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Qualche ragione di ottimismo sul futuro della scuola italiana

I media si occupano raramente di istruzione e formazione. I giorni in cui sto scrivendo questa nota fanno tuttavia eccezione: se ne sta parlando molto, in relazione alle proteste del mondo universitario e della scuola contro la riforma Gelmini. Molta evidenza è stata data anche alla notizia che i risultati degli studenti italiani nei test OCSE PISA (Programme for International Student Assessment) svolti nel 2009 sono migliorati rispetto a quelli delle tre edizioni precedenti. Questi test, condotti in contemporanea nei paesi dell’OCSE e in altri 31 paesi “partner”, valutano le capacità di lettura e le competenze matematiche e scientifiche degli studenti quindicenni.

Per quanto riguarda l’abilità nella lettura dei test, gli studenti italiani, con 486 punti, recuperano alcune posizioni rispetto alle edizioni del 2006 e del 2003. Nonostante ciò, si classificano al 29° posto, appena davanti a paesi come Macao, Portogallo e Ungheria, ma nettamente dopo le nazioni più prestigiose del vecchio continente: Gran Bretagna (25°), Francia (22°), e Germania (20°) (la media OCSE è di 493 punti). In matematica i 15enni italiani hanno fatto registrare 483 punti (contro una media OCSE di 496 punti e i 500 dei paesi asiatici), risalendo di tre posizioni rispetto al 2006, ma restando comunque al 36° posto. Anche per le competenze scientifiche l’Italia ha fatto registrare un certo incremento. Il punteggio medio conseguito è stato di 489. L’Italia si piazza tuttavia al 35° posto, un gradino più su rispetto a tre anni prima ma ancora 11 punti sotto alla media OCSE (501 punti).

Tenendo conto infine di tutti e tre i tipi di competenze, l’Italia si classifica al 65° posto tra tutti i paesi considerati e al 34° tra i paesi OCSE: posizione che continua a essere poco lusinghiera.

Nonostante i miglioramenti siano lievi e riguardino soprattutto le regioni meridionali, in molti, a cominciare dal ministro Gelmini, hanno cantato vittoria. È stato tuttavia fatto notare che l’apparente miglioramento è in realtà un ritorno ai risultati conseguiti nel 2000, dopo i pessimi risultati del 2003 e del 2006. Alla ministra è stato inoltre obiettato che i meriti che lei attribuiva all’operato del governo erano impropri, visto che, quando i test sono stati realizzati, il suo governo era in carica da pochissimi mesi e non poteva aver inciso sulla qualità delle nostre scuole.

Pochi mezzi di comunicazione hanno invece fatto notare una cosa quanto mai interessante: senza le scuole private il miglioramento delle competenze degli studenti italiani sarebbe stato molto più evidente. I risultati degli iscritti alle scuole private sono piuttosto scarsi e pesano non poco sulla media finale raggiunta nei tre ambiti di competenze esaminati. Escludendo la scuola privata, nella “lettura e comprensione dei testi”, l’Italia si sarebbe classificata sette posti più in alto. In “matematica” e in “scienze”, la risalita sarebbe potuta essere di cinque posizioni.

Non vogliamo sollevare polemiche di natura politica, ma è chiaro che di fronte a certi dati non si può fare a meno di chiedersi che senso abbia continuare a effettuare tagli economici sulla scuola pubblica che, nonostante tutto, continua a funzionare e a graziare invece dalla scure finanziaria le scuole private che (ovviamente con le dovute eccezioni) mostrano così scarsa efficienza.

Cambiando argomento, ma solo apparentemente, un’altra notizia di cui pochi media si sono occupati è un interessante sondaggio, condotto dalla società Swg per conto della Cisl Scuola, su un campione di 700 docenti. Il sondaggio chiedeva ai docenti un giudizio sui recenti provvedimenti di riforma che hanno interessato la scuola italiana, dall’introduzione del maestro prevalente nella primaria, fino al riordino dei cicli che ha interessato le scuole superiori. Abbastanza scontato il risultato: il 75% dei docenti ha espresso un parere totalmente negativo, appioppando un 3,6, come voto medio alla ministra Gelmini.

Al di là di questo, il sondaggio ha fatto emergere dati, secondo me, ben più interessanti. Si apprende infatti che ben l’85% dei docenti italiani si sente orgoglioso e soddisfatto di stare in cattedra e soprattutto di lavorare con gli alunni. Tanto è vero che il livello medio di soddisfazione è pari a 7,5 (in una scala da 1 a 10). È inoltre significativo che quasi il 60% dei docenti intervistati attribuisca all’insegnamento un punteggio compreso tra 8 e 10. In particolare, appaiono più gratificati i docenti che operano nelle scuole del Nord-Est. Meno contenti appaiono gli insegnanti in servizio al Sud e nelle scuole superiori. Rispetto a qualche anno fa un docente su due (il 49%), ritiene di essere più preparato, anche grazie all’uso delle nuove tecnologie e il 66% del campione si dice favorevole a una valutazione degli insegnanti. Il 56% è inoltre disponibile all’ipotesi di differenziare gli stipendi in base al merito.

Quello che emerge è quindi una forte motivazione da parte dei docenti, nonostante le mille difficoltà in cui devono quotidianamente lavorare. In un mio precedente intervento (Query n. 1) avevo sottolineato l’importanza del fattore motivazione sia per gli studenti che per i docenti. I risultati del sondaggio della Swg non possono quindi che indurre un certo ottimismo sulle sorti della nostra scuola.

Sempre parlando di motivazione, vorrei infine riportare la lettera di un lettore che, rispondendo a un mio precedente invito, ha voluto fornire il suo interessante contributo “dalla parte degli studenti”.

Mi chiamo Davide, ho 22 anni e studio Ingegneria Informatica a Milano. Ho letto l’articolo: “Primo: motivare! Studenti e insegnanti” e vorrei esprimere una mia considerazione in merito. Personalmente durante gli anni del liceo avevo scarsa passione per le materie trattate, difficilmente rimanevo concentrato durante le lezioni e la voglia di studiare era poca. Durante quel periodo ero interessato più che altro ai rapporti sociali, alle uscite con gli amici, le infatuazioni, mentre la mia passione per la tecnologia, i computer, le antenne e i telefonini, che fin da piccolo smontavo per cercare di comprenderne il funzionamento, era passata in secondo piano. Sicuramente nello studio è molto importante la disciplina, che dovrebbe venire insegnata dai genitori, ma penso che questa non sia di alcuna utilità nell’instaurare e mantenere viva l’attenzione, la curiosità, l’interesse e la passione. Ritengo che un buon professore, oltre a soddisfare il requisito di base che è la preparazione nella materia, debba essere in grado di instaurare un rapporto con i suoi studenti, di comunicare con loro, di catturare il loro interesse e la loro fiducia. Per quanto riguarda le materie scientifiche come la matematica, la fisica, ecc., penso che sarebbe di grande utilità fare esempi pratici dei concetti spiegati, tratti dalla vita quotidiana, mostrando come quello che si sta studiando possa risultare di aiuto nella vita pratica. Sarebbe interessante fare esperimenti in classe o in laboratorio per facilitare la comprensione delle leggi della fisica e della chimica. Si potrebbero “costruire” certi “strumenti” della matematica, come piani, spazi, rette, curve, solidi, ecc. mediante simulazioni al computer, in modo da rendere più comprensibili i concetti studiati sul libro. Una cosa divertente sarebbe fare delle analogie tra i concetti spiegati ed eventi tipici della vita di un adolescente. Per fare un esempio, ho trovato in rete un file audio in cui un docente spiega ai suoi studenti il funzionamento di un condensatore, utilizzando analogie fra le cariche elettriche e l’attrazione fisica tra ragazzi e ragazze. È importante coinvolgere i ragazzi, mantenerli attenti, incuriositi e divertiti. Ovviamente se il professore stesso non ha passione in quello che fa, sarà dura mantenere gli studenti coinvolti in studi impegnativi come quelli tecnico-scientifici. Bisognerebbe rendere le lezioni allegre e divertenti, spiegare i concetti “condendoli” con battute o, come ho consigliato prima, con simpatiche analogie. Questo non vuol dire togliere serietà agli argomenti, ma semplicemente utilizzare un approccio differente nell’esporli ai ragazzi. Immagino che non sia semplice, ma penso che un approccio di questo tipo possa dare buoni frutti. Sconsiglio invece “ramanzine” e sermoni vari sull’utilità degli studi per il proprio futuro. Non penso che un ragazzo a quell’età dia molto peso a discorsi di questo tipo: io per lo meno non lo facevo. Considerate però che io ho “messo la testa a posto” solo una volta entrato all’università.