Non si può che dire falsa testimonianza

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  • 22-02-2011
  • di Stefania de Vito e Sergio Della Sala
Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, ma potrei sbagliarmi. Una simile aggiunta alla nota formula testimoniale sarebbe utile a rimarcare le fallacie in cui i testimoni possono inavvertitamente incorrere. Proprio come tutti noi, infatti, essi possono nutrire la convinzione di ricordare eventi che non si sono mai verificati. Nel film “La parola ai giurati” di Sidney Lumet, Henry Fonda impone il suo ragionevole dubbio sulla presunta colpevolezza di un giovane ragazzo di colore, convincendo gli altri 11 giurati: «E se non fosse vero? Se il testimone si stesse sbagliando?... Sono esseri umani e possono sbagliarsi». I testimoni non necessariamente mentono. Molto spesso, appunto, possono semplicemente sbagliarsi.

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Fig. 1. Pietro Valpreda, anarchico italiano, fu accusato e successivamente assolto per la strage di Piazza Fontana. Determinante per lui la testimonianza del tassista milanese Cornelio Rolandi, che lo riconobbe in un lineup in cui il presunto colpevole (nella foto il secondo da sinistra), discinto con i capelli arruffati e palesemente spaventato, veniva messo a confronto con poliziotti azzimati ed incravattati: «L’è lù» (è lui - che è anche il titolo dell’autobiografia di Valpreda) disse Rinaldi, ma l’avrebbe detto chiunque.
Negli Stati Uniti, ben 36 detenuti su 40, ritenuti poi innocenti in seguito alla prova del DNA, erano stati accusati sulla base di testimonianze oculari. E, purtroppo, anche in Italia abbiamo avuto diversi esempi di simili errori giudiziari (vedi Fig. 1).
Questi spregevoli errori si verificano perché la nostra memoria è sostanzialmente inaccurata.

I ricordi episodici vengono ricostruiti, combinando insieme frammenti di informazione, piuttosto che riproducendo episodi passati. La nostra memoria non funziona, in realtà, come una videocamera, come un registratore o come un computer (si veda anche Scienza & Paranormale, 2007, 71: 32-36).

Miss Prism, brillante personaggio de “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde, in un vano tentativo di dissuadere la piccola Cecily dal tenere un diario, le consiglia di far affidamento sulla memoria che è «il diario che tutti portiamo sempre con noi». Tuttavia, la sagace Cecily ribatte: «Sì, ma solitamente è la cronaca delle cose che non sono mai accadute, e che mai potrebbero essere accadute. Penso che la memoria sia responsabile di quasi tutti i romanzi in tre volumi che ci manda Mudie». La memoria può indulgere a diverse tipologie di errori. Così come svariate sono le condizioni in cui i testimoni possono sbagliare.

Un testimone può commettere errori quando è direttamente coinvolto nella vicenda, come nell’intrigante caso dello “smemorato di Collegno”, che divise l’opinione pubblica per parecchi anni. Nel 1927 nella rubrica “Chi li ha visti?” della Domenica del Corriere fu pubblicata la foto di un uomo di 45-50 anni (vedi Fig. 2). Quest’uomo, che non ricordava nulla di sé e della sua vita e non conosceva la sua identità, dopo essere stato arrestato, durante un maldestro tentativo di furto al cimitero, fu ricoverato nel manicomio di Collegno, in Piemonte. La Signora Canella, il cui marito Giulio, era dato per disperso dalla prima guerra mondiale, credette di riconoscerlo nella foto. La signora era a tal punto convinta che quello fosse suo marito, che ebbe da lui due figli. Una volta smascherati, i due fuggirono addirittura insieme a Rio de Janeiro, dove il padre di lei possedeva una considerevole fortuna.

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Fig. 2. Foto dello “smemorato di Collegno” pubblicate su alcuni giornali italiani dell’epoca.
In realtà, prove inconfutabili dimostrarono che il sedicente amnesico era Mario Bruneri, un ladruncolo torinese, come fu stabilito definitivamente dalla Corte d’Appello di Firenze nel 1931. Il giudizio della Corte d’Appello era suffragato dalle impronte digitali e venne in seguito confermato da una lettera del Bruneri a sua madre. Il Professor Alfredo Coppola, tra l’altro, fornì evidenze attendibili del fatto che Bruneri probabilmente fingesse di essere amnesico, riportando punteggi insolitamente bassi anche in semplici test svolti normalmente persino da persone con seri disturbi neurologici (Zago et al., 2004).

Anche quando è sospettato di aver commesso un crimine e, di conseguenza, è interessato a fornire un alibi in grado di scagionarlo, un testimone può involontariamente sbagliarsi. Questo successe nel caso di Rida Daalouche, tossicodipendente tunisino condannato in Francia a 14 anni di reclusione con l’accusa di aver ucciso Abdelali Gasmi nel corso di una rissa il 29 maggio 1991. Sei mesi circa dopo l’assassinio, alla domanda «dove si trovava lo scorso 29 maggio?», Rida dichiarò di aver accompagnato un’amica a visitare il suo compagno detenuto in una prigione di Perpignan. Il compagno della sua amica, però, era stato arrestato solo nel mese di luglio. Fu un errore nella ricostruzione temporale degli eventi che gli costò caro. Il suo alibi non reggeva. Quattro anni più tardi fu casualmente trovato un certificato da cui risultava che il Daalouche al momento dell’omicidio era ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Marsiglia, e quindi non poteva aver commesso il fatto. La condanna fu revocata, ma la Commissione Nazionale per gli Indennizzi rifiutò ogni risarcimento sulla base della considerazione che il pregiudicato aveva, in ogni caso, dichiarato il falso e ostacolato le indagini.

Un altro famoso caso vide coinvolto Kenneth Foster, americano, nero, figlio di sbandati. Kenneth era un ventenne quando si trovò coinvolto in una vicenda che gli segnò l’esistenza. Era al volante di un’auto in compagnia di amici quando uno di loro scese dalla vettura, si allontanò e commise un omicidio. L’unica testimone oculare, la fidanzata della vittima, asserì che l’omicida aveva intenzione di commettere una rapina, successivamente non portata a termine. Questo diede adito all’accusa di proporre l’attuazione della cosiddetta “Law of parties” secondo la quale, seppure materialmente innocente, una persona può essere considerata responsabile di un delitto, qualora abbia agito con l’intenzione di promuoverlo, come appunto nel caso di una rapina. Di conseguenza, Foster fu accusato di concorso in omicidio.

La condanna a morte di Kenneth si basava esclusivamente sull’interpretazione, avanzata dalla testimone, del movente dell’assassino. Come giustamente titolava il Corriere della Sera (28/6/07, p. 14): “Giovane, nero, innocente: per il Texas deve morire”. Le testimonianze vanno, dunque, valutate con molta prudenza. Esse possono, infatti, essere basate su falsi ricordi, costruiti contaminando i ricordi reali con suggestioni provenienti da altre fonti (per un approfondimento, vedi Loftus, 2007). Vediamo come vengono spiegati nella letteratura scientifica questi errori di memoria.

Non ci resta che dimenticare


Sarebbe paradossale immaginare di dover prendere nota anche di informazioni rilevanti e fondamentali per paura di dimenticarle. La scena del film “Non ci resta che piangere”, in cui questo accade, è, infatti, esilarante. Un frate rivolge ripetutamente all’attonito Troisi il solenne monito: «Ricordati che devi morire!», finché, perplesso, l’attore lo tranquillizza dicendo: «Sì, sì, no, mo me lo segno proprio... Non vi preoccupate!».

Tuttavia, dimenticare alcuni elementi è un processo necessario e funzionale non solo ad un’agevole e flessibile riorganizzazione della memoria, ma persino al pensare per se. Nel racconto “Funes, o della memoria”, tratto dalla raccolta “Finzioni”, Jorge Luis Borges racconta di Ireneo Funes, incapace di dimenticare persino l’esatta forma di una nuvola osservata in un qualsivoglia momento della sua vita. La sovrabbondanza di dettagli che colonizza la sua memoria impedisce a Funes di pensare. La facoltà di pensare sottintende, infatti, la necessità di dimenticare le singole differenze, per poter poi generalizzare ed astrarre. Sarebbe dispendioso,
oltreché inutile, continuare a ritenere in memoria informazioni eccessivamente dettagliate a tempo indeterminato. Al contrario, risulta più efficiente un sistema che miri all’aggiornamento. Nel 1978 Bjork pensava al drastico meccanismo di funzionamento di un computer: quando un’informazione nuova deve essere inserita in un punto della memoria, quella precedentemente allocata nello stesso punto viene semplicemente rimossa. In una puntata della sitcom animata, “I Simpsons”, Matt Groening immagina che il cervello di Homer funzioni allo stesso modo. Il popolare personaggio si rivolge a Marge dicendo «ogni volta che imparo qualcosa di nuovo, questo spinge fuori le vecchie cose dal cervello... ricordi quando ho frequentato il corso di enologia a domicilio e ho dimenticato come si guida?». Gli esperti chiamano questo fenomeno “interferenza retroattiva”, cioè una nuova cosa da ricordare rimuove quella precedente. Un altro fenomeno è quello per cui ricordiamo il nome di un nuovo fidanzato, senza dimenticare il nome di quello precedente. Per questo possiamo facilmente confonderci e cadere in errore. Si tratta del fenomeno dell’“interferenza proattiva”, che si manifesta quando informazioni precedenti interferiscono con le nuove (nell’esempio, si può ovviare a potenziali imbarazzi, chiamando tutti “tesoro”).

Riusciamo, tuttavia, agevolmente a dimenticare ricordi che sono stati richiamati alla memoria sempre meno frequentemente nel corso degli anni, come il codice PIN di una scheda del cellulare che ormai non usiamo più. Questi dettagli diventano sempre meno accessibili, per consentire ad informazioni nuove e più rilevanti (ad esempio, il nuovo codice PIN della scheda che stiamo usando ora) di avere la precedenza. In quest’ottica, l’incapacità di accedere ad un’informazione ormai superflua diventa una caratteristica adattiva che facilita l’aggiornamento (Roediger e colleghi, 2010). Come intuiva anche Nietzsche, in “Considerazioni inattuali”, sarebbe addirittura impossibile vivere senza avere la possibilità di dimenticare. Estrapolando solo il nocciolo delle nostre esperienze abbiamo l’opportunità di interpretare globalmente quello che accade, evitando di soffermarci improduttivamente sui particolari. Come scriveva anche Gabriel Garcìa Màrquez nel libro “Memoria delle mie puttane tristi” (p.17): «È un trionfo della vita che la memoria dei vecchi si esaurisca per le cose che non sono essenziali, ma che di rado venga meno per quelle che ci interessano davvero. Cicerone l’ha illustrato con una frase: non c’è vecchio che dimentichi dove ha nascosto il suo tesoro».

I singoli dettagli, le informazioni ridondanti e gli indizi contestuali tendono ad essere ignorati o solo parzialmente memorizzati, e, di conseguenza, dimenticati o confusi. Ciononostante, ogni volta che riportiamo alla mente un ricordo, esso è simile nella sostanza alla volta precedente. Il suo nucleo resta invariato. L’attenzione tende, infatti, a focalizzarsi sugli stimoli salienti.

In secondo luogo, ricordare è, per antonomasia, un’azione differita nel tempo e richiede che l’informazione sia mantenuta nel suo formato originale: quanto più è ampio l’intervallo temporale che separa un evento dalla sua rievocazione, tanto più è possibile che la “traccia” di memoria decada e subisca interferenze da eventi avvenuti successivamente, e quindi non sia disponibile.

Inoltre, al momento del ricordo, le condizioni contestuali e psicofisiche possono bloccare l’accesso ai ricordi o rendere possibile solo il recupero di dati incompleti.

La mente umana si è evoluta per non essere continuamente distratta da informazioni irrilevanti. Tuttavia, come già accennato, per questa funzione positiva talvolta si paga un prezzo. In un simpatico, nonché geniale esperimento, condotto nel 1999, due scienziati dell’Università di Harvard hanno mostrato che quando si è molto concentrati su qualcosa, si ignorano elementi cospicui, sebbene inattesi e non rilevanti rispetto al compito. Nello studio in questione, un personaggio travestito da gorilla passa tra un gruppo di ragazzi che giocano a palleggiare. Circa metà (46%) dei partecipanti allo studio, impegnati a contare il numero di volte in cui la palla rimbalzava a terra, ignorano completamente l’entrata in scena dello strano personaggio.

Anche Diabolik doveva essere consapevole delle conseguenze negative che un elemento nuovo ed inaspettato può avere sulla nostra capacità di rilevare e memorizzare le informazioni. Nell’episodio intitolato “L’Allieva”, il celebre personaggio ideato dalle sorelle Giussani consigliava ad un’apprendista criminale di non aver paura di accentuare un dettaglio, un difetto. La gente avrebbe badato solo a quello distraendosi dal resto. Il suo consiglio era: «Infoltisci le sopracciglia e allargale quasi fino ad unirle... e i testimoni sapranno descrivere solo quel particolare del tuo volto. Lo stesso discorso vale per la postura, l’accento, gli abiti. Mettiti una giacca rossa sgargiante e per tutti sarai solo una tipa con una giacca rossa!» (Cubelli e Della Sala, 2007).

Il prezzo da pagare: gli errori di memoria


La nostra memoria non è affatto statica, cambia costantemente, rifacendosi a schemi precostituiti e subendo l’influenza di varie inferenze. Lungi dall’essere esatte riproduzioni di eventi passati, i ricordi sono guidati da conoscenze preesistenti e da obiettivi momentanei, al punto che «vivono con i nostri interessi e insieme ad essi si modificano» (Bartlett, 1932, p. 212). In uno studio pionieristico condotto agli inizi del ‘900, Frederick Bartlett sottopose all’attenzione di alcuni ragazzi occidentali un’articolata leggenda che riguardava gli indiani d’America. Ogni ragazzo aveva il compito di leggerla, rievocarla per iscritto e poi passarla ad un altro partecipante incaricato di fare lo stesso. Alla fine, la storia prodotta differiva notevolmente dall’originale. Molti elementi, che apparivano inusuali, venivano semplificati e trasformati in dettagli più familiari e conformi agli schemi occidentali.

Il livello di deformazione a cui possono arrivare i ricordi si palesa non solo in laboratorio, ma anche in numerosi episodi di vita quotidiana. Il Professor Roberto Cubelli, ad esempio, ha fatto notare una vicenda di cui fu protagonista Ettore Bernabei, direttore generale della Rai dal 1960 al 1974. Nel libro-intervista “L’uomo di fiducia”, Bernabei ricorda i motivi che lo spinsero a querelare Ugo Tognazzi, in seguito ad una parodia messa in scena con Raimondo Vianello nel programma “Un due tre”. Lo sketch ironizzava sull’allora Presidente della Repubblica Gronchi, che, nel sedersi su una poltrona accanto a De Gaulle in un palco della Scala di Milano, cadde. Intervistato da Giorgio Dell’Arti, Bernabei racconta di aver subito destinato il funzionario Renzo Puntoni ad altro incarico e di aver cacciato Tognazzi dal programma, che continuò con il solo Vianello. In realtà, Tullio Kezich, giornalista del Corriere della Sera, ha dimostrato, in seguito, che Bernabei si attribuì un ruolo non suo. La satira andò in onda il 28 giugno 1959 e Bernabei entrò in Rai solo un anno e mezzo dopo. Puntoni non fu rimosso dal suo incarico e Tognazzi e Vianello continuarono la rubrica per altre cinque domeniche. Probabilmente, come ha ipotizzato il giornalista del Corriere della Sera, l’ex direttore Rai confuse il caso di “Un due tre” con un altro episodio accaduto nel programma “Controcanale”, quando effettivamente rimproverò aspramente Renzo Puntoni per una battuta di Corrado ritenuta irriverente.

Lo notava anche Marquez nel romanzo sopra citato, «come i fatti reali si dimenticano, alcuni che non si sono mai prodotti possono anche inserirsi tra i ricordi come se lo fossero stati» (pag. 76).

Leggete, ad esempio, qui di seguito, la reminiscenza personale dello psicologo svizzero Jean Piaget. È una descrizione vivacemente teatralizzata di uno dei suoi primi ricordi infantili. «Riesco ancora a vedere, con estrema chiarezza, la scena seguente, nella quale credetti fino a circa quindici anni di età. Ero seduto nel mio carrozzino, che la mia bambinaia spingeva negli Champs Elisées, quando un uomo tentò di rapirmi. Io ero trattenuto dalla cintura chiusa attorno a me, cosa che intralciò il rapitore mentre la mia bambinaia tentava coraggiosamente di frapporsi tra me e lui; essa subì vari graffi, e io riesco ancora a vedere vagamente quelli sul suo viso. Poi si riunì una folla, accorse un poliziotto con un mantello corto e uno sfollagente bianco e l’uomo se la dette a gambe. Io riesco ancora a vedere l’intera scena e posso addirittura localizzarla nei pressi di una stazione della metropolitana. Avevo circa quindici anni quando i miei genitori ricevettero una lettera dalla mia bambinaia di un tempo, la quale diceva che, essendosi convertita all’Esercito della Salvezza, desiderava confessare le sue colpe passate, e in particolare voleva restituire l’orologio che le era stato donato in quell’occasione. Essa si era inventata l’intera storia e si era procurata i graffi da sé. Io avevo quindi presumibilmente udito, da piccolo, il racconto di quella vicenda, nella quale i miei genitori credevano, e dovevo averla proiettata nel passato sotto forma di ricordo visivo». Notate con quanta intensità e nitidezza lui riviva il suo ricordo e quanta fiducia vi avrebbe sempre riposto se non fosse stato inconfutabilmente smentito.

Alcuni errori di memoria sono classificabili come errori di monitoraggio della fonte. Questi si verificano quando non si è in grado di ricordare in che modo si è venuti in possesso di una determinata informazione. E, di conseguenza, se ne attribuisce la fonte al posto, al tempo o alla persona sbagliata.

Umberto Eco in una “Bustina di Minerva” (9 Agosto 2007), la rubrica che tiene sul settimanale L’Espresso, cita Bayard che affermava che chi legge un libro non lo ricorda certo con esattezza perché «leggendolo vi ha messo dentro del suo, attribuendolo all’autore» e raccontava che anche a lui era accaduto di attribuire ad un autore un’idea effettivamente non presente nel libro. La memoria deve essere pensata come un atto creativo che inventa il passato anziché riprodurlo. La memoria non è accurata, è un processo ricostruttivo, una narrazione. Ricordare un evento significa poter trarre un’indicazione operativa. Da un punto di vista adattivo, conservare i dettagli di un evento e riprodurli fedelmente non ha alcuna utilità.

Memorie flashbulb


Un’eccezione a quanto esposto sembrava essere rappresentata dalle flashbulb memories, ricordi apparentemente fotografici collegati ad eventi importanti ad alta valenza emotigena o sorprendenti. A lungo si era ritenuto che i ricordi di tali eventi potessero essere più vividi e dettagliati dei ricordi di eventi ordinari. Le persone che assistono ad episodi traumatici sono, infatti, convinte che quei momenti resteranno indelebilmente scolpiti nella loro mente. Emilio Lussu, ad esempio, scrive: «Io ho dimenticato molte cose sulla guerra, ma non dimenticherò mai quel momento» (Un anno sull'altipiano, p. 79). È la persuasione tipica di chi vive eventi emotivamente molto rilevanti.

Tuttavia, recenti studi minano le basi di queste certezze. La vicenda di per sé non viene dimenticata, ma è possibile che i dettagli siano richiamati in maniera distorta, esattamente come accade per i ricordi di eventi ordinari. Lo stesso George W. Bush, all’epoca Presidente degli Stati Uniti, intervistato in almeno in tre occasioni su come avesse appreso la notizia dell’attacco alle torri gemelle, è incorso in una tipica falsa memoria. L’ex presidente ricordava di aver appreso la notizia vedendo il primo aereo collidere contro la prima torre in televisione la mattina dell’11 settembre. Il punto è che il filmato del primo aereo, che si scontrava contro la prima torre, fu trasmesso in televisione solo il 12 settembre (Greenberg, 2004). E come Bush, il 76% dei Newyorkesi, che parteciparono ad uno studio condotto da Pezdek (2003), risposero di aver visto la mattina dell’11 settembre in televisione il primo aereo schiantarsi contro la prima torre, convinti della veridicità di questo ricordo.
In questo caso Bush e i partecipanti allo studio fornirono una descrizione accurata dell’evento, spostandolo però in un diverso lasso temporale.

È quello che accadde anche a John Dean, il “registratore umano”, interrogato in occasione dello scandalo del Watergate. Confrontando le dichiarazioni di Dean con le registrazioni originali dei fatti, Neisser notò che questi resoconti erano «plausibili ma interamente inesatti» (Neisser, 1981, p. 9) e che nessuna delle parole pronunciate da Dean corrispondeva alle registrazioni effettive, nonostante il testimone fosse estremamente fiducioso nella propria accuratezza. Inoltre, le sue dichiarazioni accostavano spesso frasi pronunciate in conversazioni diverse avvenute in giorni diversi.

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Fig. 3. Una foto della stazione subito dopo la strage. L’orologio sul lato sinistro è fermo alle 10.25.
Altrettanto traumatica fu la strage occorsa alla stazione di Bologna, il cui simbolo è l’orologio fermo alle 10.25, ora dell’esplosione. Molte persone, compresi i familiari delle vittime e persino Bolognesi, che, lavorando in stazione, vedono quotidianamente l’orologio, sono convinte che l’orologio bloccato dalla bomba sia fermo da quel tragico 2 Agosto 1980, e che da allora non sia più stato rimesso in funzione. In realtà, l’orologio fu subito riavviato e solo nel 1996, in seguito ad un guasto tecnico, si decise di fermare le lancette all’ora della strage, in memoria delle vittime coinvolte.

Tanti Bolognesi, pur avendo visto per 15 anni l’orologio normalmente in funzione, sono convinti che sia stato sempre fermo dal momento dell’esplosione. In questo caso, il falso ricordo è addirittura collettivo (de Vito, Cubelli e Della Sala, 2009).

Dobbiamo diffidare della nostra memoria?



Circa trent’anni di ricerca sugli errori di memoria dimostrano che i fallimenti della memoria e la revisione retrospettiva di ricordi passati sono parte della natura umana e accadono in continuazione. Il ricordo individuale può essere inaffidabile.

Tuttavia, ogni testimonianza è preziosa. Un ricordo può essere dubbio, a meno che non venga confermato da solide prove indipendenti (Gardner, 2007). Un testimone diventa credibile quando i suoi racconti convergono con quelli di altri testimoni, quando l’accumulo di prove indipendenti, l’accesso alle fonti e ai luoghi, i riscontri dell’azione investigativa consentono la formazione di una memoria stabile.

Essere consci delle limitazioni della nostra memoria ci deve aiutare a non fidarci acriticamente di essa. Questo non giustifica nessun tentativo negazionista (ad esempio, nei confronti dell’olocausto), quando sono coinvolte memorie convergenti e, soprattutto, documenti storici. Non siamo autorizzati a commettere la leggerezza di considerare i testimoni, per definizione, inattendibili, né di dubitare di memorie tragiche e ripetute in superficiali processi revisionistici.

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