Sindone, falsi, bolle papali

Spett.le Cicap,
vi seguo da diverso tempo sia sulle pagine di Focus, dove trovo i vostri interventi veramente mirati e ben fatti e sia sul sito. Nella mia libreria ho suddiviso i libri sugli scaffali in base al loro argomento: olocausto, storia, scienze, cronaca ecc....., ed ho un ripiano dedicato al paranormale, però mi piacerebbe ora documentarmi dell'opposto e così ho preso subito 2 libri: "Grandi misteri della storia" e "Investigatori dell'occulto" . Li sto leggendo con molta calma e con la dovuta concentrazione, sottolineando i passaggi che io ritengo importante e mettendo gli appunti che mi possono servire. Mi ha incuriosito ad esempio nel primo libro l'argomento dedicato alla sacra sindone in particolar modo la bolla in cui Clemente VII in data 6 gen. 1390 permette si l'ostensione della sindone però detto ad alta voce che si tratta di una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del sudario. Di questa "clausula" io non riesco a trovare purtroppo notizie in altri testi e alcuni sacerdoti, amici, da me interpellati dicono di non saperne nulla ( o di non volerne sapere nulla). Questa è solo una delle tante cose che ho trovato interessante. Continuerò a seguirvi con molto interesse e vi chiedo se è possibile avere una copia del vostro giornale.

Cordiali saluti,

Adorante Antonello


Caro Antonello,

grazie per l'attenzione e per l'interessante domanda. Ho chiesto lumi a uno dei principali esperti critici sulla Sindone, Gian Marco Rinaldi. Ecco dunque di seguito la sua risposta.

A presto,
MP


«Riporto il passo in questione. E' preso dalla Bolla di Clemente VII (papa avignonese che aveva giurisdizione in Francia, poi classificato come antipapa) del 6 gennaio 1390, indirizzata al capitolo di Lirey, cioe' al decano e ai canonici della chiesetta di Lirey dove la Sindone veniva esposta. Il papa istruiva i canonici su come e a quali condizioni potevano esporre la Sindone. Contemporaneamente il papa scriveva anche al vescovo di Troyes e agli ufficiali della zona che dovevano sorvegliare sull'applicazione delle norme emanate. Il documento fu pubblicato dal canonico Ulysse Chevalier in appendice a suoi studi storici apparsi nel 1900 e nel 1903. Io ho ricopiato il passaggio da un articolo di qualche anno fa di monsignor Victor Saxer, rettore dell'Istituto pontificio d'archeologia cristiana: Victor Saxer: La Sindone di Torino e la storia, Rivista di Storia della Chiesa in Italia, Anno XLIII, I, 1989, p. 51-79 (Vedi a p. 63; in bibliografia sono citati i lavori originali di Chevalier.) «Nos igitur circa modum ostensionis huiusmodi, ad omnem erroris et ydolatrie materiam submovendam, de oportuno remedio providere curantes, volumus et tenore presencium auctoritate apostolica statuimus et ordinamus quod, quotienscumque contigerit, decanus et capitulum predicti et alie persone ecclesiastice huiusmodi figuram seu representacionem ostendentes et in huiusmodi ostensione presentes, quandiu ostensio ipsa durabit, capis, superpelliciis, albis, pluvailibus vel aliis quibuslibet indumentis seu paramentis nullatenus propterea induantur, nec alias solemnitates faciant, que fieri solent in reliquiis ostendendis; quodque preterea torticia, facule seu candele minime accendantur, nec luminaria quecumque ibidem adhibeantur; quodque ostendens dictam figuram, dum maior ibidem convenerit populi multitudo, publice populo predicet et dicat alta et intelligibili voce, omni fraude cessante, quod figura seu representacio predicta non est verum sudarium Domini nostri Jhesu Christi, sed quedam pictura seu tabula facta in figuram seu representacionem sudarii quod fore dicitur eiusdem Domini nostri Jhesu Christi.»

«Non ho al momento sottomano una traduzione ma il senso appare chiaro. Noi, cioè il papa, stabiliamo e ordiniamo che il decano e il capitolo (cioè il clero della chiesa) e altre persone ecclesiastiche che ostendono (mettono in mostra) la "figuram seu representacionem", figura o rappresentazione, non devono indossare, per la durata dell'ostensioine, "capis, superpelliciis, albis, pluvailibus vel aliis quibuslibet indumentis seu paramentis", cioè un elenco di paramenti da cerimonia, né fare altre solennità, di quelle che si è soliti fare nelle ostensioni delle reliquie. Viene anche specificato che non si accendano torce, fiaccole o candele né altri lumi. Poi dice che quando il popolo si raduna, si deve proclamare e dire al popolo "con voce alta e intelligibile, per far cessare ogni frode, che la suddetta figura o rappresentazione non è il vero sudario di Nostro Signore Gesù Cristo, ma una 'pictura seu tabula', pittura o quadro, fatta come figura o rappresentazione del sudario" che fu di Gesù Cristo.

«I sindonologi cavillano sui termini usati e dicono che "figura seu representacio" non implicherebbe che si tratti di una immagine artificiale, mentre non possono negare che "pictura seu tabula" richiama per forza un'opera pittorica. Danno peso al fatto che in una copia messa in archivio presso l'archivio papale mesi più tardi, un funzionario o addetto cancellò le parole "pictura seu tabula". Ma il testo diffuso in gennaio e pervenuto ai destinatari non aveva la cancellazione. Inoltre la parte più significativa del contenuto della bolla non è tanto nelle particolari parole usate per designare la Sindone, ma nel fatto che si proibiscono cerimonie solenni, tanto da impedire che i preti si vestano da cerimonia e accendano lumi, e nel fatto che viene ordinato di dire ad alta voce al popolo, per far cessare ogni frode, che quello non è il vero sudario del Signore. I sindonologi non dicono che nella copia per l'archivio sia stato cancellato tutto questo.

«Comunque qualsiasi correzione tardivamente apportata sulla copia d'archivio era ininfluente perché la copia restava in archivio ad Avignone e non sarebbe mai stata vista dai destinatari a Lirey o a Troyes. Aggiungerei per una precisazione. Il fatto che un papa, o antipapa, abbia detto che la Sindone non è quella vera, non ha alcun peso nel dibattito sull'autenticità. Cioè non è da prendere come elemento di evidenza contro l'autenticità. A quell'epoca, le chiese erano piene di reliquie e ce n'erano in giro innumerevoli, comprese le più assurde. I papi approvavano tutte quelle reliquie senza discriminare le vere (posto che ce ne fossero) dalle false e senza alcuna verifica. Quindi non era nelle premure di un papa l'esame o l'indagine su una qualsiasi reliquia per verificarne l'autenticità. Clemente VII (o il suo funzionario avignonese che redasse il testo della bolla) non aveva mai visto la Sindone, non era mai stato a Lirey, né vi aveva inviato un suo emissario, e non aveva condotto alcuna indagine. In quella occasione, il problema per il papa era che a Lirey e a Troyes (Lirey era nella diocesi di Troyes) era in corso una disputa. Il vescovo di Troyes voleva impedire le ostensioni. I canonici della chiesa di Lirey e il signorotto locale (che era un parente alla lontana dello stesso papa) volevano tenere le ostensioni (che portavano denaro con l'afflusso dei fedeli). Il papa risolse la disputa con un compromesso. Permise le ostensioni, accontentando così i canonici e il signorotto di Lirey, e in seguito approvò anche che venissero concesse indulgenze (che erano quelle che fruttavano più denaro) a chi visitava la chiesa.

«Contemporanemente, per dare un contentino al vescovo e per salvare in qualche modo la faccia, diede ordine che si tenessero le luci basse e non ci si vestisse in pompa magna e si dicesse al popolo che quella era una "pictura seu tabula". Insomma diede ai canonici la sostanza, cioè il permesso di tenere le ostensioni con conseguente afflusso di fedeli e di offerte, e al vescovo lasciò soltanto la forma. Piuttosto ci si può chiedere come mai il vescovo di Troyes si opponesse alle ostensioni. Lo stesso vescovo, che si sappia, non si opponeva alle altre reliquie che dovevano esserci numerose nelle varie chiese della sua diocesi o nella stessa sua cattedrale. Se per quella volta si oppose, dovevano esserci motivi particolari. Un motivo potrebbe essere che c'erano rivalità o diatribe a livello personale fra lui e quelli di Lirey, ma non ne sappiamo niente. Un altro possibile motivo, che mi sembra verosimile, è che il vescovo di regola non si preoccupava delle tante reliquie false, ma in questo caso aveva di che preoccuparsi perché la Sindone non era conforme ai Vangeli e poteva suscitare perplessità fra i fedeli che sapessero leggere i testi sacri. I Vangeli nominano bende o sudario sepolcrali ritrovati nel sepolcro vuoto, ma non dicono che ci fosse sopra un'immagine, ciò che, si supponeva, difficilmente avrebbero taciuto se un'immagine c'era.

«Se poi è vero, come lo stesso vescovo scrisse in un memoriale per il papa, che un vescovo suo predecessore aveva scoperto la frode (oltre trent'anni prima) e aveva addirittura individuato l'artista, reo confesso, che aveva eseguito l'immagine, allora la cosa poteva essere risaputa nella diocesi e sarebbe stato imbarazzante non tenerne conto (senza contare che il vescovo poteva pure sentirsi in dovere di intevenire semplicemente per sua onestà)».

Gian Marco Rinaldi