proseguito Pezzana, «ha contribuito alla diffusione di indicazioni potenzialmente pericolose per la salute, come diete sbilanciate o l’uso indiscriminato di integratori. La classe degli integratori può essere molto utile per alcuni casi clinici e nei paesi dove ci sono carenze nutrizionali. Tuttavia, spesso questi prodotti vengono utilizzati erroneamente come scorciatoia alla salute. Al giorno d’oggi prendiamo più medicine per restare sani che per guarire dalle malattie!», ha concluso.
Radioestesia e rabdomanzia: le pseudoscienze in orbace
Paolo Cortesi, scrittore e saggista, ha approfondito una pagina di storia italiana poco nota, il rapporto tra la parapsicologia e il regime fascista, soffermandosi su due fenomeni in particolare: radioestesia e rabdomanzia.
«Durante il ventennio ci fu un grande interesse per la radioestesia», ha raccontato lo studioso a Padova. «Lo studio delle pretese radiazioni che proverrebbero da tutta la materia, animata e non, fu oggetto di congressi ai quali aderirono, e spesso parteciparono, alte personalità del regime, ministri e accademici d’Italia. La radioestesia era creduta una scienza nascente, i primi passi di una ricerca scientifica paragonabili agli iniziali tentativi della telegrafia senza fili». Di conseguenza, ha spiegato Cortesi, «con la radioestesia non si perdeva la faccia, anzi si dava prova di apertura mentale, di fascistissima fiducia nel futuro, in cui un nuovo Marconi o un nuovo Galileo avrebbe fatto la scoperta del secolo, dando un nuovo primato all’Italia del duce. Si affermò l’idea che la radioestesia era scienza».
Anche la rabdomanzia attirò l’interesse del fascismo. «Nel 1931», ha raccontato ancora Cortesi, «fu istituito l’Ente Georabdico Italiano per lo sviluppo della rabdomanzia alla ricerca di acqua nel sottosuolo. Per dare un’idea dell’ufficialità dell’ente, basti dire che primo aderente fu il sottosegretario di Stato Giacomo Acerbo. Nello stesso anno si tennero diversi convegni di rabdomanti in tutta Italia, e nel 1932 Verona ospitò addirittura il Congresso internazionale di rabdomanzia e geofisica, dove però, proprio come era accaduto nei congressi precedenti, le prove pratiche furono del tutto deludenti: i gesuiti di Civiltà Cattolica commentarono che “ce n’era assai più del necessario per concludere che la rabdomanzia aveva fatto pieno fallimento”. Tuttavia, la fiducia nel pendolino continuò. E questo ci dice molto sulla natura delle credenze».
Le misure giuste per misurare il mondo
«Se per leggere un libro bisogna conoscere la lingua in cui è scritto, per capire le ricerche scientifiche bisogna anche saper distinguere tra le diverse grandezze che descrivono i fenomeni, comprendendo come vengono misurate e quale concetto rappresentano le unità di misura».
L’importanza di sapere in che modo si misura il mondo e come lo si è misurato in passato è stata al centro dell’intervento al CICAP Fest di Vittorio Marchis, professore emerito di storia della scienza al Politecnico di Torino, che ha esordito soffermandosi sulle unità di misura usate per definire la realtà nel corso della storia e citandone vari esempi. «Pensando al passato, i calibri delle palle di cannone dovevano essere standardizzati per far sì che si potessero sparare ovunque ci fosse un cannone disponibile, ma ci sono stati molti altri casi in cui la costruzione di certi oggetti doveva essere compatibile con le tecnologie impiegate in altri luoghi. I remi, per esempio, spesso erano costruiti in luoghi diversi dalle imbarcazioni, e quindi dovevano rispettare caratteristiche precise per essere utilizzabili».
Non mancano gli esempi moderni e contemporanei. «Molti settori hanno dovuto ricorrere alla standardizzazione», ha proseguito Marchis. «Le esigenze commerciali possono portare a modificare gli standard, come accaduto in ambito televisivo, con le rivoluzioni degli ultimi anni che hanno portato a usare decoder e televisori più avanzati. Ma potremmo citare moltissimi altri casi, dagli pneumatici delle automobili alle ruote delle biciclette. Anche quando acquistate un pezzo su Amazon dovete fare riferimento all’unità di misura», ha aggiunto il docente, «altrimenti non riuscireste a trovare qualcosa di utile, anche solo per sostituire una lampadina bruciata. L’unità di misura serve per misurare le dimensioni nell’universo, ma anche per affrontare la quotidianità».
L’unità di misura, quindi, secondo Marchis, «fa parte del linguaggio, proprio come i verbi e gli aggettivi che usiamo per comunicare. È in questo senso che ho parlato di “grammatica della misura” e di un processo di confronto e dialogo tra unità di misura diverse che va avanti ancora oggi».
Il negazionismo scientifico e le incertezze della scienza
Luca Tambolo, dottore di ricerca in filosofia e autore del volume Il mondo su misura, è intervenuto al Fest su un tema molto caro al CICAP, vale a dire la diffusione di teorie antiscientifiche. In particolare, il ricercatore si è soffermato sul problema del negazionismo scientifico nella società di oggi e sulle responsabilità della comunità scientifica.
«Negazionismo e pseudoscienza esistono da sempre», ha affermato Tambolo, «e sempre esisteranno. Sono qui per rimanere, per un motivo semplice: sono l’atteggiamento più naturale dell’essere umano. La scienza richiede spesso spiegazioni complesse per essere compresa, e del resto non è un fatto scontato che la scienza si sia sviluppata nella nostra società. Considerando come funzionano le menti umane», ha proseguito, «mi sembra più realistico pensare che queste derive rimarranno sempre con noi. Occorre cercare, per quanto possibile, di mitigare i peggiori effetti della loro diffusione: è un obiettivo realistico, per quanto difficile da raggiungere». Tuttavia, secondo il ricercatore, «Il problema non è tanto la conoscenza scientifica quanto il comprendere come funziona la scienza. Bisogna capire su quali basi attribuiamo valore a una certa affermazione: è la vecchia questione del metodo sperimentale di Galileo Galilei».
Nell’ultima parte del suo intervento, Tambolo ha poi affrontato la questione cruciale di come comunicare l’incertezza della scienza. «Sono convinto che bisogna sempre dire la verità per come la conosciamo», ha affermato. «Se sostenessi che un’affermazione ha un certo grado di certezza e quindi anche di incertezza, potrebbero consigliarmi di non dire niente finché non sono sicuro, ma è sbagliato. D’altro canto, far finta di avere certezze quando queste non esistono o ignorare i margini di incertezza è controproducente nel lungo periodo. Col tempo, infatti, alcuni argomenti potrebbero venire sostenuti da prove più solide, prima sconosciute, smentendo conclusioni precedenti. C’è anche una questione etica: se sei uno scienziato, non puoi decidere cosa accadrà quando racconti ciò che sai; se sai che un’affermazione ha margini di incertezza, devi dirlo. Qualcuno potrà sicuramente fare un uso distorto di queste informazioni, ma pazienza: non è compito dello scienziato decidere cosa può o non può sapere il pubblico».
Inventare una tradizione gastronomica
È un interrogativo che, negli ultimi anni, ha dato vita a parecchie discussioni: la cucina italiana ha davvero una lunga storia alle spalle? O quelle che noi riteniamo ricette vecchie di secoli in realtà sono invenzioni recenti?
A rispondere a queste domande al CICAP Fest è stato Alberto Grandi, professore di storia del cibo e presidente del corso di laurea in economia e management all’Università di Parma, che di recente ha pubblicato un libro intitolato, non a caso, La cucina italiana non esiste. «Il concetto di tradizione gastronomica ha dei parametri tutti da discutere», ha spiegato Grandi. «Se volessimo misurare l’antichità di una ricetta potremmo andare a ritroso all’infinito, fino a Homo erectus con i suoi primi tentativi di cottura. Inoltre, è difficile determinare la prima volta che uno specifico piatto è stato consacrato in una ricetta, poiché si tratta di una continua evoluzione. La storia della cucina si può invece descrivere e discutere. Anzi, l’origine di tanti dei nostri cosiddetti “piatti della tradizione” è da rintracciare negli anni del boom economico, una vera e propria cesura con il passato, con modelli alimentari opposti e incomparabili. Sempre a patto che si sia consapevoli che quella che noi chiamiamo tradizione è al massimo antica di 60-70 anni, in corrispondenza con il boom economico».
Secondo Grandi, false attestazioni di antichità in Italia si riscontrano anche nel mondo delle denominazioni di Origine Protetta (DOP) e Indicazione Geografica Protetta (IGP). «Il loro scopo sarebbe quello di dare garanzie al consumatore e valorizzare le competenze di un territorio», ha sottolineato il docente. «Da questo siamo però passati a inventarci delle eccellenze. Bisogna essere obiettivi e non strafare, come succede quando attribuiamo ai nostri prodotti tradizioni millenarie. Per esempio, il cioccolato di Modica (IGP dal 2018) risale agli anni ´80. La varietà del pomodoro di Pachino IGP fu “messa a punto” nel 1989».
Spettacoli, laboratori e molto molto altro
Nei tre giorni del Fest c’è stato spazio anche per lo spettacolo e gli ormai tradizionali laboratori per adulti e bambini. Gli spettacoli si sono tenuti nella Sala dei Giganti di Palazzo Liviano, dove venerdì 11 ottobre è andata in scena la stand up comedy di Francesco Lancia, Chiara Galeazzi, Valeria Pusceddu, Daniele Tinti, Alessandro Ciacci e Yoko Yamada, che hanno affrontato con ironia temi centrali del FEST: la scienza, il futuro e la razionalità. La sera dopo, Paolo Canova ha presentato Istintivamente Irrazionali, un incontro-spettacolo sull’economia e sui meccanismi della più basilare delle operazioni economiche: la scelta.
Il Liston, il corso pedonale di Padova, ha ospitato una ricca offerta di attività interattive: come “Science in a box”, a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche, per spiegare, con due kit didattici, i fenomeni legati al magnetismo e le potenzialità della robotica educativa, oppure “Inquinamento e salute”, attività della Fondazione Umberto Veronesi, che sensibilizzava il pubblico sugli effetti dell’inquinamento atmosferico, mentre la Fondazione AIRC, con “Bilanciamoci”, ha parlato del legame tra un’alimentazione sana e la prevenzione delle malattie, incluso il cancro.
Da segnalare inoltre la conferenza-spettacolo Chemistry Show di Gabriele Pastori, i due incontri organizzati dalla rivista Magia, che hanno visto la partecipazione di Raul Cremona, Carlo Faggi e Alex Rusconi, le quattro “conferenze Query”, su temi affrontati nei numeri scorsi della rivista, e l’incontro in ricordo di Alfredo Castelli, il creatore di Martin Mystère. Molte, infine, le presentazioni di libri, tra cui, oltre a quelli già citati, Sherlock Holmes e l’arte del ragionamento, di Massimo Polidoro, Vita sghemba, di Piero Bianucci, e Sindone, di Luigi Garlaschelli, sempre accompagnati dai consueti “firmacopie” nel loggiato del Cortile Antico di Palazzo del Bo.
Hanno collaborato alla stesura di questo articolo: Lina Cerrato, Eleonora Conca, Gaia Dibiase, Mirco Romanato e Chiara Siracusa.