Come sta la cultura italiana?

Nel 2009, il 21,2 % della popolazione tra i 15 e i 29 anni risulta essere fuori dal circuito formazione-lavoro: non lavora e non frequenta alcun corso di studi

Ahi serva Italia
di dolore ostello
nave sanza nocchiere in gran tempesta
non donna di province, ma bordello.

Il giudizio sul nostro paese che emerge dai versi danteschi è forse un po’ troppo drastico, ma non può non venire in mente leggendo l’ultimo “Rapporto annuale sulle situazione del paese nel 2009” presentato a Roma il 26 maggio 2010[1].

Si tratta di un documento di oltre trecento pagine che fornisce un quadro dell’Italia dal punto di vista economico e sociale, in un periodo di crisi mondiale. Particolarmente interessante è il capitolo quarto, dedicato ai problemi della conoscenza, del livello d’istruzione della popolazione, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica.

Per non apparire troppo pessimisti, diciamo subito che qualche elemento positivo dal rapporto emerge. Negli ultimi trent’anni il tasso di scolarità è aumentato di 41 punti percentuali, il numero dei giovani che conseguono un titolo di studio secondario di secondo grado è salito dal 38 al 74% e nell’anno scolastico 2008/2009 ben il 93% dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni è risultato iscritto alla scuola secondaria di secondo grado. Rispetto ad alcuni decenni prima, la partecipazione femminile è raddoppiata e le scelte formative degli studenti sono mutate. Ci si orienta infatti maggiormente verso scuole di formazione “general” (leggi licei), con programmi atti a consentire la prosecuzione degli studi all’università, rispetto a quelle “vocational”, indirizzate a fornire una preparazione finalizzata all’immediato inserimento nel mercato del lavoro (leggi istituti tecnici e professionali).

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© Austinnevan
Se però ci si addentra più approfonditamente nel documento, si scoprono realtà tutt’altro che incoraggianti.

I cosiddetti “early school leavers”, cioè i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi senza aver conseguito un diploma di scuola superiore, ammontano al 19,2%: oltre quattro punti percentuali in più della media europea e ben nove punti al di sopra del valore fissato dalla strategia di Lisbona.

Ben il 7,7% degli iscritti alle scuole superiori ha ripetuto l’anno di corso, e il dato sale al 10,3% se si considerano gli iscritti al primo anno. Le percentuali di ripetenti sono più elevate per le scuole a indirizzo tecnico e professionale. Inoltre, il 12,2% del totale degli iscritti al primo anno abbandona il percorso d’istruzione non iscrivendosi all’anno successivo e un ulteriore 3,4% lascia gli studi alla fine del secondo anno.

Se si considera la fascia di popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni, si scoprono risultati inquietanti. Poco meno dell’11% possiede soltanto la licenza elementare o, addirittura, non possiede alcun titolo di studio. Il 36,6% ha invece la licenza media, circa il 40% possiede un diploma di scuola superiore e appena il 12,8% possiede una laurea. Per fortuna occorre osservare una tendenza al miglioramento, ma la velocità di questo cambiamento rimane bassa: 2,1% l’aumento dei diplomati rispetto al 2004 e 2,8 l’aumento dei laureati.

Altri dati che emergono dal rapporto sono poi particolarmente preoccupanti. Ben il 13,2% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni (cioè, oltre 1,2 milioni) nel 2009 non ha letto neppure un libro o non ha mai utilizzato il personal computer. Quel che è peggio è che, secondo lo studio, la propensione alla lettura sarebbe ancora fortemente condizionata dalle caratteristiche della famiglia di origine. Le quote dei lettori superano sempre il 72% se in casa vi sono più di 200 libri, se almeno uno dei genitori è laureato, se entrambi i genitori leggono. E anche l’alfabetizzazione informatica avviene prevalentemente in ambito familiare o nel mondo dei pari. L’utilizzo del PC a scuola, infatti, coinvolge solo quattro su 10 tra bambini e ragazzi di 6-17 anni: una realtà che impedisce, di fatto, di garantire l’accesso alle nuove tecnologie ai ragazzi delle classi sociali meno fortunate.

Infine un dato abbastanza sconcertante è il seguente: nel 2009, poco più di due milioni di giovani (il 21,2 % della popolazione tra i 15 e i 29 anni) risulta essere Neet (Not in education, employment or training), cioè è fuori dal circuito formazione-lavoro: in pratica non lavora e non frequenta alcun corso di studi.

Le cose non vanno meglio per la ricerca e l’innovazione: il numero di ricercatori operanti nelle aziende e nelle università è drammaticamente inferiore a quello degli altri paesi e la spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo, stimata per il 2008 nell’1,2% del Pil, presenta un valore analogo a quello raggiunto alla metà degli anni Ottanta, decisamente lontano dalla media europea (circa 1,9%).

Diversi quotidiani hanno dato notizia del rapporto Istat, ma riteniamo che i dati in esso riportati avrebbero dovuto suscitare un grande dibattito nazionale. Si tratta di problematiche fondamentali per un paese che cerca di risolvere i propri problemi. Purtroppo invece ben pochi intellettuali, commentatori e soprattutto politici hanno adeguatamente preso in considerazione l’importante documento. Non sono per fortuna mancate lodevoli eccezioni. Tra queste ci sono sembrate particolarmente interessanti le osservazioni di Norberto Bottani, direttore dell’Istituto di Ricerca in Educazione di Ginevra e autorevole analista dei sistemi scolastici a livello internazionale[2].

Innanzi tutto Bottani afferma:

«In generale, il livello d’istruzione di una popolazione e l’organizzazione del sistema scolastico e di formazione professionale sono fattori che possono aiutare ad affrontare le situazioni di crisi o al contrario costituire un elemento frenante. Quest’ultimo caso si dà quando i sistemi di formazione e istruzione sono incapaci di tenere il passo con l’evoluzione tecnologica ed economica.»

Per quanto riguarda l’Italia, risulta che i sistemi d’istruzione e formazione non riescono ad assumere la sfida della mondializzazione e quindi a preparare generazioni in grado di affrontare con competenze multiple i problemi posti dalla competizione mondiale e dalla crisi economica.

E continua:

«Non mi stanco mai di dire che una delle lacune più gravi dell’istruzione in Italia è l’assenza di ricerca scientifica. Senza uno sforzo adeguato di ricerca scientifica sulla scuola non si combattono i cattivi risultati degli studenti, non si riduce il disagio di molti insegnanti e dirigenti in un sistema che affonda lentamente nell’indifferenza, né si attenuano le ingiustizie e i macroscopici squilibri esistenti sul territorio nazionale».

È evidente che non si può governare un sistema delle dimensioni di quello scolastico con espedienti, scappatoie, invenzioni retoriche, narrazioni discorsive che rappresentano situazioni irreali o che emanano da interessi corporativi e che non possono essere smentiti in assenza di dati certi.

Il problema dell’interazione tra ricerca scientifica sull’istruzione e decisione politica è generale, ma in Italia si presenta in forma cronica accentuata: il dibattito pubblico sull’istruzione e la scuola e le decisioni politiche in materia fanno un uso troppo scarso delle conoscenze scientifiche o peggio non vi ricorrono affatto.

Per essere precisi si deve dire che il problema è duplice: il primo è quello dell’insufficienza o della debolezza della ricerca scientifica sulle questioni scolastiche; il secondo è quello dell’uso delle conoscenze comprovate prodotte dalla ricerca scientifica in questo settore. Conoscenze certe e verificate sulla scuola e sulle modalità d’apprendimento infatti ce ne sono, ma sono poco diffuse e vengono in genere disattese dai dirigenti politici, quando non sono semplicemente ignorate.

Affermazioni che andrebbero adeguatamente prese in considerazione dai nostri politici che si occupano di istruzione ma che, con ogni probabilità, saranno completamente ignorate.

Note

1) Il rapporto integrale si può scaricare a questo indirizzo: http://www.istat.it/dati/catalogo/20100526_00/Avvio2009.pdf .
2) L’intervista completa a Bottani è disponibile qui: http://www.adiscuola.it/adiw_brevi/?p=3638 .