Bioarchitettura®: a chi serve credere ai “nodi di Hartmann”?

Egregio Direttore,

Le scrivo in merito all’articolo posto a riferimento (“Architettura...paranormale! Cosa c’è di vero nella Bioarchitettura?”, S&P, n. 12, anno IV, Inverno 1996, n.d.r.) di cui sono venuta a conoscenza soltanto ora, a seguito di circostanze fortuite i cui contenuti richiedono delle precisazioni da parte della sottoscritta, direttamente chiamata in causa, nonché presente alla conferenza stampa citata nell’articolo. Le sarò grata se vorrà dare spazio sul suo giornale a una opportuna rettifica nel merito dei fatti e non delle opinioni.

Per ragioni pratiche, farò le mie precisazioni per punti.

1) Il corso Nazionale di Bioarchitettura®, ovvero di architettura biocompatibile, è indirizzato a quanti operano o intendono operare come professionisti in discipline inerenti la gestione del territorio, la costruzione e riqualificazione dell’ambiente unicamente alla progettazione di spazi rispondenti alle esigenze di benessere psicofisico. L’organizzazione di nuovi e vecchi insediamenti, la gestione oculata delle risorse il recupero edilizio e ambientale la scelta delle tipologie costruttive, più idonee alle necessità locali, la conoscenza dei materiali eco-bio-compatibili e delle tecnologie a basso impatto ambientale. Il percorso per acquisire queste informazioni è articolato in tre livelli di approfondimento.
Il corso Nazionale di Bioarchitettura® di 1° Livello, che è stato presentato alla stampa il 5 ottobre 1996 viene strutturato in 100 ore di lezione ex-cattedra tenute da docenti universitari e professionisti. Non è formativo bensì informativo avendo lo scopo di trasferire conoscenze di base, permettere la comprensione della terminologia tecnica specialistica, trasmettere i principi su cui si fonda l’idea di biocompatibilità, insegnare a evitare l’inquinamento indoor, l’aggressività elettromagnetica, maturare il rapporto con il radon, con materiali inquinanti, proporre l’uso di tecnologie dolci e alternative come sperimentazione e verifica di effetto.
Organizzato dall’istituto Nazionale di Bioarchitettura® (INBAR) in collaborazione con Legambiente di Padova, ha ottenuto il patrocinio di molti Ordini professionali, i quali riconoscono nel nostro corso, uno strumento di aggiornamento professionale per i loro iscritti sulle tematiche ambientali e sugli studi che in tutta Europa e non solo, costituiscono il nuovo paradigma per un vivere sano e compatibile con la gestione delle risorse.

2) Il corso di 1° Livello è aperto a tutti poiché l’istituto Nazionale di Bioarchitettura® ritiene che sia giusto fornire, a quanti siano interessati, la possibilità di sviluppare una coscienza ecologica anche in campo architettonico. Però nel depliant e nella stessa conferenza non si è mai parlato di rilascio di diploma di “bioarchitetto” semmai del rilascio di un certificato di frequenza a fine corso che assolutamente non dà alcun titolo, neanche ai laureati in architettura, di definirsi “bioarchitetti”. Infatti, se così non fosse, certamente non avremmo avuto il patrocinio degli Ordini professionali. Inoltre, credo sia palese la differenza che esiste tra certificato di frequenza e diploma.
Come sopra specificato, il corso completo è strutturato in 3 livelli di cui questo è solo il primo, (come si poteva leggere sul volantino), e l’ultimo, in quanto laboratorio progettuale, è riservato a laureati i quali ricevono il titolo di esperto in bioarchitettura solo se iscritti ai rispettivi Ordini professionali.
Infatti, l’istituto Nazionale di Bioarchitettura accoglie molti simpatizzanti, tuttavia per statuto (Art. 4) non può divenire “socio effettivo” chi non è iscritto al proprio Ordine professionale. Questa clausola è stata formulata proprio per garantire che non si faccia un uso improprio del termine “Bioarchitettura®” fregiandosi di titoli concorrenziali con quelli forniti da Istituti Universitari.

3) All’interno del corso sono dedicate alcune ore all’elettrobiologia (= scienza che studia i fenomeni dell’elettricità nella vita organica e le leggi che li governano) che comprende lo studio dei campi elettrici artificiali e il loro effetto sul corpo umano, e non più di 4 ore alla geobiologia (come ribadito in conferenza stampa) intesa come studio dei fenomeni della vita organica in relazione al luogo, ovvero, studio delle relazioni che intercorrono tra il corpo umano e il luogo, compresi eventuali reticoli geomagnetici come quello proposto da Hartmann e denominato comunemente come “rete di Hartmann”.
La Bioarchitettura® riconosce ad Hartmann il merito di aver riconnesso l’architettura con il luogo e quindi la possibilità che questo sia più o meno propizio per l’edificazione, soprattutto in considerazione del fatto che una casa non è facile da spostare. Per cui, oltre a limitarsi, come previsto dalla normativa alle indagini geologiche, nella costruzione di una abitazione sarà opportuno assicurarsi che non vi siano falde acquifere o faglie sotterranee che possano compromettere la stabilità stessa dell’edificio. Quanto poi alle geopatologie noi evidenziamo quanto riportato da alcuni studi medici che sottolineano la possibilità per cui le anomalie geologiche possono influire negativamente sulla salute degli abitanti. Anche studi epidemiologici (es. sulla presenza di radon in alcune zone) mettono in evidenza questi fattori come causa di insalubrità dei luoghi.
Se qualcuno si scandalizza perché nel corso, una parte dello studio viene dedicata a questi argomenti, rispondiamo ora come allora, che le materie trattate hanno il compito d’informare anche su argomenti e temi che sono considerati “border line” per la scienza e che tuttavia sono oggetto di studi in corso, senza toni di fanatismo e/o fideismo, ma con spirito critico, presentando le tesi iniziali (esempio studi di Hartmann) e gli aggiornamenti in materia. Proprio per evitare cattiva informazione, crediamo sia meglio parlare di certi argomenti e siamo sempre aperti a nuovi risultati e ricerche che mirino a una corretta visione della realtà.

4) L’enciclopedia pratica per costruire e progettare del “Neufert”, a cui si fa riferimento nell’articolo come testo su cui trovare materiale informativo sulla Bioarchitettura®, riporta nella prima pagina sotto lo stesso titolo: «Manuale ad uso di Architetti, Ingegneri, Periti Edili e costruttori, docenti e discenti» non «Manuale per Bioarchitetti». Ricordo inoltre che la sua prima edizione fu pubblicata nel 1949 e solo nel 1980 eravamo alla 30a edizione mentre la Bioarchitettura e in particolare l’istituto Nazionale di Bioarchitettura nasce ben dopo, solo nel 1988.
Secondo il “Neufert”, le geopatologie sono alla base della Biologia architettonica, mentre per bioarchitettura si intende (Estratto dallo statuto dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura: Art. 2 Definizione): «Si definisce Bioarchitettura® la disciplina progettuale che attua e presuppone un atteggiamento ecologicamente corretto nei confronti dell’ecosistema ambientale. In una visione caratterizzata dalla più ampia interdisciplinarietà e da utilizzo razionale e ottimale delle risorse, la Bioarchitettura tende alla conciliazione e integrazione delle attività e dei comportamenti umani con le preesistenze ambientali e i fenomeni naturali. Ciò al fine di realizzare un generalizzato miglioramento degli standard qualitativi della vita attuale e futura».

5) Riguardo alla possibilità che ognuno di noi possa diventare un rabdomante, in quella sede è stata riferita un’ipotesi (non un’affermazione), presentata solo come tale e riportata dal fisico Yves Rocard nel suo libro La scienza ed i rabdomanti. Il Sig. Maurizio Armanetti è in possesso di ricevute di pagamento effettuate dal gruppo ITALGAS per «prestazioni effettuate come rabdomante».

6) Infine, in riferimento alle affermazioni riportate nell’articolo posto a riferimento fatte dall’Assessore alla cultura prof. Pierluigi Fantelli, posso affermare, in quanto presente, che la connessione tra i rabdomanti e Galileo il dottor Fantelli l’ha formulata riferendosi al fatto che anche all’epoca di Galileo “l’accademia scientifica” non accettava le teorie copernicane perché non erano spiegabili (vedi lettera di Galileo a Keplero del 4 agosto 1597), cosi come oggi non accetta i rabdomanti perché non riesce a spiegarne le capacità.

Le ricordo infine per il futuro che:

A) Bioarchitettura® è un termine registrato quale marchio dall’istituto Nazionale di Bioarchitettura® - INBAR, pertanto a norma del C.C.I.A.A. cod. 21 n. 5117 Ci 16C e 42 si deve evitarne l’uso in contesti che possano ingenerare equivoci in lettori.

B) L’istituto Nazionale di Bioarchitettura® è citato come unico riferimento italiano nel settore dell’edilizia ecologica dalla Risoluzione del Parlamento Europeo dell’11.02.94 per la promozione e adozione di tecnologie Eco e Bio compatibili.

C) Nel 1997 a Bologna si terrà il 6° SYMPOSIUM EUROPEO sull’architettura eculogica organizzato da NORDRHEIN WESTFALEN - REGIONE EMILIA ROMAGNA - MINISTERO DELL’EDILIZIA OLANDESE con il supporto scientifico dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura®.

D) Nel 1996 è stato presentato al Ministero dei Lavori Pubblici una nostra pubblicazione sul polistirolo e suoi effetti.

E) L’agenzia formativa IAL (Istituto Autonomo Lavoratori) ha organizzato un corso per laureati, che riceveranno «attestato di qualifica superiore come tecnico di Bioarchitettura®, approvato dalla Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia e finanziato col Fondo Sociale Europeo con la supervisione e consulenza scientifica dell’istituto Nazionale di Bioarchitettura®».

Caro Direttore potrei continuare per pagine a citare gli interventi e le esperienze del nostro Istituto e la serietà e impegno che ogni iscritto mette nel divulgare una nuova cultura ecologica anche nell’abitare, pertanto non credo sia serio da parte Vostra pubblicare articoli scarsamente documentati come quello sopramenzionato.

Se non sbaglio l’applicazione del metodo scientifico prevede che a sostegno delle ipotesi vi siano sufficienti prove o documentazioni! Come mai la stessa metodologia non è stata applicata nel definire la Bioarchitettura®? Conosco la vostra rivista come fonte di articoli scientifici e documentati per cui sono convinta che le «accurate indagini» che avete svolto sulla Bioarchitettura® siano solo un caso sporadico.

Le porgo i miei distinti saluti confidando nella Sua buona fede e nella capacità di cogliere lo spunto per una rettifica dell’articolo posto a riferimento, sicura che per futuro non si verificheranno ulteriori fraintendimenti nel merito dell’attività del nostro INBAR, che richiederebbero comunque azioni di diversa competenza.

Arch. Paola Basso
Delegato responsabile
Istituto Nazionale di Bioarchitettura (INBAR), Padova



Risponde Roberto Vanzetto:

Gentile arch. Paola Basso,

la sua lettera, che scaturisce per l’indignazione causata da un articolo sulla Bioarchitettura® di cui sono autore assieme a Romina Bisato, ha gli obiettivi di precisare cos’è la Bioarchitettura®, di difendere l’attività dei rabdomanti e di rivendicare il diritto a insegnare cosa sono i nodi di Hartmann e quali malattie essi provochino. Nel contempo, accusando la poca serietà con cui queste tematiche sarebbero state trattate nelle pagine della rivista Scienza & Paranormale, viene anche colta l’occasione per prendersela con una delle poche riviste italiane che non accetta acriticamente le teorie di Hartmann. Nella sua lettera, organizzata in una serie di punti, lei non pone ovviamente alcuna domanda, essendo impegnata a dare una lunga risposta a chi ha osato criticare quell’insegnamento dei nodi di Hartmann che pare le stia tanto a cuore. Eppure, alcune delle sue precisazioni mi hanno lasciato talmente sbigottito che mi sono sentito costretto a replicarle a mia volta: sembra infatti che non siamo ancora riusciti a comprenderci sul punto centrale della questione. In calce al suo scritto mi permetto perciò di aggiungere una serie di biocommenti® e bioprecisazioni®, sperando di riuscire finalmente a biospiegarmi® una volta per tutte.

Riguardo al punto 1. e al punto 2. della sua lettera, la ringrazio per le precisazioni. Ammetto di non essere stato a conoscenza che il corso fosse diviso in tre livelli (dei quali l’ultimo accessibile solamente ai laureati in architettura) e mi scuso pubblicamente per il fraintendimento che l’articolo del numero 12 di Scienza & Paranormale può aver causato. Dalla lettura del programma e dalla partecipazione alla presentazione del corso di Padova, che fu tenuta nell’ottobre del 1996, mi era inoltre sfuggito che Bioarchitettura® fosse un marchio registrato. Eppure, a riguardare adesso quel dépliant, la “®” era davvero ben evidenziata nell’intestazione. Forse può avermi tratto in inganno il fatto che la parola bioarchitettura fosse un neologismo di uso comune, per giunta preesistente alla fondazione dell’INBAR, che nel 1988 ne ha operato la registrazione. Dato che adesso la parola è divenuta un marchio, eviterò di utilizzarla in senso generico (come avrei potuto fare prima del 1988) e la considererò esclusiva proprietà dell’INBAR. Colgo anche l’occasione per ringraziare l’INBAR di non aver registrato la parola “astronomia” e la parola “biscotti”, dato che mi capita di usarle abbastanza spesso.

Passiamo comunque al punto 3. Quello che Romina e io volevamo sottolineare nel nostro articolo non era lo status giuridico della Bioarchitettura® o la validità dell’approccio ecologico all’architettura. Se così fosse sembrato vuol dire che ci siamo spiegati male. Colgo quindi l’occasione per chiarire la cosa adesso. Quello che stavamo criticando (e che tuttora critichiamo) è l’insegnamento delle teorie di Hartmann (nodi radianti, griglia patogena, geopatie) all’interno di un corso patrocinato dal comune di Padova, e quest anno organizzato addirittura «in collaborazione con l’Istituto di Igiene dell’Università di Padova». Nel programma del corso di Bioarchitettura® vi sono ancora gli insegnamenti dei nodi di Hartmann e delle geopatie. Lei ci scrive che su ben 100 ore di lezione solo 4 sono dedicate alla “geobiologia”. L’ho notato, e personalmente credo che l’Università e vari ordini professionali abbiano patrocinato l’iniziativa proprio grazie a questa astuta mimetizzazione. In ogni caso, nel nostro intento di divulgazione scientifica, non badiamo soltanto alla quantità, ma soprattutto alla qualità: fossero anche solo 10 minuti di lezione, ciò che si contesta è che all’interno di un corso che prevede una serie di insegnamenti di indubbio interesse e valore scientifico vengano inserite pseudoscienze rampanti che diffondono allarmi insensati.

Nessuno ce l’ha con l’ecologia o con l’architettura eco e bio compatibile: ciò che lascia sbigottiti è che l’insegnamento dei nodi di Hartmann (e insisto a ricordarle che è del tutto comparabile a un insegnamento di mucche volanti) sia riuscito a entrare in una Università italiana. Lei parla di spirito critico e di corretta visione della realtà. Ma i nodi radianti, vista l’assenza di prove della loro esistenza, sono semplicemente superstizione e creduloneria, qualcosa di molto lontano dallo spirito critico.

Prima di proseguire oltre, è bene chiarire perché, al momento attuale, non ci sono prove convincenti che le mucche sappiano volare e che i nodi di Hartmann esistano.

Spendiamo innanzitutto due righe per citare lo stesso Ernst Hartmann. Riguardo alla sua rete egli scrisse: «Sussiste una connessione tra l’irraggiamento terrestre e la malattia», ma non specificò mai cosa intendesse per “irraggiamento terrestre”. Scrisse: «L’effetto patogeno dei raggi della Terra si verifica esclusivamente su strette strisce che appaiono sulla zona di stimolo, cioè sulla zona di reazione del rabdomante». Di che «raggi della Terra» stava parlando? E soprattutto: si riferiva a questa Terra, dove viviamo anche noi? Per quando riguarda la rivelazione delle sue strisce strette è piuttosto chiaro: le strisce vengono rivelate poiché stimolano la “sensibilità di un rabdomante”. La sua griglia, insomma, corrisponde a zone in cui il rabdomante “reagisce”. E questo è valido anche oggi.

Durante la presentazione del corso nell’ottobre del 1996 lei e il dott. Pierluigi Fantelli me lo avete infatti personalmente ribadito. Ed era questo il nocciolo centrale del nostro intervento sul numero 12 di Scienza & Paranormale.

Ma continuiamo: lei ci scrive che ci sono aggiornamenti rispetto agli scritti di Hartmann. Siamo certi che ci siano. Hartmann infatti scrisse di saper individuare la griglia, oltre che con la bacchetta, anche attraverso i sensi del tatto e della vista. In prossimità delle sue strisce sentiva una «forte sensazione di calore sulle mani» e una «sensazione di intenso prurito». Ma dipendeva dal tempo che faceva fuori. A volte, infatti, a seconda delle condizioni meteorologiche, Hartmann notava che: «la sensazione di prurito può perdere d’intensità, fino a scomparire» e notava anche che la sensazione di calore sulle mani poteva tramutarsi facendogli provare «persino la sensazione di freddo». Riguardo alla vista, Hartmann scrisse: «Se sussiste una forte sensazione di prurito nelle mani e c’è una certa penombra, queste strisce ritmiche sono percepibili anche con l’occhio. Su queste strisce compare un fumo simile a nebbia su cui si possono osservare diverse cose».

Ecco dunque alcuni aggiornamenti: nessun rabdomante oggi afferma più di vedere la nebbia che sorge dalle righe di Hartmann (anche se un revival non mi sorprenderebbe). In compenso, per trovare i nodi, oltre alle bacchette da rabdomante ci sono oggi dei bellissimi pendolini da radiestesista, come “il grande Armanetti” oppure, per chi ha meno soldi, “il piccolo Armanetti”. Riguardo alle malattie provocate dalle righe, Hartmann fece delle «osservazioni sconvolgenti». Egli infatti affermò che: «Eccetto pochissime malattie, come l’influenza, il morbillo, il raffreddore, eccetera, ci sono poche malattie che non siano state determinate da una striscia stretta». Ci sono aggiornamenti? Credo di sì. Qualche medico avrà scoperto altre malattie non provocate dalle strisce di Hartmann.

Ma lasciamo stare Hartmann. I suoi epigoni sono forse più profondi di lui? Costoro definiscono “magnetica” (a differenza dello stesso Hartmann) la rete in questione, dimostrando così una completa ignoranza anche sull’elettromagnetismo (il campo magnetico va da un polo all’altro, tanto per dirne una, e non produce reti a quadrati di due metri, tanto per dirne un’altra). I nomi non sono comunque finiti qui: dato che le strisce sono invenzioni della fantasia ognuno può sbizzarrirsi a battezzarle come più gli suona bene: telluriche, cosmiche, cosmotelluriche, radianti, magnetiche, elettromagnetiche, geopatogene, ionizzanti, ioniche e via dicendo. Parole in libertà. Che effetto farebbe a un architetto sentire blaterale di una struttura che viene chiamata indifferentemente scala, camino, colonna, volta, portico, cantina, muro, finestra, tetto, arco, eccetera? E se poi questa cosa si sentisse solo con la bacchetta (o meglio: si dicesse di sentirla)? Come vedremo fra breve infatti, i nodi di Hartmann, in realtà, non si sentono nemmeno con la bacchetta.

Nel punto 4, lei ci dà la definizione di Bioarchitettura®, sottolineando fra l’altro che la disciplina si occupa di “fenomeni naturali”. Allora perché occuparsi anche di nodi di Hartmann e di geopatie, che sono fenomeni fideistici? La risposta è probabilmente nel suo punto 6. Lei infatti crede che si tratti comunque di “fenomeni” e probabilmente tutto l’equivoco dipende proprio da questo. Lei difende infatti l’affermazione del dott. Fantelli riguardo ai rabdomanti e cita un diffusissimo luogo comune in difesa del paranormale: «l’accademia scientifica non accetta i rabdomanti perché non riesce a spiegarne le capacità». Mi scusi architetto Paola Basso, ma questo proprio non ha senso. Il punto che stavamo discutendo (o almeno che io credevo stessimo discutendo) non era la spiegazione delle capacità dei rabdomanti, ma la prova dell’esistenza di queste capacità. Lo abbiamo ripetuto molte volte, ma evidentemente non siamo stati abbastanza chiari.

Dunque lo ripeterò per l’ennesima volta, sperando di riuscire a essere il più comprensivo possibile: cercare la spiegazione di un fenomeno è diverso dal cercarne la prova dell’esistenza (sul vocabolario le parole “esistere” e spiegare” hanno significati diversi). Prima si scopre l’esistenza di un fatto e poi (sottolineo poi) se ne può cercare una spiegazione. E se la spiegazione non si trova, poco male: si continuerà a cercare ancora e forse non la si troverà mai. Ma nessuno potrà mettere in dubbio l’esistenza di un fatto “perché non lo si sa spiegare”! Lei vorrebbe forse rovesciare quest ordine e cercare la spiegazione di come facciano le mucche a volare senza prima aver visto almeno uno di questi leggiadri bovini in azione?

Le ricordo, molto semplicemente, che sarebbe a dir poco assurdo se la scienza non accettasse i fatti che non riesce a spiegare: infatti ogni nuovo fenomeno, per il solo fatto di essere nuovo, quando viene scoperto non è ovviamente già spiegato. La scienza progredisce proprio attraverso la scoperta di nuovi fenomeni, e ci sono migliaia di fatti conosciuti per i quali non esiste ancora una spiegazione. Il fatto è che le visioni di nebbie e strisce del dottor Hartmann non sono una scoperta, bensì una curiosa invenzione, anche se meno simpatica di quella del Gatto con gli Stivali. Per riassumere: non è affatto vero che «la scienza non accetta i rabdomanti perché non sa spiegarne le capacità», come lei continua a dire e a scrivere nei vari giornali locali ogni volta che può. La situazione è completamente diversa: non c’è ancora una dimostrazione sperimentale delle capacità dei rabdomanti. E c’è addirittura un premio di 1,1 milioni di dollari per il primo rabdomante che dimostra di avere le capacità che millanta. A questo punto, dobbiamo dire qualcosa anche a proposito dei rabdomanti.

Lei afferma, nel suo punto 5., che la frase «ognuno di noi può diventare un rabdomante» è solo un’ipotesi, non un’affermazione. In realtà questa volta sono addirittura più audace di lei: io penso sia un’affermazione accertata senza ombra di dubbio. Visto che per definirsi rabdomanti non serve dimostrare di avere alcuna capacità rabdomantica, è del tutto ovvio che ognuno di noi può diventare un rabdomante. Ma lei ci vuol portare un esempio di rabdomante vero, che dimostrerebbe le sua capacità, e cita il sig. Maurizio Armanetti (quello che vende pendolini), il quale è in possesso di «ricevute di pagamento effettuate dal gruppo ITALGAS per «prestazioni effettuate come rabdomante». Purtroppo, devo darle una grossa delusione: per prova scientifica dell’esistenza di un fenomeno nuovo (che sia o non sia paranormale) non basta esibire una ricevuta. Che ITALGAS abbia dato lo scontrino al sig. Armanetti per prestazioni di rabdomante non è un fatto molto diverso dai pagamenti che la RAI effettua ai suoi astrologi per le prestazioni di “oroscopo notturno”. Ricevuta fiscale o no, l’oroscopo, come la rabdomanzia, rimane una superstizione priva di fondamento. (Di fondamento, non di spiegazione).

C’è un’altra cosa che vorrei chiarire: se qualcuno afferma di poter sentire i nodi (oppure l’acqua) e poi dimostra di sentirli davvero, questa è una prova sufficiente, rigorosa anche per il metodo scientifico. Vorrei che fosse chiaro (ma veramente chiaro) che non si nega la prova dell’esistenza dei nodi perché non sono rilevabili con strumenti scientifici. Questo è solo un altro luogo comune. Se il cosiddetto rabdomante dimostra di sentire i nodi con la sua sensitività, questo basta e avanza senza bisogno che esista anche una macchina capace di trovarli.

Il mese scorso Francesco Chiminello e io, incontrandola di persona, le abbiamo proposto un metodo semplicissimo per dimostrare (con un rabdomante) l’esistenza dei nodi di Hartmann. Vale la pena che le ricordi tale metodo, visto che ha l’indubbio vantaggio di essere a costo zero (a differenza delle proposte escavatorie del sig. Armanetti, che hanno lo svantaggio di essere costosissime e difficilmente falsificabili). Questa è l’idea: un rabdomante cercatore/schermatore di nodi - come per esempio l’architetto Fosco Firmati (v. S&P n. 14, p. 13), che si è accordato per un compenso di sette milioni e mezzo dal comune di Siena per trovare i nodi radianti nei 5 asili comunali (che secondo lui mettevano a repentaglio la salute dei bambini provocando la leucemia infantile) - viene posto in una grande stanza dove trova, visto che ce n’è uno ogni due metri, una ventina di nodi. Dopo averli individuati, applica i tappetini di sughero magico anti-nodo su tutti e dieci i nodi e verifica con la sua bacchetta che non irradino più alcuna negatività cosmo-tellurica. Fatto questo i 20 tappetini vengono coperti alla vista tramite dei coperchi qualsiasi. Il rabdomante esce quindi dalla stanza e una seconda persona, a sua insaputa, toglie 10 dei 20 tappetini anti-nodo rimettendo poi a posto i coperchi. A questo punto il rabdomante rientra accompagnato da una terza persona e con la bacchetta prova a individuare quali coperchi nascondono un tappetino, cioè un nodo schermato, e quali invece nascondono un nodo non schermato. La cosa dovrebbe essere semplicissima: basta sentire le radiazioni cosmo-telluriche con la bacchetta: dove ci sono radiazioni vuol dire che qualcuno ha tolto il tappetino. Se veramente vengono distinti i punti dove i nodi sono schermati da quelli dove non lo sono, ecco che l’esistenza dei nodi è dimostrata! A questa nostra proposta, gentile Paola Basso, lei rispose che ci poteva essere un problema: gli ultimi studi sembrano infatti indicare che i nodi possono muoversi e cambiare posizione al passare del tempo. Proponiamo allora che il rabdomante rientri subito subito, dopo pochissimi minuti: giusto il tempo di togliere un tappetino. Oppure vuol farci credere che i nodi si muovono a velocità così elevate? Se fosse, mi creda, sarebbe davvero una cosa curiosa: l’unica differenza che riuscivo a trovare fra i nodi di Hartmann e gli stormi di mucche volanti, viene a cadere. Anche i nodi migrano. Voilà. Lo sanno quelli della giunta di Siena che hanno stanziato milioni per farli rintracciare negli asili? Hartmann si rivolterà nella tomba: i suoi nodi stavano ben fermi! Ce n’era uno ogni due metri, in modo perfetto, matematicamente esatto, e non lo faceva spostare neanche un terremoto.

L’ultima sua difesa alla validità dell’insegnamento dei nodi di Hartmann riguardava il fatto che, in ogni caso, sia che essi esistessero o no, era giusto ricercare e studiare, era giusto comunque informare. Questo è vero. Il fatto che sinora non sia stata dimostrata la loro esistenza non significa che prima o poi (magari addirittura prima che si trovi una mucca che vola) questi nodi non vengano scoperti. Ma informare che i nodi non sono ancora stati scoperti mal si abbina con l’informare che possono far venire il cancro. Mal si abbina con l’informare che i gatti prediligono stare su un nodo di Hartmann, mentre i cani se ne allontanano. Mal si abbina col dire che c’è un dibattito aperto su quante e quali malattie i nodi possano provocare. Così si fa il gioco di chi deve vendere protezioni anti-Hartmann e ha bisogno di convincere i suoi clienti a comprare uno scudo protettivo in caso di improvvisa planata bovina. Non si può dire “stiamo solo cercando” e poi non distinguere la nocività del radon da quella dei nodi definendo entrambe, come fa lei, “geopatologie”. Mescolare quello che si crede con quello che si sa è un brutto vezzo dello spirito New Age, così come parlare a vanvera di energie, bio, naturale, cosmico, risonante, vibrazione, energia, ccetera.

Forse lei non ne è al corrente, ma il mercato italiano è pieno zeppo di nuovi prodotti anti-nodo di Hartmann, tutti in vendita con lo scopo di proteggere la salute. C’è ad esempio Bioset®, che se lo compri dopo dormi felice e tranquillo. L’allarme per i nodi si diffonde sempre più, e toglie spazio ai veri problemi ambientali.

E la Bioarchitettura® che ruolo ha in questa vicenda? L’aver portato nelle aule dell’Istituto di Igiene dell’Università di Padova l’insegnamento dei nodi di Hartmann e le conseguenti insensate geopatie che essi provocherebbero, serve forse a chiarire che non ci sono prove dell’esistenza di questi nodi? Ovviamente no! Se si discute di effetti sulla salute di chi sosta sopra un nodo, mi sembra chiaro che non si mette in discussione l’esistenza del nodo. Perché allora, data la totale assenza di prove e il rifiuto a fornire delle dimostrazioni convincenti da parte dei rabdomanti, e visto che l’insegnamento delle malattie provocate dai nodi prende solo 4 ore sulle 100 dell’intero corso, ci sono tante resistenze a rendere più seria la Bioarchitettura® eliminando quelle piccole 4 orette, o meglio ancora sfruttandole per avvisare gli studenti che le voci sui nodi di Hartmann sono solo fantasie assurde? A chi serve che la gente creda che i nodi di Hartmann esistano e che facciano venire il cancro o la leucemia infantile?

Serve a chi vende, mi sembra ovvio (e mi smentisca se può). I nodi sono molto, molto importanti. Grazie a essi esistono infatti, oltre all’insegnante di nodologia, almeno altre tre nuove figure professionali: il cercatore di nodi, lo schermatore di nodi e il venditore di gadget anti-nodo come tappetini, materassi e cuscini con reti di rame e mille altre amenità del tutto identiche a dei talismani. Per queste nuove figure professionali è di fondamentale importanza che i nodi vengano insegnati all’interno di una Università di Medicina. Le varie prestazioni e vendite si rivolgono infatti (da molto tempo) soltanto al pubblico più credulone (quello che mette una piramide sul comodino perché risuoni con l’energia cosmica positiva); ma è finalmente giunto il momento di pensare più in grande: c’è la zona intermedia da conquistare, una fetta di mercato fatta dalle moltissime persone che ancora nutrono dubbi; che ancora sono convinte che i nodi di Hartmann possano essere una panzana. Molti di questi dubbi scompariranno quando i venditori potranno dire: «I nodi di Hartmann e le geopatie vengono insegnate all’Università, all’Istituto di Medicina! Mica sono cose che ci stiamo inventando noi».

A questo punto credo che lei possa capire perché in una rivista che si occupa di fare un’informazione corretta contrastando l’irrazionalità e la pseudoscienza, come fa Scienza & Paranormale, vengano pubblicati articoli critici su Hartmann e sui suoi odierni epigoni.

Dott. Roberto Vanzetto
Centro Interdipartimentale Studi e Attività Spaziali, “G. Colombo”
Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Padova


P.S. : Abbiamo saputo solo oggi (27/10/1997) che l’Università di Padova non ha dato alcun avvallo o collaborazione al corso di Bioarchitettura®, limitandosi solamente a fornire lo spazio fisico delle aule, così come suole fare per molteplici attività senza entrare nel merito dei programmi proposti. Questo ci fa molto piacere, perché riporta la cosa su un piano socialmente meno grave. Ce ne hanno dato notizia, sollecitati da una nostra richiesta, sia il prof. Giuseppe Rausa, direttore dell’Istituto di Igiene, sia il prof. Alberto Baroni, delegato del Rettore agli spazi didattici dell’Università di Padova. Il prof. Baroni ha anche aggiunto che l’arch. Paola Basso si scusa per l’ambiguità del termine “collaborazione” contenuto nei dépliant pubblicitari del corso di Bioarchitettura®, che era inteso come espressione di pubblico ringraziamento per l’ospitalità.