Le frodi scientifiche sono in aumento?

Oltre agli abbagli in buona fede e agli autoinganni, nel mondo scientifico non sono mai mancate le vere e proprie frodi in cui alcuni ricercatori deliberatamente falsavano o inventavano di sana pianta i risultati di alcune ricerche. In un precedente articolo pubblicato su questa rivista avevamo esaminato alcuni celebri casi storici[1]. In epoca più recente vi sono stati altri casi clamorosi.
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Science Fiction Museum a Seattle.
Il giovane fisico dello stato solido tedesco Jan Hendrik Schön, assunto nel 1997 presso i prestigiosi Bell Laboratories, Usa, iniziò una strabiliante carriera nel febbraio del 2000, con la pubblicazione di alcuni articoli in cui dimostrava la possibilità di cambiare le proprietà elettriche di alcune materiali, che normalmente hanno caratteristiche isolanti, rendendoli semiconduttori o addirittura superconduttori. Nell'arco di soli tre anni riuscì a pubblicare ben 90 articoli sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali quali Nature, Science, Physical Review e Applied Physics Letter. I risultati delle sue ricerche erano eccezionali e sembravano realizzare un'autentica rivoluzione nella scienza dei materiali. Uno dei suoi più sorprendenti risultati fu la realizzazione di un "Field Effect Transistor" (FET), un transistor a effetto di campo, utilizzando un singolo strato monomolecolare organico. Ben presto si cominciò a parlare di lui come futuro e altamente probabile premio Nobel. Peccato che nessun altro ricercatore riusciva mai a replicare quanto da lui ottenuto. Questo cominciò a destare non pochi sospetti nella comunità scientifica. Un esame attento delle sue pubblicazioni mise in evidenza che grafici identici riportavano risultati di esperimenti differenti. Il vicepresidente dei Bell Labs, Cherry Murray, volle vederci chiaro e avviò un indagine che venne eseguita da una commissione guidata da Malcom Beasley, professore di ingegneria elettronica presso l'università di Stanford. I risultati dell'inchiesta furono sconvolgenti: Schön utilizzò intere figure ricavate da altri articoli, omise tutti i dati sperimentali in disaccordo con le previsioni teoriche e, addirittura, presentò come dati sperimentali quelli che erano i risultati di simulazioni numeriche. Venne dimostrata in modo inequivocabile la sua malafede e, messo alle strette, lui stesso dovette ammettere le proprie malefatte. Naturalmente i Bell Labs lo allontanarono immediatamente e la parabola ascendente di Schön si interruppe miseramente.
Un altro recente caso, altrettanto clamoroso, è quello del sudcoreano Woo Suk Hwang, professore di medicina veterinaria dell'Università di Seul. Tra il 2004 e il 2005 Hwang pubblicò su Science due lavori sulla clonazione di cellule umane. Nonostante le polemiche di tipo etico suscitate, si trattava di un risultato sorprendente in quanto avrebbe aperto nuovi orizzonti nella ricerca sulle cellule staminali e quindi alla cosiddetta medicina rigenerativa che consentirebbe la ricrescita di tessuti sani nel caso di diverse patologie degenerative. La notizia fu entusiasmante per tutta la comunità scientifica e nel suo paese Hwang divenne una sorta di eroe nazionale, tanto che gli venne persino dedicato un francobollo. Anche nel suo caso si cominciò a parlare di futuro premio Nobel. Presto però altri ricercatori cominciarono ad avanzare dubbi sulla attendibilità delle ricerche di Hwang. Anche in questo caso, nel 2005, venne nominata una commissione di inchiesta indipendente, composta da nove membri, che cercò, senza successo, di replicare gli esperimenti di Hwang. Dall'inchiesta emerse chiaramente che Hwang aveva deliberatamente falsato i dati. Dopo lo smascheramento, Hwang si è dimesso spontaneamente dall'incarico di professore all'Università di Seul.
Nel gennaio 2006, dopo un'indagine avviata dalla rivista Lancet, l'oncologo Jon Sudbø, dell'Istituto norvegese di ricerca sul cancro, ha ammesso di aver falsificato i risultati di tre ricerche pubblicate su altrettante prestigiose riviste scientifiche internazionali: la stessa Lancet, il New England Journal of Medicine e il Journal of Clinical Oncology.
Uno dei più recenti casi di frode scientifica, infine, è quello del ricercatore giapponese, Hiroaki Kawasaki della University of Tokyo. Tra il 1998 e il 2004 Kawasaki pubblicò diversi articoli sui cosiddetti "RNA interference", ovvero piccoli frammenti di RNA che possono legarsi al DNA inibendo l'espressione genica. Si tratta di una tecnica biomolecolare molto promettente perché sembra suscettibile di importanti applicazioni pratiche. Il problema è che, anche in questo caso, tutti i ricercatori che hanno provato a replicare i risultati di Kawasaki non ci sono riusciti. Avviata la solita inchiesta, voluta da Kazunari Taira, responsabile del gruppo di ricerca in cui lavora Kawasaki, è emerso che quest'ultimo aveva deliberatamente falsificato i dati che erano stati pubblicati.
Questi casi di frode così clamorosi e così ravvicinati nel tempo mostrano, oltre al costante rischio di atti disonesti da parte dei ricercatori, l'esistenza di preoccupanti falle nel sistema di controllo delle pubblicazioni sulle riviste scientifiche internazionali. Queste preoccupazioni hanno indotto il direttore di Science, Donald Kennedy, ad occuparsi del problema. Secondo quanto da lui affermato in un editoriale pubblicato nel gennaio 2006[2], nonostante il rispetto delle regole, "l'ambiente scientifico oggi presenta maggiori incentivi per la produzione di lavori intenzionalmente fuorvianti o distorti da interessi personali". Tali incentivi sono legati al fatto che attualmente la ricerca ha sempre più bisogno di ingenti finanziamenti e i criteri di assegnazione dei fondi e la stessa carriera dei ricercatori sono legati alle pubblicazioni: al loro numero, alla loro qualità e al prestigio delle riviste sulle quali compaiono. Vi è pertanto una vera e propria corsa alla pubblicazione. Nel mondo scientifico circola il detto "pubblicare o morire" (publish or perish).
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Un caso clamoroso di frode scientifica: gli esperimenti sulla clonazione di Woo Suk Hwang
Del problema si è occupata anche la rivista The scientist[3]. Secondo la rivista il processo di "referaggio"[4] delle riviste scientifiche è intasato dal numero enorme di richieste di pubblicazione, con conseguente diminuzione di efficacia nei controlli.
Secondo il biologo molecolare Vittorio Sgaramella[5], le stesse riviste contribuiscono a creare un clima che in qualche modo può incentivare le frodi. Sono infatti le riviste che stabiliscono quali siano i settori di punta della ricerca, creando in tal modo una competizione spesso esasperata. Riferendosi all'editoriale del prof. Kennedy, Sgaramella ha affermato: «Autorità come il prof. Kennedy dovrebbero compiacersi meno del rispetto di regole, evidentemente inadeguate, e chiedersi piuttosto come mai l'ambiente scientifico si sia deteriorato al punto di incentivare le frodi e se questo non sia almeno in parte dovuto alle stesse prestigiose riviste che lo condizionano e al contempo lo vorrebbero moralizzare».
Per fortuna però le frodi scientifiche prima o poi vengono scoperte. I sistemi di controllo potrebbero certo essere più efficaci ma, tutto sommato, essi comunque ci sono e garantiscono che, almeno su lunghi periodi, quanto prodotto dalla comunità scientifica abbia una sua validità.

1) Fuso S., "Le frodi scientifiche", Scienza & Paranormale n. 27-VII, 1999.
2) D. Kennedy, "Good News and Bad", Science 13 (311), p. 145, 2006; www.sciencemag.org/cgi/content/summary/311/5758/145 .
3) The Scientist, 2 (20), 2006; www.the-scientist.com/toc/2006/2/ .
4) Sistema di revisione degli articoli da parte di esperti, prima della loro pubblicazione.
5) Sgaramella V., "Boom delle Frodi Scientifiche", La Repubblica, 7 febbraio 2006.