L’uomo che cercava i miracoli

Aveva una sessantina dÂ’anni, una barba bianca folta e ondulata, occhiali spessi dalla montatura grossa e una lunga tunica: «Sapete, in realtà mangio bicchieri da quando avevo quattro anni!» disse con una risatina.

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©Manojtv
Nella primavera del 1991 il CICAP ebbe il piacere di ospitare in Italia per la prima volta un personaggio assolutamente singolare: il razionalista indiano Basava Premanand. Ne avevo sentito parlare più volte ai Congressi degli “scettici” in giro per il mondo, ma non lo avevo mai visto all’opera. Finalmente, quando annunciò un giro di conferenze in Europa, cogliemmo la palla al balzo e lo portammo anche in Italia, dove poi sarebbe tornato ancora.

Aveva già una sessantina d’anni quando lo incontrammo, una barba bianca folta e ondulata, occhiali spessi dalla montatura grossa e una lunga tunica che lo faceva assomigliare a un autentico guru. In realtà ci apparve subito per quello che era: una persona umile e modesta, con una grande passione, una capacità quasi incantatoria di spiegare la sua professione e, naturalmente, un’abilità straordinaria nel ripetere tutte le gesta di fachiri e santoni. Con il trucco, naturalmente.

Aveva iniziato nel 1976 a girare per i villaggi indiani, spiegando e riproducendo pubblicamente tutti i numeri dei guru locali: voleva mettere in guardia i suoi connazionali dalle truffe in cui spesso tanti cadevano.

Una delle prime cose che gli chiedemmo io e Luigi Garlaschelli, che sarebbe poi diventato quasi un “allievo” di Premanand, imparando e ripetendo gran parte delle sue dimostrazioni fachiresche, fu quali fossero i trucchi tipici dei santoni.

«Vedete, ci sono quattro modi per realizzare “miracoli”: usando giochi di destrezza con le mani, per mezzo di sostanze chimiche, di apparecchiature meccaniche e, infine, sfruttando conoscenze poco note sul funzionamento del corpo umano».

Tipo?

«Prendiamo l’esibizione in cui mi passo una torcia in fiamme sulle braccia e sulla faccia senza bruciarmi. Tutti sappiamo che una pentola d’acqua posta sul fuoco non diventa immediatamente bollente, ma ha bisogno di tempo per riscaldarsi; ebbene, anche il corpo umano ha bisogno di tempo (circa tre secondi) per assorbire calore. Il trucco sta nell’assicurarsi che le fiamme non restino ferme per troppo tempo su uno stesso punto del corpo».

Una delle cose che ci aveva colpito di più, durante una conferenza che aveva tenuto per noi all’Università di Pavia, era stato quando aveva mangiato il vetro di una lampadina.

«Sapete, in realtà mangio bicchieri da quando avevo quattro anni!» disse con una risatina. «Scherzo, ma masticare il vetro di una lampadina (e deve essere vetro trasparente non opaco, perché quest’ultimo contiene sostanze velenose) è facile. Occorre prima masticarlo fino a polverizzarlo, dopodiché lo si ingoia, magari con l’aiuto di un bicchiere d’acqua. Sminuzzato così finemente, il vetro andrà ad attaccarsi al cibo già presente nello stomaco e non provocherà danni alle pareti intestinali. Se volete rendere l’operazione più sicura vi consiglio di mangiare una banana prima e dopo la performance vera e propria».

Naturalmente, ci sono anche altri accorgimenti che vanno presi per scongiurare ogni possibile rischio di danni e, per questo, sconsiglio a chiunque di provarci a casa senza prima essersi consultato con Garlaschelli!

Ci incuriosiva comunque capire dove nascesse il suo interesse per i miracoli.

«Quando ero piccolo credevo nei miracoli, ero affascinato dai racconti sui poteri magici e sui sistemi come lo Yoga di Patanjali che parla del Kundalini e della possibilità di acquisire poteri straordinari o addirittura l’immortalità. Essendo un ragazzo indù, volevo avere anch’io questi poteri, così a 12 anni iniziai ad andare in cerca di guru che me li insegnassero. La mia ricerca mi portò da diversi santoni. uno dei primi fu Swami Sivananda Maharaj che a quel tempo era l’unico discepolo diretto vivente di Ramakrishna Parmahansa. Costui affermava di avere visto Dio e di averlo mostrato anche ai suoi discepoli. Andai da Swami e gli chiesi di mostrarmi Dio, così come gli era stato mostrato da Parmahansa, ma lui mi rivelò di non averlo veramente mai visto. Un altro fatto curioso che mi capitava di osservare spesso era che, mentre gli yogi continuavano a spiegare agli altri come raggiungere la salute, loro stessi avevano problemi reumatici, problemi al fegato, asma, diabete, tubercolosi, cancro...»

Come si giustificavano?

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©Ganeshk
«Lo chiesi a uno di questi e la sua risposta fu la seguente: “Potrei raggiungere la salute se solo volessi, ma sto coscientemente scontando peccati compiuti in una vita precedente”. Ma era chiaro che il mio atteggiamento dubbioso non era il benvenuto e, in genere, quando facevo questo tipo di domande venivo allontanato dal tempio».

Uno dei bersagli delle campagne di Premanand, ovviamente, è stato il più celebre tra i santoni indiani, Sai Baba.

«Sono stato uno dei suoi adepti per ben tre anni» ci ha raccontato. «Ovviamente, ero lì per le mie ricerche, ma nessuno lo sapeva. L’impresa mi costò cara, servivano due milioni di rupie (circa 100 mila euro) per potere entrare nel circolo di quell’uomo: ho dovuto vendere 90 acri di terra fertile della mia famiglia. Alla fine, però, conoscevo tutti i suoi trucchi, che poi non sono molto diversi da quelli praticati dagli altri santoni. Devo riconoscere comunque che Satya Sai Baba ha molta fantasia: materializza di tutto, dalla cenere sacra (la Vibuthi) ai Rolex».

All’epoca non conoscevamo bene questa sabbia (che fu in seguito anche analizzata dal CICAP Piemonte all’Università di Torino), sapevamo solo che si diceva conferisse straordinari poteri a chi la possedeva.

«Ha un profumo particolare, di essenze indiane, assomiglia molto all’incenso, sentite?» disse Premamand mentre, per incanto, ne faceva comparire un po’ tra le sue dita. Come aveva fatto?

«Non è difficile, chiunque lo può fare: è amido, con un po’ di cenere e profumo, si impasta tutto con acqua e si ottiene la Vibuthi. Con questo composto si fanno palline di un centimetro o due di diametro e si lasciano seccare. Al momento della materializzazione basta tenerle nascoste nell’incavo delle dita e distribuirle, sbriciolandole poco alla volta, compiendo movimenti circolari per camuffare il trucco. Il segreto sta nell’imparare a rilassare le mani senza far cadere le palline. Sai Baba la chiama cenere sacra, e i suoi fedeli la raccolgono e la mangiano».

E qui Premanand si mise a ridacchiare. Che c’è da ridere?

«Be’, non sempre Sai Baba si serviva di amido per fare la Vibuthi. A volte usava lo sterco di mucca essiccato!»

È chiaro che sbugiardare santoni infilandosi tra i loro seguaci ha creato più di un guaio a Premanand.

« È vero, purtroppo. Ho ricevuto minacce di morte, sono stato pestato ritrovandomi con qualche costola rotta e non pochi ricoveri in ospedale, ma non mi sono mai dato per vinto».

Dopo quel primo incontro, prima di salutarci, Premanand ci rivelò di avere tre desideri. «Visitare ogni parte del mondo alla ricerca di nuovi miracoli da investigare e fondare un centro di ricerca dedito a spiegare i miracoli».

E il terzo desiderio?

«Quello di vedere un vero miracolo prima di morire».

Il nostro amico Premanand riuscì a vedere realizzato gran parte del primo desiderio, vide anche l’apertura di un Centro permanente sui Metodi della scienza a Podannur, Tamil Nadu, ma il terzo gli sfuggì. Nell’ottobre del 2009 morì a 79 anni senza avere mai visto un autentico miracolo.